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venerdì 2 settembre 2016

Integrazione europea: è necessario procedere?

Unione europea
Allargamento nei Balcani: quo vadis?
Valbona Zeneli
11/09/2016
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L'integrazione europea dei Balcani occidentali sembra essere evanescente e si muove tra le celestiali promesse politiche e la realtà terrena. È evidente a tutti che esista un consenso comune secondo il quale l'unico progetto fattibile per raggiungere una vera stabilità e una certa prosperità nei Balcani sia l'integrazione di questi paesi con l'Unione europea, Ue.

Sebbene siano stati fatti molti passi in avanti, il completamento del "Progetto europeo" in questa regione viene minacciato costantemente da grandi sfide.

L'Europa è immersa completamente nei suoi problemi ed è impegnata nell’affrontare le crisi economiche e politiche, sconvolta ancora dalla “Brexit”, cercando di far fronte alla questione migratoria.

Nonostante il caos attuale, i paesi dei Balcani occidentali non hanno ancora perso il loro interesse per l'Ue: infatti, pazienti si mettono in fila per diventare membri di questa famiglia. D'altro canto, nonostante un certo livello di "enlargment fatigue" tra diversi membri, l'Ue sta cercando di mantere viva la politica di allargamento.

“Europeizzare” una regione divisa da differenze sostanziali tra i Paesi che vi fanno appello - come le economie in stato di sviluppo, le istituzioni deboli e la società civile poco rappresentata - non è facile. Il raggiungimento di tale obiettivo si qualificherebbe come una grande prova di affidabilità e capacità per l’Ue.

Enlargment fatigue
La politica di ampliamento, una priorità fondamentale dell'Ue dall’inizio degli anni novanta dopo la caduta del muro di Berlino, è stata ampiamente riconosciuta come il più potente strumento della politica estera dell’Ue. Iniziata come un gruppo di sei Paesi, è ora sede di una popolazione di oltre 500 milioni. Otto paesi sono ancora in attesa di entrare a fare parte di quest’associazione, mentre uno dei Paesi più importanti dell'Ue stessa, il Regno Unito, ha deciso di chiedere il divorzio.

Nonostante le numerose critiche, il successo della politica d’allargamento è innegabile. Mentre si è tentato di giustificare i sette turni di allargamento con motivazioni tra le più varie, in primis geografiche, ma anche politiche ed economiche, la ragione principale è rimasta la stessa: la sicurezza europea. Eppure allo stato attuale delle cose quest’ultima sembra essere data per scontata.

Dodici anni dopo l’"unificazione storica" d'Europa nel maggio del 2004 con dieci nuovi membri, la prospettiva sull'allargamento sembra cambiata. Lo scetticismo popolare è aumentato, raggiungendo il 53% dei cittadini dell'Ue che oggi si oppongono a gran voce contro qualunque ulteriore ampliamento della coalizione.

Molti sostengono che la "fatica di allargamento" ha avuto origine nel 2007 dopo l'adesione di due nuovi paesi, Bulgaria e Romania, momento nel quale l'Ue avrebbe raggiunto la sua "capacità d’assorbimento". Di contro, il processo di espansione ha iniziato ad affievolirsi con il fallimento del progetto costituzionale dell'Unione, seguito dal “no” espresso attraverso i referendum in Olanda e in Francia.

Gli ultimi allargamenti, 2004 e 2007, hanno ulteriormente aumentato la diversità all’interno della Ue. Come un maremoto sono sopraggiunte la crisi economica, quella dei migranti e infine la Brexit.

Il sogno europeo continua
I Paesi dei Balcani occidentali (Albania, Bosnia-Herzegovina, Macedonia, Serbia, Montenegro e Kosovo), tutti in fila per aderire all’Unione, non sono certo privi di problematiche. Nonostante il progresso raggiunto negli ultimi anni, questa regione soffre ancora il brutto sapore degli eventi spiacevoli degli anni novanta, quando la divisione nazionalista ed etnica ha sostituito le ideologie comuniste del passato.

Il livello della democrazia, lo stato dell'economia di mercato, la situazione politica e lo stato del diritto rimangono preoccupanti. Diversi dubbi sono stati sollevati per il fatto stesso che la democrazia in questi Paesi si sia evoluta più che altro in una guerra di potere tra i politici, creando un divario, forse insanabile, tra le élite e i cittadini.

Le nuove istituzioni della libera economia di mercato sono state compromesse dall’alto livello dell'economia informale e dall'ampliamento delle disparità economiche e sociali. La criminalità organizzata e la corruzione rimangono pesanti sfide da affrontare.

La povertà e l’alto tasso di dissoccupazione rimangono tra le questioni più cogenti per la popolazione. Anche se il reddito pro-capite è quasi raddoppiato negli ultimi due decenni, il livello medio regionale rimane basso: solo il 36% del reddito dei Paesi Ue. L’integrazione nell’Ue è considerata come lo strumento migliore per avvicinarsi economicamente agli altri Paesi occidentali.

La Croazia e poi?
Le dichiarazioni scoraggianti su un prossimo allargamento dell'Ue verso i Balcani occidentali non mancano. Eppure, il sostegno europeo alla regione non è venuto meno. Infatti, nel 2014 la cancelliera Angela Merkel ha rinnovato la “Prospettiva europea” della Regione, con l'obiettivo di rafforzare la partnership con la Ue nell’intento generale di dare avvio a varie riforme.

Negli ultimi tempi la cosidetta "fatica d’allargamento" sta diventando parte integrante dei discorsi politici degli esponenti dei governi dei Balcani occidentali, utilizzata come una via di fuga per il mancato progresso, non facendo tuttavia cenno al fatto che ciò è dovuto principalmente alle mancate riforme e alle difficoltà strutturali dei candidati attuali incapaci di soddisfare i criteri di adesione. Il successo sarà determinato dall’impegno reale degli attori polici domestici. L’adesione della Croazia nel 2013 rimane un esempio positivo.

