sabato 31 ottobre 2020
domenica 25 ottobre 2020
Mostreggiature dell'Esercito Italiano. Corpo Sanitario, Corpo degli Ingegneri
Gianluca Bonci, Le Mostreggiature dell'Esercito Italiano, Focus Storia Wars Soldati e Battaglie, Trimestrale Maggio 2020
martedì 20 ottobre 2020
Mostreggiature dell'Esercito Italiano. Genio, Trasmissioni, Arma dei Trasporti e Materiali, Altre Mostreggiature
Gianluca Bonci, Le Mostreggiature dell'Esercito Italiano, Focus Storia Wars Soldati e Battaglie, Trimestrale Maggio 2020
martedì 13 ottobre 2020
Le mostreggiature dell'Esercito Italiano. Fanteria e Cavalleria
Gianluca Bonci, Le Mostreggiature dell'Esercito Italiano, Focus Storia Wars Soldati e Battaglie, Trimestrale Maggio 2020
mercoledì 7 ottobre 2020
Le Mostrine dell'Esercito. Artiglieria
Gianluca Bonci, Le Mostreggiature dell'Esercito Italiano, Focus Storia Wars Soldati e Battaglie, Trimestrale Maggio 2020
sabato 26 settembre 2020
venerdì 18 settembre 2020
Le Mostreggiature dell'Esercito
A corredo dell'articolo "Garibaldi" nel nome la guida, dedicato al 10° Reparto Logistico, unità di punta della Brigata Garibaldi oggi più importante che mai
il Ten Col. ISSMI Gianluca Bonci
ha presentato le mostreggiature in uso presso l'Esercito italiano

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Focus Storia WARS Soldati e Battaglie
trimestrale Maggio 2020
giovedì 10 settembre 2020
martedì 1 settembre 2020
sabato 15 agosto 2020
giovedì 30 luglio 2020
lunedì 20 luglio 2020
venerdì 10 luglio 2020
sabato 27 giugno 2020
sabato 20 giugno 2020
mercoledì 10 giugno 2020
domenica 31 maggio 2020
mercoledì 27 maggio 2020
lunedì 18 maggio 2020
domenica 10 maggio 2020
lunedì 4 maggio 2020
4 Maggio La festa dell'Esercito Italiano
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| Manfredo Fanti Fondatore Esercito Italiano |
di Antonio Trogu
La
nota n. 76 del 4 maggio 1861 introdusse il nome dell'esercito italiano,
rappresentando così il certificato di
nascita del nuovo esercito. Una nascita del tutto rapida e tumultuosa, che
aveva visto innestare il robusto tronco dell'esercito sardo con i contributi
provenienti dalle forze armate regolari e irregolari di ogni regione del nostro
paese, in poco più di 18 mesi arrivò così ad avere un esercito che contava 8
reggimenti di granatieri, 62 di fanteria, 36 battaglioni di corpi di fucile, 17
reggimenti di cavalleria, 9 di artiglieria, 2 di ingegneri, 3 di treno di
rifornimento dell'esercito e 12 compagnie amministrative.
In
questo quadro era giunto il momento di ravvivare quell'esercito, organizzare,
addestrare, equipaggiare, armare e unire quei distaccamenti, che
rappresentavano di per sé un groviglio
di problemi la cui soluzione efficiente avrebbe richiesto diversi anni, di
fatto il primi anni di vita dell'esercito italiano, che coincise anche con un
periodo di difficoltà finanziarie.
giovedì 30 aprile 2020
Emeroteca: Rivista MIlitare
La Emeroteca del CESVAM (www.cesvam.org) raccoglie le riviste edite dal mondo associazionistico militare, come fonte di cerca e come fonte iconografica. Raccoglie anche le riviste di Carattere Militare. Qui oggi è rappresentata la Rivista Militare. Alla data odierna vi sono n. 24 fascicoli per gli anni 2010-2020. (info: ricerca.cesvam@istitutonastroazzurro.com
sabato 25 aprile 2020
La Coalizione hitleriana:. La scelta della Repubblica Sociale Italiana
oggi 25 aprile anniversario della liberazione celebrato in un clima particolare data l'emergenza nazionale. E' interessante andare a vedere le scelte iniziali della Repubblica Sociale Italiana per comprendere la scia di sangue a cui questa data ha posto termine Il Congresso di Verona
La Repubblica Sociale Italiana, come Stato, doveva avere
una sua legge fondamentale, che nell’ottobre 1943 non esisteva. In numerose
occasioni vari esponenti, tra cui Mussolini, avevano annunciato che quanto
prima si sarebbe convocata una Assemblea Costituente per dare un quadro fondante
a tutto lo Stato. Peraltro nel momento in cui si passava dalle intenzioni ai
fatti vi erano grossi problemi formali. Guerra in corso, molta parte del
territorio italiano era controllato da forze considerate nemiche. Quindi non
era il caso di rinviare la convocazione di questa assemblea al termine della
guerra; peraltro si doveva dare un punto di riferimento giuridico formale alla
amministrazione dello Stato che funzionava solo di fatto. A questa Assemblea
dovevano partecipare tutte le componenti della vita pubblica e sociale, ma non
era il caso di formare altri partiti, quindi l’unico partito ammesso era il
Partito Fascista Repubblicano, a questo organismo fu demandata la
organizzazione dell’Assemblea.
Scrive Deakin:
“C’erano è vero alcune importanti tendenze verso un riformismo nel
partito stesso e sintomi di ribellione contro la direzione di una cricca che
aveva tutti i difetti del vecchio apparato del partito. Sia questo
atteggiamento critico sia quel desiderio di revisione dei passati errori si
erano manifestate in assemblee nella città della provincia e sulla stampa
locale. La macchina del partito correva il pericolo di perdere il controllo.
Era quindi essenziale per ragioni tattiche, riportare la discussione al centro,
e aprire, come valvola di sicurezza, una inchiesta ma sotto la guida diretta
degli stessi gerarchi. Questo fu lo scopo del Congresso di Verona e fu compito
e responsabilità personale di Pavolini organizzare il dibattito intorno ad un
manifesto già preparato in cui si raffigurava l’autorità del partito[1]”
Era un'altra truffa verso i suoi
aderenti ed un altro fallimento del fascismo, in cui Mussolini non intendeva minimamente
prendervi parte, rimanendo estraneo ad ogni contrapposizione e non impegnarsi
nemmeno a favore del segretario del partito.
Nelle more della preparazione di
questo evento l’idea di convocare una Assemblea Costituente fu sostituita da
quella di convocare i delegati del ricostruito Partito Fascista Repubblicano di
tutta l’Italia settentrionale. Questo cambiamento rispetto alle intenzioni
aveva un significato molto preciso. Il partito doveva essere al centro dello
Stato. Nonostante un documento preparato da Mussolini, il Manifesto del Partito
fu elaborato negli uffici di Pavolini, e la bozza finale fu sottoposta a
Mussolini che la approvò. Questo documento constatava di 18 punti i quali
dovevano soddisfare richieste contrastanti: si voleva il partito alla guida di
un movimento socialista repubblicano unitario e rispondente al desiderio di
giustizia sociale; nel contempo non concedeva nulla al popolo, alle sue
espressioni, al suo controllo, ma è tutto incentrato in modo ferreo nelle mani
del neonato partito fascista. Il documento stabiliva inoltre che sarebbe stata
convocata una Assemblea Costituente, espressione di un potere di origine
popolare, che avrebbe dichiarato decaduta la monarchia in Italia proclamato la
repubblica sociale e nominato il suo capo, che sarebbe stato scelto dai
cittadini ogni cinque anni. Quindi si introduceva la possibilità, se
l’Assemblea Costituente avesse terminato i suoi lavori, che il Capo poteva
anche cambiare. Ovvero Mussolini poteva anche non essere rieletto dai cittadini,
capo della Repubblica Sociale Italiana.
Interessante notare che uno dei
punti del Manifesto prevedeva che nessun cittadino poteva essere trattenuto
senza un mandato dell’autorità giudiziaria. La religione della Repubblica era
quella Apostolica Romana, con il rispetto degli altri culti. Ma una aggiunta
prevedeva che nel corso di questa guerra gli appartenenti alla razza ebraica
erano considerati nemici. In materia sociale la Repubblica si sarebbe fondata
sul lavoro manuale, tecnico e intellettuale, con l’obbiettivo di risolvere in
modo totale le aspirazioni e le necessità delle classi lavoratrici italiane.
Via via che si leggono gli altri punti emergono fortissime contraddizioni che
oscillavano tra una profonda avversione verso i venti anni di regime, che
purtuttavia era fascismo, ed una volontà di essere puri e duri, ed un ritorno
alle origini non ben definite, ma idealizzate e quasi santificate.
Il 14 novembre 1943 nella sala di
Castelvecchio a Verona si aprì questo congresso presieduto da Pavolini in una
atmosfera di esaltazione, voglia di rinnovare, e paura, nella consapevolezza di
essere una minoranza isolata ed assediata. Il discorso di apertura fu tenuto
dallo stesso Pavolini e si svolse fra continue interruzioni della platea, quasi
un contraddittorio tra il segretario ed i delegati. Poi ci furono gli
interventi variegati che oscillavano tra l’arringa, il velleitarismo, i
desideri ma soprattutto chiedendo vendetta per i “traditori” del 25 luglio, in
primo luogo Galeazzo Ciano.