Nondimeno, l'invio di messaggi poco stimolanti da parte dell’Ue ai Balcani creerebbe una conseguenza non voluta, ovvero “l’affaticamento dalle riforme”. Ciò potrebbe favorire il regresso della Regione, politico e democratico, creando instabilità non solo nei Balcani, ma in tutta l’Europa. I cittadini potrebbero nel tempo perdere la speranza nel “Progetto europeo”. Si tratta, quindi, di una prova concreta di credibilità per tutta l’Unione europea.

Valbona Zeneli è professore di national security studies e direttore di Black Sea Eurasia Program presso il George C. Marshall European Center for Security Studies. Le opinioni espresse sono personali dell’autore e non rappresentano le opinioni del Department of Defense, the George C. Marshall European Center for Security Studies, o dei governi degli Stati Uniti o della Germania.

mercoledì 31 agosto 2016

Aggiornamento: Note a margine

Siria e Iraq
Recuperare una logica strategica
Giuseppe Cucchi
09/09/2016
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Sin dall'infanzia la nostra visione viene instradata su un sistema binario, in bianco e nero: il Bene ed il Male, l'Occidente e l'Urss, senza tenere in conto le infinite sfumature che il mondo ci offre. Nella crisi siriana abbiamo identificato il “cattivo” nel Presidente, Bashar al-Assad.

Abbiamo quindi scelto come “buoni” i ribelli sunniti, cercando di dimenticare i loro legami di ogni tipo con l'estremismo islamico più spinto. Abbiamo anche falsato la verità dei fatti, indicando gli alawiti - la setta sciita cui appartiene la famiglia degli Assad - come l'unica minoranza che sosteneva il dittatore, dimenticando come al suo fianco si fossero schierate quasi tutte le minoranze religiose od etniche del paese, curdi, yazidi, cattolici, caldei, ismailiti, drusi, maroniti eccetera: un rifiuto corale di aderire al campo sunnita che avrebbe dovuto farci comprendere l’ambiguità di questi ultimi!

Non ci siamo neanche curati di valutare il grado e la natura del coinvolgimento di potenze regionali come la Turchia, l'Arabia Saudita, il Qatar, l'Egitto e l'Iran , nonostante esse avessero dimostrato sin dall'inizio di nutrire ben pochi scrupoli.

Poi siamo stati costretti a pensare
Quattro episodi ci hanno costretto a riflettere.

In primo luogo la vicenda dell'uso di armi chimiche, attribuito sin dall'inizio tutto ad Assad nonostante sapessimo da anni che colpire i propri sostenitori uno stratagemma usato dall'estremismo islamico sunnita, come abbiamo visto in Bosnia, Kosovo ed altri campi di battaglia. Oggi, le accuse di uso di gas nervino sono rivolte, più o meno alla pari, al campo governativo ed ai ribelli delle fazioni più estreme.

Il secondo elemento è stato la travolgente irruzione del Califfato, che ha integrato la crisi irachena e quella siriana, puntando sulla impossibilità che macroregioni a maggioranza sunnita accettassero dominazioni settarie sciite, per di più spesso gestite con suicida ottusità. Inoltre, la scelta dei terroristi, da Daesh ad al-Qaida, di colpire sia in Medio Oriente che in Europa, ci ha costretto a riconoscere il nostro coinvolgimento diretto nel conflitto.

Il terzo episodio è stato la firma dell'accordo nucleare con cui l'Iran, cessando di essere un "rogue state", viene riaccettato come membro del cosiddetto consorzio delle potenze civili. Un cambiamento che produce effetti maggiori in Iraq, ma che può fortemente influenzare anche il fronte siriano. Si è iniziato così a parlare, tra l’altro, di un possibile periodo di transizione, con Assad ancora al potere a Damasco, ammorbidendo il drastico rifiuto delle posizioni iniziali.

Ed infine, il quarto, c’è stato l'intervento in teatro delle forze russe. Si ripropone così una dialettica russo-americana, con Mosca in posizione pro sciita e Washington in atteggiamento pro sunnita in Siria, mentre in Iraq le cose rimangono confuse.

Nell'immediato, la decisione russa ha consentito a Putin di salvare e consolidare l'acquisizione - che probabilmente non sarà a titolo temporaneo - della base aerea di Latakia: una presenza mediterranea che l'adesione del Montenegro alla Nato aveva resa molto precaria. Inoltre essa accresce l’interesse occidentale ad un eventuale accordo con Mosca che metta in seconda fila il contenzioso ucraino. La posizione russa è resa più forte dal suo accentuato realismo: essa punta infatti ad un ripristino totale della prevalenza alawita soltanto in quella fascia del paese, più prossima al Libano, dove gli sciiti e le altre minoranze siriane sono sempre state tradizionalmente dominanti.

Le potenze regionali si riposizionano
Tutti questi eventi hanno ridefinito le politiche delle potenze regionali. Basti ricordare che è stata la presenza dei Pasdaran iraniani in Iraq a conferire un minimo indispensabile di solidità alle milizie più o meno regolari e più o meno confessionali del Governo in carica, consentendone la controffensiva vittoriosa. Similmente, le truppe di Assad, godono dell’appoggio di Hezbollah libanesi, sempre pilotati da Teheran.

In campo sunnita, l'Egitto sembra avere rinunciato ad ogni aspirazione di presenza medio orientale per concentrarsi invece su uno scenario libico in cui il Generale Haftar si sta impegnando a fondo per arrivare ad una Cirenaica indipendente e satellite del Cairo.

Dal canto loro, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti continuano invece in una politica ambigua, che da un lato appoggia formazioni di vario tipo che si oppongono alle forze di Assad, mentre dall'altro nulla di efficace fa per arrestare il flusso di finanziamenti che da tutta la Penisola arabica alimenta il Califfato.

Tante sfaccettature per Erdogan
La situazione più complessa rimane quella della Turchia. Da anni il presidente Erdogan sta infatti giocando nell'area un ruolo tanto articolato e complesso che definirlo machiavellico risulterebbe forse riduttivo. All'inizio egli sembra aver sostenuto in varie forme il Califfato nell'idea, forse, che esso potesse risultare utile per affermare l’impossibilità della convivenza fra sciiti e sunniti in Siria ed in Iraq. Se un tale disegno si fosse imposto, dicono gli esegeti di questa tesi, non sarebbe risultato difficile ad Ankara ed alle sue truppe eliminare i tagliagole del Califfo con un rapido blitz, consentendo ai turchi di installare ai loro confini un utile stato satellite sunnita.

Ma le cose non sono andate così. Ogni tentativo di Erdogan di coinvolgere più a fondo l'Occidente cercando di far apparire la Turchia, in sede Nato, come un paese a rischio di imminente aggressione si è scontrato con il fondato scetticismo degli altri paesi membri. Poi le denunce russe hanno evidenziato vari livelli di collusione turca con Daesh, ivi compresi quelli riguardanti la famiglia stessa del Presidente. Infine, il tentativo di colpo di stato militare turco e la conseguente repressione di Erdogan hanno aumentato a dismisura le diffidenze occidentali nel confronto di Ankara.

Ma soprattutto decisivo si è rivelato il fatto che i curdi si siano progressivamente evidenziati, tanto in Iraq quanto in Siria, come quegli indispensabili "boots on the ground" che l'America ed il resto dell'Occidente cercavano. Ciò impensierisce particolarmente Ankara, che ben sa come la creazione di un eventuale stato curdo esteso lungo la linea di frontiera turco siriana e comprendente anche il Kurdistan iracheno eserciterebbe una forte attrazione fatale, difficilmente contenibile, sulla minoranza curda del sud della Turchia.

Per questo infine Ankara è intervenuta direttamente in Siria, occupando all'ultimo momento possibile alcune città di confine onde evitare che le forze curde potessero unire le loro enclaves e dare soluzione di continuità ad una fascia di occupazione che domani potrebbe trasformarsi nell'embrione di uno stato. Ovviamente la recente mossa turca, che gli Usa hanno sostenuto ma palesemente a malincuore, potrebbe essere destinata a ritardare ulteriormente un accordo risolutivo.

Il difficilissimo accordo
Ci sono segni di come molti dei principali protagonisti comincino a ritenere che eventuale continuazione delle ostilità sarebbe controproducente. Alcuni dei risultati principali sperati appaiono ora quasi a portata di mano. Aleppo sta per cadere, e ciò porterebbe Assad e la Russia a disporre del territorio di cui avevano bisogno per costruire la nuova Siria. Sotto i colpi che gli vengono inferti da tutte le parti Daesh barcolla, ed è facile prevedere come la sua presenza in Siria ed Iraq possa essere eliminata nel giro di meno di un anno - fatto che dovrebbe soddisfare il nuovo Presidente statunitense, chiunque egli od ella sia. Anche l'Iran appare orientato a considerare come decisiva la riconquista delle ultime città irachene in mano ai ribelli.

Questo significa che la pace potrà tornare a regnare nell'intera area? Difficile, considerati tre problemi che rimarranno aperti. Il primo consisterà nella tentazione del Califfato di recuperare attraverso attentati in Europa la forza d'attrazione sulle masse islamiche che gli verrà sottratta dalla sconfitta medio orientale.

Il secondo si concretizzerà nella ricerca di una soluzione equa che consenta alle aree sunnite della Siria e dell'Iraq di convivere in qualche modo, o all'interno di stati federali o in stati confinanti, con quelle sciite. Infine ci sarà da far digerire in qualche modo alla Turchia l'idea che la nascita di un focolare nazionale curdo sia divenuta ormai inevitabile.

Ce ne è abbastanza da far tremare le vene ai polsi, nonché da far ripartire di piena lena il caos medio orientale, magari anche con intensità superiore alla precedente. È proprio per questo che noi dell'Occidente dovremmo mantenerci uniti nel procedere nel programmare e nell'agire. E se necessario anche nell'imporre!

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.

venerdì 26 agosto 2016

Ricerca parametrale n. 262. Notizie deò 20 agosto 2016

Oggetto Newsletter : Italia in Libia, i tempi della Brexit, Rio2016
Newsletter n° 462 , 20 agosto 2016

La premier britannica Theresa May non ne fa mistero,
 parlando con i colleghi europei: Londra non attiverà la
 procedura di uscita dall'Ue prima dell'anno prossimo.
 L'obiettivo per la conclusione del negoziato sulla Brexit è
 il 2019. Una tempistica a rilento che farebbe comodo anche
 a Berlino e Parigi, dove Angela Merkel e François Hollande
 sono attesi da complicati test elettorali. Mentre in Libia le forze
 fedeli al governo di unità nazionale consolidano la presa 

di Sirte, dopo aver ricevuto il sostegno dall'alto dei raid
 statunitensi, l'Italia sta a guardare: riuscirà a rivendicare 
un ruolo guida nel futuro libico? Il Brasile, intanto, si prepara

 a salutare le Olimpiadi: una prova tutto sommato superata

, in un paese in piena crisi istituzionale. E a Rio ci si interroga 
sul futuro delle tante infrastrutture messe in piedi per i Giochi. 

lunedì 22 agosto 2016

Ricerca Parametrale n. 460. Notizie del 3 agosto 2016

Oggetto Newsletter : Turchia, Olimpiadi Rio, Usa2016
Newsletter n° 460 , 3 agosto 2016

Quasi ventimila turchi di Germania sono scesi in piazza 
a Colonia per manifestare il loro sostegno al presidente 
Erdogan, che, rafforzato dallo sventato golpe di metà luglio, 
intavola un nuovo braccio di ferro con l'Europa sui migranti. 
Negli Stati Uniti intanto, mancano meno di 100 giorni al voto
 per le presidenziali: le campagne elettorali di Trump e della
 Clinton entrano nel vivo, ma i media non fanno che ripetere
 gli opposti slogan. Le Olimpiadi di Rio, al via venerdì, daranno
 tregua all'agenda internazionale? Per il momento, non ci
 riescono neppure in casa, in un Brasile scosso dalla crisi
 economica e dall'instabilità politica.