In questo clima surriscaldato ed
esaltato giunse la notizia che il segretario del Partito di Ferrara era stato
ucciso. Senza approfondire cosa realmente fosse accaduto squadre di fascisti
partirono da Verona e da Padova e compirono la loro rappresaglia, uccidendo 17
persone scelte tra quelle che avevano fama di essere o antifasciste o tiepide
verso i fascisti, per “dare l’esempio”. Ferrara segnò la fine di ogni illusione
e di comprensione con l’altra parte e il nuovo corso che Verona voleva
inaugurare sboccò solo e solamente nella vendetta e nel sangue. I giorni
successivi al 25 aprile 1945 sono la diretta conseguenza di questa iniziale
scelta degli estremisti fascisti.
Il Congresso di Verona, a cui
parlò anche Renato Ricci condannando l’idea di un esercito apolitico, vide
altri interventi in una terribile confusione di idee sulla struttura della
nuova Repubblica. Ad un certo punto Pavolini prese la parola, dopo aver constatato
che il Congresso aveva chiesto la costituzione di un tribunale speciale “per i
traditori del 25 luglio”, pose fine ai lavori con queste parole
“Degli altri problemi che avete sollevato, è stata presa accurata nota.
Il Duce mi ha detto di avere qui quattro buoni stenografi “perché voglio sapere
tutto ciò che i camerati delle provincie hanno avuto da dire e hanno pensato di
dire”.[2]
Poi Pavolini chiuse ogni
discussione. Il Manifesto di Verona con i suoi 18 punti fu approvato per
acclamazione da una assemblea esaltata così come era stato preparato dopo che
Pavolini ne aveva dato lettura veloce. Lo scopo del Congresso era stato
raggiunto: nessuno aveva messo in discussione l’idea di partito che Pavolini
proponeva e tutte le possibili varianti, osservazioni, idee erano state
incanalate ed arrestate. Il partito pavoliniano del fascismo basato sulle
squadre d’azione aveva prevalso, ma non quel tanto di fare di Pavolini un vero
e proprio trionfatore. La sua posizione non nè era uscita rafforzata e lo
stesso Mussolini fu critico con il segretario e le sue scelte.
Con le decisioni di Verona ed i
fatti di Ferrara vengono raffreddate le correnti di simpatia che il risorto
fascismo aveva destato, che erano nate a settembre, al suo riapparire. Le
squadre fasciste, ripreso le azioni del 1920-1921 e riaprirono una stagione di
sangue. Il congresso di Verona indicava in modo chiaro che la Repubblica
Sociale avrebbe soffocato nel sangue ogni opposizione, che non avrebbe esitato
a scatenare una guerra civile contro tutti quegli italiani che non aderivano al
fascismo o si opponevano ad esso. Il movimento ribellistico che praticamente
era solo agli albori e nella realtà inesistente trova la sua saldatura con il
biennio 1920-1922, e le vittime di allora trovarono da entrambe le parti dei
successori atteggiamenti ancora più determinati, ma questa volta la situazione
era completamente capovolta.
Fu Pavolini, miope e poco
lungimirante, con le sue squadre neofasciste, con la sua volontà di portare le
cose all’estremo, superando ed esautorando lo stesso Mussolini,
velleitariamente proteso a conquistare il popolo con risuscitate idee socialiste,
che avviò lo scontro ideologico, facendone una componente della Guerra di
Liberazione, e che portò il fascismo da una adesione quasi plebiscitaria degli
anni del regime ad un crescente distacco da parte della stragrande maggioranza
degli italiani dell’Italia settentrionale.
venerdì 17 aprile 2020
GIOVANNI CECINI. LASECONDA GUERRA MONDIALE
Giovanni CECINI,
L’incredibile
storia della seconda guerra mondiale. Strategie, Armi,
Protagonisti del conflitto che ha cambiato le sorti del mondo, Roma, Newton
Compton Editori, pag. 495, E. 12,90, ISBN 978-88-227-3620
La seconda guerra mondiale grande contenitore di più
conflitti distinti ma collegati tra loro, è in realtà un serbatoio di storie in
credibili, spesso sconosciute che vale la pena di approfondire per capire
meglio il nostro presente e le cause che l’hanno contribuito a rendere il mondo
come lo conosciamo oggi. Questo libro intende quindi travalicare la
tradizionale narrazione cronologica, procedendo per argomenti chiave come le
alleanze, la diplomazia, le economie, gli oltre sessanta milioni di morti e gli
scenari del dopoguerra. Il quadro complessivo è quello di una pagina
fondamentale nella storia dell’uomo, che, nella sua brutale ferocia, esercita
ancora oggi grande fascino su tutti gli appassionati di storia. Ogni vicenda,
infatti, rappresenta un frammento di quello che è stato uno dei momenti più
complessi di tutta la storia contemporanea, nonché lo spartiacque del
Novecento.