Ricerca parametrale n. 459. Notizie del 29 luglio 2016

Oggetto Newsletter : Banche, Riforma costituzionale, Turchia
Newsletter n° 459 , 29 luglio 2016

Attesa per oggi la pubblicazione degli stress test dell'autorità
 bancaria europea che simulano l'impatto di 
scenari negativi sulla liquidità e il capitale delle 
banche Ue. Un appuntamento particolarmente 
interessante per l'Italia, mentre il governo assicura
 che il salvataggio del Monte dei Paschi arriverà dal 
mercato. Roma proverà a vincere il braccio di ferro
 con Bruxelles e Matteo Renzi a convincere gli italiani
 che la riforma costituzionale è necessaria anche
 per dare un nuovo corso ai rapporti con l'Ue: ci riusciranno?
Non solo economia e nuova governance: l'estate calda dell'Ue
 vede sul tavolo anche il dossier turco, con le continue 
repressioni del presidente Erdogan all'indomani del fallito 
colpo di Stato, e l'allarme terrore fra Europa e Medio Oriente.

lunedì 1 agosto 2016

Ricerca Parametrale n. 458. Notizie del 26 luglio 2016

Oggetto Newsletter : Olimpiadi Rio, referendum migranti, Bail in
Newsletter n° 458 , 26 luglio 2016

L'allarme terrorismo attraversa l'Europa e arriva sino
 in Sudamerica, alla vigilia dell'inizio delle Olimpiadi di 
Rio de Janeiro: alcuni brasiliani arrestati e attenzione alta
 sui Giochi. Nel Vecchio continente, anche la Germania si 
scopre nel mirino: tre attacchi in una settimana hanno messo
 a nudo l'imprevedibilità delle minacce, mentre Berlino potenzia
 la macchina della difesa. Un nuovo referendum, intanto, 
minaccia la tenuta dell'Ue: a ottobre, gli elettori ungheresi
 saranno chiamati alle urne per dire la propria sul piano di
 ricollocamento dei migranti nell'Unione. Una scelta politica 
in violazione del diritto Ue: la Commissione, per ora, sta a guardare; 
l'Italia farà lo stesso o andrà davanti a un giudice?

giovedì 28 luglio 2016

.Ricerca parametrale . 457 Notizie del 22 luglio 2016

Oggetto Newsletter : Usa2016, banche Ue, droni
Newsletter n° 457 , 22 luglio 2016

La convention repubblicana che si è conclusa stanotte 
a Cleveland, in Ohio, ha ufficialmente indicato in Donald
 Trump il candidato alla Casa Bianca del partito che fu di 
Lincoln e Eisenhower. La neopremier britannica Theresa
 May, intanto, sceglie Berlino come prima tappa internazionale,
 in attesa di attivare le procedure di uscita dall'Ue e iniziare
 il negoziato. Il futuro europeo dovrà ripartire da sicurezza
 ed economia, ma Bruxelles riuscirà a dare un primo segnale
 già sulla banche? La questione crediti deteriorati italiani è sul tavolo. 

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giovedì 21 luglio 2016

Ricerca Parametrale n. 456. Notizie del 19 luglio 2016

Oggetto Newsletter : Turchia, politica estera di Renzi, governo in Spagna
Newsletter n° 456 , 19 luglio 2016

È durato appena una manciata di ore il colpo di Stato 
che, in Turchia, ha provato a rovesciare il governo, 
lasciando a terra 290 morti e 1400 feriti: un tentativo
 fallito che rafforza il potere del presidente Racep Tayyp Erdogan. 
Quasi seimila gli arresti fra militari e magistrati. Intanto, 
dopo quasi due anni e mezzo di governo Renzi,
 l'Istituto Affari Internazionali traccia un primo bilancio 
della politica estera dell'Italia: se ne parlerà in
 un convegno giovedì a Roma. L'Ue, impensierita dalla Brexit, lancia la sua Strategia globale e guarda a Madrid: riuscirà la Spagna a formare finalmente un governo dopo 
mesi di incertezza?

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giovedì 14 luglio 2016

Una società che deve essere ristrutturata

Dopo il voto Brexit
Uno sguardo lungo
Giovan Battista Verderame
09/07/2016
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La Brexit è anche una spia della evoluzione in atto nelle nostre società verso una lettura sempre più semplificata della realtà. Attraverso questa lente può essere letto non solo il risultato del referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea, ma anche gran parte degli sviluppi politici negli altri paesi europei.

Stiamo perdendo la consapevolezza della complessità del reale. La vittima prima di questo processo è proprio chi ne viene additato strumentalmente come il protagonista, e cioè il popolo. Si fa sempre più spesso appello al popolo come decisore ultimo e definitivo, ma nei fatti lo si condiziona attraverso una presentazione semplificata della realtà, amplificata dall’uso spregiudicato dei nuovi mezzi di informazione di massa.

Il nesso ineludibile fra scelta e conoscenza si va sempre più allentando, e le conseguenze si vedono. Le società complesse non consentono semplificazioni. Le tensioni che le attraversano possono essere affrontate, nella prospettiva di tenerle almeno sotto controllo, solo con uno sforzo continuo di comprensione delle loro radici più profonde e di ricerca delle soluzioni possibili.

Alimentarle solo per trarne un vantaggio politico immediato non fa che peggiorare le cose. C’è solo da sperare che lo scarto incommensurabile fra questo atteggiamento e le conseguenze che produce, di cui gli inglesi già stanno cominciando a rendersi conto (un tempo si sarebbe parlato delle “dure repliche della storia”), riporti tutti ad un maggior senso di responsabilità nella lettura della realtà che ci circonda.

Dove sono le responsabilità?
Immediatamente dopo che sono stati resi noti i risultati del referendum britannico si è intensificata la caccia al colpevole della disaffezione dei cittadini europei verso il processo di integrazione che quel risultato sembra confermare. Come spesso avviene, la responsabilità viene ricercata in qualcosa di impalpabile. In questo caso l’Europa. Ma cosa è l’Europa se non quello che i leader dei paesi europei hanno voluto che fosse?

Chi è responsabile della sindrome da invasione che si è diffusa nei nostri paesi e che, agitata ancora una volta strumentalmente, ha pesantemente condizionato l’esito del referendum britannico? Chi ha finora impedito qualunque tentativo di ridistribuzione dei migranti a livello europeo, rendendo ingestibile il fenomeno da parte degli stati di prima linea e suscitando le reazioni delle popolazioni coinvolte?

Chi ha imposto sinora una lettura grettamente ragionieristica delle regole dell’euro? Chi è responsabile del clima di sfiducia che grava sulle prospettive di completamente dell’Unione monetaria? A chi deve essere attribuita la responsabilità della paralisi di ogni prospettiva sovranazionale nella conduzione del processo di integrazione?

C’è una profonda slealtà nelle accuse che alcuni leader europei rivolgono oggi alla Commissione ed al suo presidente. Se c’è un organismo, a parte la Bce, che per fortuna agisce in un quadro compiutamente federale, che ha dimostrato di saper interpretare politicamente l’euro e le sue regole, quello è la Commissione, e non certamente il Consiglio europeo.

Ma la colpa di tutto viene addossata oggi a Juncker, mentre i membri del Consiglio europeo continuano caparbiamente a rivendicare la guida di un processo troppo spesso appesantito, al limite dell’inefficacia, dalla considerazione prevalente di interessi di corto raggio.

Che fare oggi con gli inglesi? Purtroppo in questa fase sono loro a condurre il gioco. Non abbiamo alcuna possibilità di intervenire sulla procedura attraverso la quale la Gran Bretagna dovrà trarre le conseguenze degli esiti del referendum.

I tempi di presentazione della richiesta di uscire dall’Unione saranno quelli che le Istituzioni britanniche decideranno, e per quanto preoccupati noi si possa essere per la prospettiva che l’attuale situazione di sospensione si prolunghi ancora per qualche mese, non potremo fare altro che subirla.

Esattamente il contrario di quanto sarebbe oggi necessario. In ogni caso, quando il negoziato sulle condizioni del recesso potrà partire (auspicabilmente presto) bisognerà condurlo con molta fermezza: se vorranno recuperare i molti vantaggi che ricavavano dall’appartenenza al mercato interno, gli inglesi dovranno accettarne tutte le componenti, a partire dalla libertà di circolazione delle persone, non più appesantita dalle irresponsabili concessioni che il Consiglio europeo era pronto a fare loro purché rimanessero nell’Unione. E questo anche come profilassi per eventuali tentazioni analoghe da parte di altri paesi.

Un futuro meno confuso?
Ma soprattutto, che fare oggi dell’Europa? È ormai chiaro che l’attuale sistema non produce i risultati voluti con la rapidità necessaria. Oggi parlare di rilancio e di rinnovamento dell’Europa significa ancora una volta girare attorno al vero problema: nessuno dei fattori che hanno sin qui reso impossibile la condivisione dei flussi migratori, o che hanno alimentato la diversità di approccio alla maggior parte dei problemi che si pongono all’azione comune sparirà per incanto dopo che la Gran Bretagna sarà uscita dall’Unione. E questo vale anche per la mistica dei fondatori.

Bisogna ormai ripensare il rapporto fra gli stati nazionali e la struttura sovranazionale, riducendo al massimo il peso dell’intergovernativo e accrescendo la partecipazione popolare all’azione delle istituzioni non mediata dai canali nazionali di rappresentanza.

Si riprende a parlare di unione politica, ed è questo uno degli effetti positivi del risultato del referendum inglese. Ma un’unione politica che continuasse ad esprimere lo stesso tasso di intergovernatività che caratterizza la struttura attuale dell’Unione sarebbe una contraddizione in termini, che o si tradurrebbe nell’imposizione della volontà del più forte o sarebbe destinata ad essere bloccata, se non dai veti incrociati, certamente dalle resistenze e dalle ambiguità degli uni o degli altri.

La forza delle Istituzioni sta proprio in questo: nella loro terzietà, tanto più autorevole in quanto sorretta da una autonoma legittimazione democratica. Quanti oggi, anche tra i fondatori, sono veramente consapevoli delle implicazioni istituzionali dell’unione politica e sono disposti ad uscire dal paradigma attuale per intraprendere un cammino in senso veramente federale?

Giovan Battista Verderame è Ambasciatore d’Italia.

Ricerca Parametralen. 454. Notizie del 12 luglio 2016

Oggetto Newsletter : Vertice Nato, Italia-Egitto, Brexit
Newsletter n° 454 , 12 luglio 2016

Bastone e carota con la Russia, piccoli passi per garantire
 stabilità nel Mediterraneo, nuovo slancio nella cooperazione
 con l'Ue. Fra le conclusioni del vertice Nato di Varsavia,
 anche il prolungamento oltre il 2016 della missione in
 Afghanistan: un contingente di 12mila unità (di cui circa
 mille italiane) continuerà ad assistere le forze locali nel
 contrasto di talebani e jihadisti. Londra ha garantito che
 la Brexit non metterà in pericolo la centralità britannica 
nell'Alleanza, mentre gli effetti del referendum si fanno
 sentire anche all'interno di partiti sempre più dilaniati 
nella corsa alla leadership. Tra Egitto e Italia, intanto, 
il clima non si rasserena e i nuovi ambasciatori restano 
in attesa di partire. 

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 recensioni di novità librarie, notizie in tempo reale 
dall'agenzia AGI e lo Speciale su Brexit e futuro dell'Ue. 

sabato 9 luglio 2016

Ricerca Parametrale n. 453 Notizie del 8 luglio 2016

Oggetto Newsletter : Rapporto Chilcot, Brexit, Immigrazione
Newsletter n° 453 , 8 luglio 2016

Non solo Brexit: Londra è tornata nell'occhio del ciclone con la
 pubblicazione del rapporto della commissione 
Chilcot sulla partecipazione della Gran Bretagna
 alla guerra in Iraq: fu un intervento militare "deciso
 in maniera precipitosa e in presenza di una minaccia 
non imminente". Nel Regno Unito, intanto, continua
 il dibattito sugli effetti, i rischi e le tempistiche dell'uscita
 dall'Unione europea, mentre nei Balcani c'è chi - Serbia in testa
 - confida ancora nel processo di integrazione. Riuscirà l'Ue a
 reinventarsi a partire dalla gestione dei flussi
 migratori e a vincere la sfida dell'integrazione? 