Giovanni
Cecini (Roma 1979) à laureato in Scienze Politiche e Storia contemporanea. E’
membro del CEVAM – Centro Studi sul Valore Militare e docente di Master in
Storia Militare Contemporanea 1796-1960 presso la Università N. Cusano Nicolò
Cusano.
venerdì 10 aprile 2020
lunedì 30 marzo 2020
La Coalizione hitleriana. La Repubblica Sociale Italiana: la mancanza di un Esercito proprio
Il Dualismo tra Graziani e
Pavolini. Esercito apolitico o forze armate di partito.
Le
decisioni in merito a quali forze armate la Repubblica si doveva dotare sono
centrali nella determinazione del futuro della Repubblica stessa. Come vedremo,
il dualismo tra Graziani e Pavolini, e quello Pavolini-Ricci, generarono
divergenze che non furono mai risolte; divergenze così profondo e che relegarono
i militari della R.S.I a ruoli marginali e secondari per tutta la durata della
guerra e sconvolsero non solo il sistema voluto dai tedeschi ma in ultima
analisi determinarono anche le modalità della resa tedesca sul fronte italiano,
Mussolini da Radio Monaco il 18
settembre aveva annunciato che era sua intenzione creare un esercito di partito
incardinato sulla ex Milizia Volontaria sotto il comando di Ricci e composta solo
da volontari di provata fede. Questo piano al momento non ebbe granché fortuna
in quanto egli stesso constatò che la Milizia era malvista in tutto il paese,
screditata oltre ogni dire e quindi al momento improponibile.
Graziani, nominato ministro della
Guerra, era convinto che spettasse a lui il compito di costruire secondo i suoi
criteri le nuove forze armate. Per questo si avvalse dell’opera di un ex ufficiale
del S.I.M., il Servizio Informazioni Militare del Regio Esercito, Emilio
Canevari che lo tenesse in contatto con Mussolini e con i tedeschi. Il 3
ottobre Graziani presentò il suo progetto: i quadri delle future forze armate
tutti volontari, le truppe composte solo da giovanissimi delle classi di leva
più giovani; l’armamento fornito dai tedeschi quello più recenti. In pratica
Graziani propose un esercito sul modello della Reichwehr del 1920.
Il 9 ottobre Graziani si reco al quartier
generale di Hitler per sottoporre il suo progetto, apparentemente approvato da
Mussolini. I tedeschi ricevettero con tutti gli onori il Maresciallo e, secondo
quanto riferisce lo stesso Graziani, erano d’accordo nel costituire prima 4,
poi 8 poi 12 divisioni italiane secondo i criteri esposti dal maresciallo.
Graziani tornò a Gargano a fare rapporto a Mussolini che approvò tutti gli
accordi presi da Graziani; nel contempo fu deciso di mandare Canevari a Berlino
per firmare le intese raggiunte. Canevari il 16 ottobre raggiunse Berlino e
trattò con il generale Buhle, capo di Stato Maggiore di Keitel in merito agli
accordi per la ricostruzione delle forze armate italiane. Ed il protocollo fu steso sulla base dei
colloqui Duce-Fuhrer di metà settembre e quelli Graziani-Hitler di metà
ottobre. Si dovevano costituire unità miste italo-tedesche con reclutamento
volontario e 50 batterie costiere; si dovevano costituire tre divisioni di
fanteria ed una di alpini da addestrarsi in Germania con dieci batterie di artiglieria.
Ufficiali, sottufficiali e truppa sarebbero stati reclutati da una commissione
mista nei campi di concentramento tedeschi e le divisioni in Germania sarebbero
state rafforzate da reclute provenienti dall’Italia. Tutto doveva aver inizio
entro il 15 novembre. Canevari presso l’ambasciata italiana ebbe diversi
incontri e qualche scontro con elementi estremisti fascisti da poco liberati
dai campi di internamento. Secondo loro si doveva reclutare personale solo per
costituire unità sul modello delle SS, anche sulla scorta che già le SS
tedesche avevano reclutato 10.000 soldati italiani. Seguì un incontro con un
rappresentante di Himmler, che aveva autorizzto le trattative e si giunse alla
conclusione in successive riunioni di creare una divisione di SS italiane della
forza di 13.000 uomini e di addestrarne altri 3000 come corpo di polizia.
Queste unità sarebbero dipese esclusivamente dalle SS, e non da altri
rappresentanti italiani in Germania.
Il 25 ottobre Canevari ritornò in
Italia e fu ricevuto da Mussolini in presenza di Graziani e tutto fu approvato.
Canevari ebbe modo di scrivere che ricevette i complimenti e le lodi sia di
Graziani sia di Mussolini. Fu convocato il Consiglio dei Ministri per il 28
ottobre, data estremamente significativa per tutti i fascisti. Ma il controllo delle
forze armate provocò un durissimo scontro tra Graziani e ed i capi del rinato
partito fascista, Pavolini e Ricci
Pavolini voleva forze armate
fasciste, permeate del nuovo fascismo repubblicano, sul modello tedesco. Ma
questa sua aspirazione presupponeva un Partito fascista solido e forte. La
realtà era sotto gli occhi di tutti. Il crollo silenzioso e totale di tutta l’organizzazione
del Partito Nazionale Fascista senza che nessuno facesse un gesto per impedirlo
era emblematico. I capi, i cosiddetti gerarchi abbandonarono il Partito e si
misero in salvo in Germania, divisi da rivalità e rancore; il resto, i capi di
medio e basso livello misero da parte la loro uniforme e insieme al resto
mostrò di avere aderito al fascismo più per opportunismo che per singola
convinzione.
Ricci, nonostante ogni parere
contrario, intendeva ridare vita alla Milizia, nella sua forma più aggiornata e
nella struttura che gli era propria. In pratica intendeva che le forze armate
fossero solo e solamente articolate sulla Milizia, che doveva sostituire ogni
altra organizzazione militare. A metà novembre si era giunti alla conclusione
che la Milizia sarebbe stata subordinata all’Esercito sotto tutti i punti di
vista e senza riserve. Ricci non avrebbe avuto il diritto di ispezione. Un
nuovo corpo, la Guardia Nazionale Repubblicana, che nelle intenzioni si doveva
ispirare, forse andando un po' sopra le righe, a quella napoleonica, avrebbe
dovuto incorporare ciò che restava della Milizia, ormai screditata, dei Carabinieri
Reali, visti sempre con grande diffidenza, e della Polizia dell’Africa Italiana,
residuo delle avventure coloniali africane, nonchè la polizia in uniforme, che
per l’impiego sarebbe dipesa dal Ministero dell’Interno al pari di quella in
borghese. Ricci alla fine di novembre ebbe l’ordine formale di organizzare la
nuova Milizia nazionale.
I contrasti tra Graziani da una
parte e Pavolini, con a fianco Ricci erano basati sulla scelta di fondo: la Repubblica
avrebbe avuto forze armate apolitiche oppure forze armate politicizzate, ovvero
dipendenti dal Partito? In questa lotta che si sviluppò violenta si inserire
anche Buffarini Guidi Ministro dell’Interno che pretendeva una sua autonomia.
Il risultato fu la creazione di una serie di eserciti e di forze di polizia che
obbedivano vagamente all’autorità centrale. Mussolini non solo non pose rimedio
a tutto questo nell’interesse superiore dello Stato, ma ne era soddisfatto
perché poteva contare su una serie intricata di fazioni rivali, a volte al
limite del tradimento che gli permetteva, manovrando ora in una direzione ora
nell’altra, di mantenere una qualche iniziativa nel controllo del governo, rilevando
così una costante del fascismo in cui gli interessi superiori dello Stato erano
sempre posposti a quelli personali.
Agli occhi dei tedeschi tutto
questo non faceva altro che aumentare la loro diffidenza e, in maniera velata
ma facilmente avvertibile, la poca stima che avevano in generale degli italiani
e in particolare dei fascisti repubblichini e questo stato di cose portò ad agire
direttamente, superando in molti casi gli accordi stabiliti.
La realtà del 1943 era che
Graziani non aveva truppe operative; a fine novembre riuscì sulla carta ad
avere un Comando Generale, uno Stato Maggiore, che fu posto agli ordini del
gen. Gambara, e nominalmente le forze terresti, aeree e navali, i reparti
antiaerei e costieri, i comandi provinciali e logistici. In realtà non aveva a disposizione
truppe combattenti; l’unica speranza era riposta nelle quattro divisioni in
addestramento in Germania.
Il fallimento del reclutamento fra
gli Internati Militari in Germania, la ritrosia di Graziani e Mussolini a mandare
i chiamati alla leva delle classi 1924 e 1925 in Germania perché era
prevedibile quasi una diserzione in massa, fece sì che i rapporti con i
tedeschi si incrinarono ulteriolmente in tema di creazione di una forza
operativa efficiente ed indipendente nell’ambito della Repubblica Sociale Italiana.
L’ombra di un nuovo tradimento su quanto accaduto l’8 settembre era presente nelle
menti tedesche. Ai primi di dicembre il progetto Graziani di creare un esercito
apolitico era praticamente fallito. Tra scenate e recriminazioni, i protocolli
di ottobre furono accantonati e per tutti pagò Canevari che fu estromesso da
ogni incarico. Graziani assunse atteggiamenti estremistici, invocando la corte
marziale e la pena di morte per i renitenti alla leva, invocando anche la legge
marziale per i lavoratori da inviare in Germania e altre misure coercitivi che
sottolineavano il suo fallimento.
Da ultimo arrivò l’atteggiamento
di Hitler che, reso edotto della situazione, disse ai propri collaboratori che
la cosa si sarebbe conclusa con un nulla di fatto e, quindi, occorreva essere
prudenti e vigilare su tutta la situazione.