Ricerca Parametrale n. 452. Notizie del 5 luglio 2916

Oggetto Newsletter : Brexit, sicurezza aeroportuale,
 Italia-Russia
Newsletter n° 452 , 5 luglio 2016

Mentre gli Stati Uniti si preparano alle convention di 
fine mese e celebrano i 240 anni dalla dichiarazione 
di indipendenza dalla Gran Bretagna, Londra deve
 fare i conti con il suo addio: quello dall'Unione europea. A dieci giorni dal referendum sulla Brexit, i mercati sono usciti dal panico e i listini sono tornati vicini ai livelli pre-voto:
 ma per Bruxelles è suonato l'ultimo appello. Si riuscirà 
ad evitare il peggio? La Slovacchia, intanto, ha assunto
 la guida del semestre di presidenza del Consiglio dell'Ue, 
mentre dopo l'attentato allo scalo Atatürk di Istanbul ci si 
interroga su quali risposte dare al terrorismo negli aeroporti. 

Ricerca Parametrale n. 451 Notizie del 1 luglio 2016

Oggetto Newsletter : Dopo Brexit,
Strategia globale Ue, Italia all'Onu
Newsletter n° 451 , 1 luglio 2016

Le istituzioni Ue assecondano i tempi scanditi dal dimissionario
 Cameron: sarà il prossimo premier di Londra ad attivare
 la procedura di recesso, in autunno. Concluso intanto
 il primo informale vertice a 27 mette a punto le ambizioni
 di un'Ue "ridotta": in vista azioni più incisive e coerenti?
 Con priorità fra difesa e immigrazione, la Strategia
 globale dell'Alto rappresentante Federica Mogherini 
- alla cui stesura lo IAI ha dato il suo contributo -
 va in questo senso. Successo diplomatico solo a metà,
 intanto, per l'Italia, che all'Onu deve accontentarsi
 di una soluzione di compromesso con l'Olanda per 
condividere il seggio non permanente al Consiglio di sicurezza.

Ricerca Parametrale n. 450 Notizie del 29 giugno 2016

Oggetto Newsletter : Conseguenze della Brexit,
 Strategia globale per l'Ue, Giordania
Newsletter n° 450 , 29 giugno 2016

Primi appuntamenti istituzionali dopo il referendum sulla Brexit: 
alla Camera dei Comuni di Londra, David Cameron ha confermato
 che non sarà lui, ma il suo successore, ad attivare la procedura di
 fuoriuscita dall'Ue. Quali saranno i passi da intraprendere?
 A Bruxelles, intanto, la sessione straordinaria del Parlamento
 europeo ha confermato che le istituzioni vogliono accelerare
 il divorzio, mentre il Consiglio europeo che si conclude oggi
 proverà a rilanciare da subito l'azione unitaria, a cominciare
 dalla presentazione della Strategia globale dell'Ue.

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martedì 28 giugno 2016

Ricerca Parametrale n. 449 Notizie del 27 giugno 2016

Oggetto Newsletter : Brexit e i tempi del negoziato, Italia-Russia
Newsletter n° 449 , 27 giugno 2016

Vertice a quattro, oggi a Berlino, fra la Merkel, Hollande, 
Renzi e Tusk; sul tavolo, la linea da tenere dopo il risultato 
del referendum britannico e in vista del Consiglio europeo 
di domani e mercoledì: serve un'Unione più forte e ambiziosa. 
La sterlina, intanto, non accenna a riprendersi, mentre banche 
e mercati sono sorvegliati speciali del nuovo avvio di settimana. 
Quali saranno i prossimi passi verso l'addio di Londra all'Ue? 
Cameron temporeggia, dalle istituzioni Ue,
 però, trapela impazienza per delle mosse non rinviabili.

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Ricerca Parametrale n. 448 Notizie del 24 giugno 2016

Oggetto Newsletter : La Brexit si avvera, elezioni Spagna, Italia all'Onu
Newsletter n° 448 , 24 giugno  2016

La Brexit è realtà: ribaltando gli opinion poll rilasciati
 alla chiusura dei seggi, nelle urne della Gran Bretagna
 il 'Leave' surclassa il 'Remain' 52 a 48 per cento. Londra 
avvierà le procedure per uscire dall'Unione europea; 
nel frattempo, i mercati tremano e la sterlina crolla ai minimi
 dal 1985. C'è grande incertezza sul da farsi e sul futuro, 
ma le dimissioni ("dignitose") del premier Cameron 
sono già nell'aria. Esulta il nazionalista Farage dell'Ukip: 
"Oggi è il giorno dell'indipendenza". Ma Bruxelles deve già
 fare i conti con un'altra grana: domenica gli spagnoli
 tornano al voto dopo sei mesi di ingovernabilità. 
Messa a punto l'alleanza con la sinistra massimalista, 
Podemos riuscirà stavolta a portare a casa la vittoria?

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Ricerca parametrale n. 447. Notizie del 23 giugno 2016

Oggetto Newsletter : Speciale Brexit
Newsletter n° 447 , 23 giugno  2016

Stephen Hawking e Joanne Rowling per il 'Remain', 
Michael Caine e Bernie Ecclestone per il 'Leave': 'Hello o 
Goodbye' all'Unione europea? È il giorno della verità nel
 Regno Unito: gli elettori registrati sono chiamati oggi 
alle urne dalle 7 alle 22 per scegliere se rimanere nell'Ue 
o uscirne. Sondaggi e mercati finanziari tiepidamente
 ottimisti per la permanenza. In questi mesi di campagna
 elettorale, AffarInternazionali ha raccolto scenari, 
opinioni, commenti sullo storico voto dei sudditi di 
Sua Maestà. Ne riproponiamo qui alcuni, tratti dal 
nostro più ampio dossier sulla Brexit. 

Per costanti aggiornamenti e commenti sul voto, pote
te ascoltare il nostro Speciale Brexit, IAI con Radio 
Radicale e seguirci su Twitter (@AffInt). 

Ricerca Parametrale n. 446. Notizie del 21 giugno 2016

Oggetto Newsletter : Brexit, vertice Nato, Italia-India
Newsletter n° 446 , 21 giugno 2016

Dentro o fuori: è la settimana della verità per 
il futuro della Gran Bretagna e dell'Ue. Dopo
 la pausa per l'assassinio della deputata laburista 
Jo Cox, la campagna elettorale riprende a ritmi 
frenetici in vista del voto di giovedì. Gli ultimi sondaggi
 danno il 'Remain' in ripresa, ma i mercati continuano
 a tremare: che cosa accadrebbe all'economia 
europea in caso di Brexit? Intanto in Italia 
si riflette sul futuro della relazione con l’India
 dopo la svolta del caso Marò e si firma un
 importante accordo con il Qatar.