A fine dicembre, era evidente che la
Repubblica Sociale Italiana non avrebbe avuto forze armate in grado di
coadiuvare i tedeschi nella tenuta del fronte meridionale. Questa è la ragione
per cui nessun reparto della Repubblica Sociale Italiana, a parte qualche
elemento esterno ad essa, per volere dei tedeschi non entrò mai in linea contro
il nemico anglo-americani. La sfiducia tedesca nei fascisti italiani era di
tutta evidenza.
venerdì 20 marzo 2020
martedì 10 marzo 2020
La coalizione hitleriana. La repubblica Sociale Italiana 2
La nascita
Gli
italiani appresero che si sarebbe costituito un nuovo Stato in occasione del
discorso di Mussolini pronunciato da Radio Monaco il 18 settembre 1943. Oltre
alla sorpresa di sentire di nuovo la voce del Duce, che era letteralmente
scomparso dal 26 luglio 1943 si apprese un nuovo elemento che avrebbe interessato
la coscienza di ogni italiano. Lo Stato che si andava a costruire con un
proprio Governo voleva riprendere le armi e combattere a fianco della Germania e
del Giappone e degli altri Stati alleati alla Germania, ricostruire nuove forze
armate; eliminare i traditori del fascismo a tutti i livelli, quindi una sorta
di vendetta che avrebbe portato ad uno spargimento di sangue tra italiani, ed
infine porre al centro della politica il lavoro come base della società del
nuovo stato, in una sorta di socialismo rigenerato.
Mussolini fu preceduto nel suo
rientro in Italia da Pavolini che fissò a Roma a palazzo Wedekind il Quartier
Generale del Partito. Iniziarono le trattative per la formazione del Governo,
con Pavolini come esponente centrale di ogni trattativa. Secondo il giudizio
dell’ambasciatore tedesco a Roma Rahn “ la formazione del nuovo governo fascista
repubblicano da parte di Pavolini è stata una tragicommedia piena di intrighi
disgustosi per i posti e le occulte rivalità”.[1]
Emersero le situazioni a Roma che si erano annunciate al Quartier generale del
Fuhrer a metà settembre in cui il gruppo dei gerarchi, appoggiato da quel o
quell’altro ministro tedesco, tutti tesi ad ingraziarsi i favori del Duce ed
acquisire la sua fiducia, ognuno vantandosi anche a sproposito di avere notizie
e conoscenze fondamentali soprattutto nell’atteggiamento tedesco, da cui
dipendeva tutto. Mussolini non riuscì a dominare tutto questo, anzi lo favoriva
nel solco delle esperienze precedenti. Sarà una caratteristica della Repubblica
Sociale questa lotta fra gerarchi che non solo la indebolirono ma la
screditarono ancor più agli occhi dei tedeschi. La stessa posizione del Duce ne
ebbe conseguenze disastrose in termini di immagine e di credibilità. L’aver
convinto il maresciallo Graziani ad assumere il dicastro della Difesa, secondo
Rahn, sollevo di non poco il prestigio del nuovo governo, anche se questo poi
si rileverà un altro fattore di debolezza e di dissidio.
Il 23 settembre 1943 Mussolini da Monaco in
volo raggiunse l’aeroporto di Forlì. Qui era atteso dall’ambasciatore Rahn e
dal generale delle SS Wolff, che gli schierò la guardia delle SS, per la resa
degli onori. Detta guardia che per espresso volere di Hitler fu distaccata
presso Mussolini. In pratica fin dal primo momento del suo arrivo in Italia un
plotone di SS controllava tutti i movimenti e le azioni di Mussolini ai diretti
ordini di Wolff. Questo plotone seguirà Mussolini fino a Dongo, il 27 aprile
del 1945 e non lo lascerà un solo istante.
La nascita della Repubblica
Sociale può essere fatta risalire al 23 settembre, giorno in cui Mussolini
arrivò in Italia, oppure al 27 settembre, giorno in cui Mussolini convocò il
primo Consiglio dei Ministri alla Rocca delle Camminate. In questo arco di
tempo Mussolini ebbe modo di farsi un quadro definitivo ed esaustivo del
collasso sia del Partito Nazionale Fascista a luglio sia a seguito della crisi
armistiziale. Il nuovo Stato aveva teoricamente giurisdizione nelle provincie
centro-settentrionali, ma era senza capitale, in quanto Roma era stata dichiara
dai tedeschi territorio operativo e quindi sotto il loro totale controllo,
senza un esercito ovvero senza forze armate, senza una amministrazione civile,
con una minaccia reale a sud dall’azione delle forze alleate. Ma la cosa più
grave era che vi era la presenza di armate di un alleato, quello tedesco, tanto
potente quanto scettico i cui organi civili e militari occupavano in realtà
tutto il territorio del nuovo Stato, emettendo moneta propria, requisendo
fabbriche e installazioni e dando ordini alle autorità civili italiane ancora
esistenti.