A pochi giorni, dal voto sulla Brexit, Affarinternazionali propone
 il suo Speciale sul tema.


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giovedì 23 giugno 2016

Ricerca Parametrale n. 445 Notizie del 17 giugno 2016

Oggetto Newsletter : Brexit, Califfato, Cina/Ue
Newsletter n° 445 , 17 giugno 2016

Se Londra divorzia, misure di austerità all'orizzonte 
e addio al mercato unico. Sono queste le previsioni a
 meno di una settimana dal referendum sulla Brexit. 
Qualora vincesse il 'Leave', si prevede un buco di 30
 miliardi di sterline da sanare incrementando le imposte. 
E dall'altra parte dell'Atlantico, anche la Federal Reserve
 mostra preoccupazioni. Se vince il 'Leave', cosa ne sarà
 dell'accordo negoziato a febbraio dal Regno e dai partner Ue? 
Le incursioni del Califfato in Occidente, intanto, fanno 
il paio con la tenuta di Daesh in Medio Oriente: fra Falluja, 

Mosul e Raqqa l'Isis perde terreno, ma non capitola. 
E trae vantaggio dalla competizione interna fra i suoi nemici. 

A pochi giorni, dal voto sulla Brexit, Affarinternazionali 
propone il suo Speciale sul tema.

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Ricerca Parametrale n. 444. Notizie del 14 Giugno 2016

Oggetto Newsletter : Germania vs Turchia, Venezuela, Israele
Newsletter n° 444 , 14 giugno 2016

È alta la tensione in Germania dopo il voto del Bundestag 
sulla risoluzione che riconosce il genocidio armeno compiuto 
nel 1915 dall'Impero ottomano: undici parlamentari tedeschi
 di origine turca sono stati messi sotto protezione dalla polizia 
dopo aver ricevuto minacce di morte legate al voto a favore 
della mozione. Gli screzi fra Berlino e Ankara avranno un impatto
 sulla gestione dei migranti? In America Latina, intanto,
 sono giorni cruciali per il futuro del Venezuela: con Caracas 
nella morsa di una crisi politico-istituzionale e senza più 
Chávez a tenere unito il Paese, la palla passa all'Organizzazione
degli Stati americani.

A dieci giorni, dal voto sulla Brexit, Affarinternazionali 
propone anche il suo Speciale sul tema.

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domenica 12 giugno 2016

Ricerca parametrale n.443. Notizie del 10 giugno 2016

Oggetto Newsletter : Brexit, Migration Compact, Usa2016
Newsletter n° 443 , 10 giugno 2016

Esteso fino a domenica il termine per registrarsi per votare
 al referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'Ue: 
crescono i numeri relativi alla partecipazione dei giovani - 
tendenzialmente pro-'Remain' - e si spera nell'impennata. 
Ma in tanti cominciano a mettere in conto una possibile
 fuoriuscita di Londra. Noi europei ci rimetteremmo davvero? 
Nell'attesa, Bruxelles si concentra nuovamente sull'immigrazione,
 recuperando la proposta italiana di un Migration Compact: 
un impegno che arriva troppo tardi? Sull'altra sponda dell'Atlantico, 
Hillary Clinton mette al sicuro la nomination democratica, 
ottenuta in zona Cesarini. Che cosa possiamo
 ora aspettarci dai sostenitori di Sanders? 

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martedì 7 giugno 2016

Ricerca Parametrale n.442 Notizie del 7 giugno 2016

Oggetto Newsletter : Brexit, Immigrazione, Israele-Palestina
Newsletter n° 442 , 7 giugno 2016

Ultimo giro di boa per la campagna elettorale 
in vista del referendum sulla Brexit: con i due fronti del 'Leave'
 e del 'Remain' secondo i sondaggi sostanzialmente appaiati
 e la sterlina in difficoltà, scendono in campo i big a serrare
 i ranghi delle due opposte coalizioni. E con l'estate 
alle porte, i flussi di migranti entrano a gamba tesa 
nella propaganda pre-voto: il Regno Unito si farà 
influenzare dalle sirene no-Ue o l'immigrazione
 verrà letta come un valore per la società europea?

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dall'agenzia AGI e gli Speciali su Brexit e futuro dell'Ue e Palestina: quale Stato? 

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sabato 4 giugno 2016

Aggiornamento. Balcani. E' proprio necessario allargarci?

Balcani
Serbia, tutti gli ostacoli nel sentiero per l’Ue
Giordano Merlicco
30/05/2016
 più piccolopiù grande
Confermato dalle recenti elezioni legislative, Aleksandar Vucic e il suo partito progressista si apprestano a formare un nuovo governo in Serbia. Tecnicamente, Vucic potrebbe guidare un esecutivo monocolore, ma questo poggerebbe su una maggioranza molto ristretta.

Del resto, considerando le scelte impopolari che attendono il governo - come i licenziamenti nel settore pubblico richiesti dal Fondo monetario internazionale -, si può ritenere che egli abbia tutto l’interesse a condividerne con altri la responsabilità.

Probabilmente molte dinamiche procederanno all’insegna della continuità, con la conferma della coalizione tra progressisti e i socialisti, magari con ulteriori aggiunte. All’insegna della continuità procederà anche la politica internazionale del Paese, a cominciare dal processo di integrazione nell’Ue.

L’ostruzionismo croato
Finché il processo di avvicinamento a Bruxelles sarà agevole, né Vucic né la Serbia avranno ragione di sottrarvisi. Il primo ostacolo verso Bruxelles è rappresentato dall'ostruzionismo croato. Per concedere il proprio consenso all'apertura del capitolo 23, Zagabria chiede a Belgrado di dare maggiore rappresentanza politica alla minoranza croata e, soprattutto, di modificare lo statuto del tribunale serbo per i crimini di guerra.

La normativa attuale permette infatti, almeno in linea di principio, al tribunale serbo di perseguire cittadini croati per crimini compiuti negli anni ‘90. Tuttavia, l’ostruzionismo croato non desta eccessiva preoccupazione a Belgrado. L'Ue e la Germania, che nei Balcani più che altrove ne è lo stato guida, desiderano aprire il processo negoziale con la Serbia ed è facile prevedere che le pressioni tedesche avranno ben presto la meglio sulle rimostranze croate.

La questione Kosovo
Sennonché, esistono altri fattori in grado di complicare i negoziati. L’adesione della Serbia all’Ue imporrà a Belgrado di riconoscere l’indipendenza del Kosovo. Non tutti paesi dell’Unione riconoscono Pristina come stato sovrano, ma gli organismi comunitari e la Germania hanno mostrato chiaramente la loro volontà in tal senso.

La strategia dell’Ue è stata finora volta a sviluppare i rapporti tra Belgrado e Pristina, sotto la supervisione di Bruxelles. L’Unione europea intende così spingere la Serbia ad accettare gradualmente il fatto compiuto, a procedere progressivamente verso un riconoscimento fattuale, che dovrebbe in futuro esser coronato da quello formale.

Sarà semmai da vedere se l’Ue agirà direttamente o collateralmente sulla diplomazia serba, mostrando intransigenza su altre questioni per far intendere l’antifona a Belgrado. Formalmente, il riconoscimento del Kosovo non è incluso tra i requisiti per l’adesione; periodicamente, però, in Serbia giungono messaggi espliciti. Pochi mesi fa, l’ambasciatore tedesco a Belgrado dichiarò che “al termine dei negoziati di adesione sarà siglato un accordo giuridicamente vincolante tra Serbia e Kosovo, per la completa normalizzazione delle loro relazioni”; una previsione che destò malumore nell’esecutivo serbo.

Recentemente, l’austriaca verde Ulrike Lunacek, relatrice sul Kosovo al Parlamento europeo, ha dichiarato che no, “il riconoscimento del Kosovo non è menzionato nei documenti ufficiali dell’Ue, né nei capitoli negoziali”, ma ha aggiunto che “non vi sarà l’adesione della Serbia all’Unione finché non verrà riconosciuta l’indipendenza di Pristina”.

Per Bruxelles, il capitolo 35 dei negoziati d’adesione, che riguarda appunto il Kosovo, non sostituisce il dialogo in corso tra Belgrado e Pristina, che si svolge sotto l’egida dell’Ue. Il capitolo 35 specifica poi che l’Unione potrà bloccare i negoziati in caso di mancati progressi nel dialogo tra Belgrado e Pristina.

L’Ue potrebbe dunque presentare il riconoscimento del Kosovo come uno sviluppo del dialogo tra Belgrado e Pristina e non direttamente come un requisito per l’adesione. Ciò fornirebbe il vantaggio di render meno aspro il compito al governo serbo e di limitare il danno d’immagine dell’Ue presso l’opinione pubblica serba.

I rapporti con Russia e Nato
C’è poi la questione dei rapporti con la Russia. Per interessi economici e politici come per legami storici, la Serbia vuole continuare ad aver buoni rapporti con Mosca. Resistendo a forti pressioni, Belgrado ha rifiutato di associarsi alle sanzioni di Stati Uniti e Unione europea contro la Russia ed è anzi interessata a migliorare l’accesso dei prodotti serbi sul mercato russo e degli altri paesi dell’Unione eurasiatica.

Fin qui, l’Ue ha mostrato disappunto per il buon andamento dei rapporti serbo-russi, ma a compimento dei negoziati di accesso si porrà la questione della completa adesione di Belgrado alla politica estera di Bruxelles. Per Belgrado non sarà una scelta facile, dato che, come ha affermato il presidente Nikolic, è difficile governare la Serbia senza aver buoni rapporti sia con l’Ue sia con la Russia.

C’è poi un altro ostacolo, connesso con i precedenti. L’adesione dei paesi dell’Europa orientale all’Ue è stata finora sempre preceduta, o accompagnata, dalla loro integrazione nella Nato. Per varie ragioni, l’allargamento dell’Alleanza atlantica alla Serbia non è all’ordine del giorno. Sarà fatta un’eccezione per Belgrado da questa sorta di regola non scritta, permettendole l’ingresso all’Ue indipendentemente da quello nella Nato?

Giordano Merlicco è collaboratore IAI.
  - See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3474#sthash.BCs3QVkb.dpuf

Ricerca Parametrale n.441 Notizie del 1 giugno 2016

Oggetto Newsletter : Riforma costituzionale, Onu in rosa, Usa2016
Newsletter n° 441 , 1 giugno 2016

Mentre Trump intasca la nomination repubblicana e Sanders
 continua a dare del filo da torcere alla Clinton, in Italia 
la campagna elettorale per le amministrative di domenica 
si incrocia con quella per il referendum costituzionale: 
in che modo la riforma Renzi/Boschi ritocca i poteri esteri 
del nostro Paese? Nuovi equilibri di potere, intanto, 
anche al Palazzo di Vetro: per la prima volta nella storia,
 una donna potrebbe diventare Segretario generale dell'Onu.
 Chi convincerà di più alle audizioni di venerdì?

Per seguirci costantemente, visita il nostro sito, 
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dall'agenzia AGI e lo Speciale su Usa 2016, dalla campagna al voto. 

Ricerca Parametrale n.440 Notizie del 28 maggio 2016

Oggetto Newsletter : G7, Papa Francesco, sicurezza aeroporti
Newsletter n° 440 , 28 maggio  2016

Non solo crescita economica. Anche la geopolitica, con la crisi
 dei migranti e l'allarme terrorismo, ha tenuto banco al G7
 in Giappone. Ma è un format che ha ancora senso, con 
l'emergere del G20? La palla passa adesso all'Italia, che
 ospiterà il prossimo vertice in Sicilia. L'Ue, intanto, tratta
 con l'Algeria sull'energia e si interroga sul sistema di 
sicurezza negli aeroporti, stretta nella morsa del terrore
 rilanciato dal disastro dell'Egyptair. E al Sudamerica 
in continua ebollizione ci pensa Papa Francesco.

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