Le decisioni adottate nel primo
Consiglio dei Ministri sono i primi passi della Repubblica Sociale Italiana, e
non furono tutti felici. Mussolini non ebbe successo presso i tedeschi ad avere
Roma come capitale del nuovo stato; Roma godeva dello status di “Città Aperta”
ma era anche vitale come immediata retrovia del fronte meridionale tedesco. Il
non aver avuto Roma come capitale simboleggiava agli occhi degli italiani lo
sfacelo dell'Italia son solo come entità territoriale, ma anche come entità
storica. Come poteva nascere un nuovo Stato di unità nazionale senza la
capitale storica. Si dovette ripiegare su un'altra località, possibilmente
vicina al Quartier generale delle forze tedesche che era a Belluno. Nei giorni
seguenti furono trovate soluzioni vari ed alla fine gli organi del nuovo stato
si trasferirono al nord e Mussolini fisso la sua residenza a Villa Feltrinelli
a Salò, sulla riva occidentale del lago di Garda. Da qui l’appellativo di
Repubblica di Salò dato al nuovo Stato. Gli altri ministeri trovarono sede in
città limitrofe, tra cui Brescia, Venezia, Mantova ecc. In pratica la
Repubblica Sociale Italiana non ebbe una concentrazione in un luogo geografico
di tutti i suoi organi, ovvero una capitale. Il fatto che non fu scelta Milano,
sfruttando il sempre esistente dualismo tra questa città e Roma, sottolinea
ancora una volta il reale potere che Mussolini deteneva nel settembre del 1943.
Ribbentrop diede subito istruzioni
ai Paesi della coalizione hitleriana di riconoscere ufficialmente il nuovo
governo italiano. Aderirono la Romania, la Bulgaria, la Croazia, la Slovacchia.
L’Ungheria dopo forti pressioni tedesche ed infine anche il Giappone per dare
ancora una parvenza al Tripartito. Fra i neutrali i tedeschi non ebbero
successo. Soprattutto Franco, il fascista dittatore spagnolo fu brutale: ebbe
modo di dire che Mussolini era solo un’ombra ed il suo potere si basava solo e
solamente dove c’erano truppe tedesche. La gratitudine non era la maggior virtù
del dittatore fascista spagnolo.
Il 29 settembre in un colloquio
con Rahn, Mussolini espresse l’opinione che la situazione era disperata e che
lui non vedeva alcuna via d’uscita. Una ipotesi poteva essere quella di
convocare una Assemblea nazionale al più preso in cui chiamare autorità locali,
veterani fascisti, i rappresentanti dei lavoratori e dei contadini, e uomini di
buona volontà per trovare una soluzione. È l’idea del Congresso di Verona.
sabato 29 febbraio 2020
La Coalizione Hitleriana. La Repubblica Sociale Italiana 1
I giorni che seguirono l’arresto
di Mussolini dopo le decisioni del Gran Consiglio del Fascismo furono
utilizzati dal Governo Badoglio per smantellare tutta la struttura creata dal
fascismo dal 1922 al 1943. Con tre Decreti Reali fu sciolto il Partito
Nazionale Fasciata, tutti i suoi beni incorporati dallo Stato, fu sciolta la
Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale che fu incorporata nell’Esercito,
furono abolite tutte le leggi che davano ad esponenti del Partito una qualche
forma di rappresentanza e trasferite alla organizzazione statale. Il fascismo
era stato cancellato. Nessuno si oppose a queste decisioni. Perfino il capo
della Milizia, gen. Galbiati, si presentò a Badoglio e giurò lealtà e fedeltà al
nuovo governo. Nel suo primo incontro con i gerarchi superstiti il 15 settembre
in Germania ebbe a dire:
“La vostra opera è degna di lode. Bisogna
però camerati cominciare da zero anzitutto nel campo politico, militare e
sociale. Nel campo politico, dopo quello che è successo, la monarchia è
squalificata. Nel campo militare bisogna procedere alla ricostruzione specie
dell’aviazione. Nel campo sociale bisogna essere capaci finalmente e
decisamente di rivolgersi al popolo. Oggi vi è possibile compiere questo
programma nel quale io per moltissime ragioni, di cui molte a voi ignote, ho
fallito”.[1]
Ammissione di totale fallimento di un regime pluriventennale da parte del suo
capo. Questa constatazione è presente anche in Mussolini durante gli incontri
con Hitler e con i massimi esponenti nazisti, in cui furono esaminate le future
relazioni italo-tedesche, in cui appare in tutta la sua evidenza che il regime
che era stato da lui impersonato non esisteva più. L’unica cosa che
sopravviveva era il legame personale che Mussolini aveva con Hitler, che ancora
aveva fiducia in lui, lo ammirava e gli faceva delle aperture di credito
politiche di tutto rispetto, anche se le riserve sul fascio in Hitler erano
molto forti.
Nell’ambiente militare tedesco,
specialmente Keitel e Rommel, si era del parere di occupare militarmente
l’Italia e gestirla in modo diretto; questo orientamento era comune alla
stragrande maggioranza dei ministri e dei responsabili tedeschi che avevano
perso ogni fiducia negli esponenti fascisti, soprattutto per il loro
comportamento nelle vicende del 25 luglio, soprattutto per quelli che si
ergevano ora a paladini del fascismo, come Pavolini, Ricci, Farinacci,
Preziosi, Buffarini ed altri ma che nelle ore cruciali di luglio erano scappati
e non trovarono altra soluzione che rifugiarsi in Germania. In quegli incontri
grazie all’appoggio di Hitler, Mussolini parlava di ricostruire uno Stato fascista,
un nuovo esercito, una nuova economia, con una rottura totale non solo con la
monarchia, ma anche con quegli elementi del fascismo stesso che agli occhi del
Duce avevano tradito. Ricostruzione e vendetta dovevano procedere di pari
passo.
In questi colloqui a metà settembre nel
Quartier generale del Fuhrer si hanno in nuce tutte le costanti del nuovo stato
che si voleva costituire in Italia: appoggio personale di Hitler a Mussolini ed
ammirazione per la sua figura, totale sfiducia nel fascismo e nei suoi
esponenti, condivisa da quasi tutti i suoi collaboratori, rottura totale con il
passato e vendetta, alla tedesca e non all’italiana, verso i traditori, totale
emarginazione sulle scelte relative alla guerra ed alla politica estera
generale. Il nuovo stato sarebbe stato un satellite nella coalizione
hitleriana, e doveva contribuire allo sforzo bellico tedesco nei modi e nei
termini richiesti dai responsabili tedeschi in Italia.
[1]
Deakin F.W., Storia della Repubblica di
Salò, Torino, Giulio Einaudi Editore 1963. pag. 547. Questo è uno dei testi
di riferimento per ricostruire i termini e gli eventi della Repubblica di Salò
che porremo a base di questo compendio e che si consiglia di consultare ed
ampliare quanto da noi scritto per avere una cognizione più dettaglia di che
cosa è stata la Repubblica Sociale Italiana.
lunedì 17 febbraio 2020
Un omaggio al mre
“BANDIERE SUL MARE”
11a EDIZIONE DELLA MOSTRA
PRESSO LA CAPITANERIA DI PORTO DI ANZIO
Undicesima edizione per la mostra “Bandiere sul mare” inaugurata
nella mattinata di giovedì 16 gennaio presso l’Ufficio Circondariale Marittimo
- Guardia Costiera di Anzio. L’evento ha aperto le celebrazioni del 76° anniversario
dello Sbarco di Anzio. La mostra accoglie cimeli, foto e uniformi della seconda
guerra mondiale ed è organizzata dall’Associazione “Warriors ad Anzio” in
collaborazione con l’Ufficio Circondariale Marittimo di Anzio, il Luogotenente
in congedo Domenico Tenace, l’Ufficio Comunicazione Istituzionale e Promozione
Turistica del Comune di Anzio; sarà aperta ad ingresso libero fino a domenica
26 gennaio (orari 9-12; 15-18).
Il taglio del nastro è avvenuto alla presenza del Comandante della
Guardia Costiera di Anzio, Tenente di Vascello (CP) Luca Giotta, del Sindaco di
Anzio Candido De Angelis, delle Autorità civili e militari e di associazioni
del territorio.
All’accoglienza dei visitatori, in un’interessante esperienza di
alternanza scuola-lavoro, quattro studenti del Liceo “Chris Cappel” di Anzio:
Alessandro Pupo, Enrico Maria Iodice, Damiano Fiorini, Francesco Palumbo.
L’Associazione “Warriors at Anzio” presieduta da Giuseppe Tulli
nasce nel 2000 ed ha all’attivo numerose mostre organizzate con successo
portando al pubblico un’importante collezione di cimeli, “tutto rigorosamente
originale”, come sottolinea Tulli. Materiale proveniente anche da donazioni di
veterani e privati, come nel caso dell’uniforme donata all’associazione dalla
famiglia dell’Ammiraglio Ubaldo Diciotti, Comandante delle Capitanerie di Porto
nella seconda guerra mondiale. A seguito di questa donazione nacque l’idea di
utilizzare come location espositiva la Capitaneria di Porto, progetto che si è
realizzato a partire dal 2009 ad Anzio grazie all’interessamento del
Luogotenente Domenico Tenace ed alla disponibilità dei Comandanti che si sono
succeduti negli anni .
( foto Elisa Bonacini)
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