Prof. Sergio Benedetto
Sabetta
In questi tempi di guerre,
con i conseguenti costi umani, e accelerazione tecnica per
l’introduzione nei vari campi dell’IA, si impone la necessità di
riconsiderare i rapporti tra domanda di servizi ed etica, quale
affermazione di diritti in rapporto ai costi, ai cambiamenti epocali
della tecnica e nel rapporto quale equilibrio tra diritti e doveri,
dove ogni singolo diritto è comunque in relazione al diritto altrui.
Turner nel
suo saggio “Just
Capital” ci
ricorda che i risparmi realizzati con una maggiore efficienza, per
quanto apprezzabili, non sono sufficienti a coprire i livelli di
spesa pubblica, in quanto “ l’aumento
della domanda impone anche di definire seriamente quali sono gli
obiettivi essenziali”
( 300),
distinguendo tra servizi essenziali e non essenziali.
La domanda di cure sanitarie è
pressoché illimitata anche grazie ad una ricerca scientifica sempre
più estesa e ad una maggiore coscienza individuale, ma è pressoché
impossibile aumentare la spesa senza dover superare un limite di
tassazione accettabile con effetti economici fortemente
disincentivanti, a cui si deve aggiungere il grande flusso di
emigranti tale da fare saltare gli equilibri.
Ugualmente in fatto di
istruzione, dove garantita l’ istruzione primaria e secondaria, per
quella superiore sarà necessaria una sempre maggiore partecipazione
del singolo per tipologia, considerati i costi ed i futuri possibili
guadagni, occorrerà in altri termini mettere a fuoco gli obiettivi
essenziali in particolare nel campo della sicurezza sociale (
Turner),
considerando tra l’altro le difficoltà derivanti dall’integrazione
di altre culture e della loro scolarizzazione.
Pressioni lobbistiche di
gruppi interessati, corruzione elettorale e inerzia di spesa si
affiancano alla sempre maggiore richiesta di servizi da parte
dell’elettorato, problematico diventa quindi per chi governa porre
limiti alla spesa pubblica e regole stringenti senza che venga
definita ed accettata dalla morale pubblica una linea di confine tra
servizi essenziali e servizi non essenziali.
Possiamo partire dalla
definizione di povertà, cercando in essa una prima razionale
distinzione.
Questa può definirsi come
l’impossibilità di soddisfare i bisogni fondamentali o primari,
distinguendo per tale via una povertà assoluta da una povertà
relativa derivante dall’ineguaglianza economica, Sen
individua tre fasi
entro cui esaminare il concetto di povertà: quella dei bisogni,
nella quale si definisce quale lista esaminare, con quale metodo si
intendono appagare i bisogni innanzi individuati, infine quali i beni
e servizi richiesti, in tal modo superando l’aspetto puramente
economico e allargando l’indagine alle nuove forme di povertà per
emarginazione e indigenza socioculturale.
Comportamenti di politica
economica virtuosi hanno un doppio effetto non solo economico ma
anche etico, in quanto nell’aumentare le risorse messe a
disposizione ne migliorano la qualità d’uso e per tale via si
riverberano in un miglioramento delle condizioni per le classi più
emarginate.
Il concetto di povertà viene
a incrociarsi con quello dei diritti di cittadinanza e quindi a porre
il problema del livello dei servizi da offrire in stretto rapporto al
concetto sociale di giustizia, che assume pertanto una problematica
etica dai profondi riflessi economici.
Correttamente Sandel
pone la questione
dei limiti del mercato, quando tutta l’economia viene assorbita da
un mito del mercato che si impone anche in settori economici che non
possono rientrare esclusivamente nel suo campo, quale sanità e
istruzione, in quanto elementi portanti per la cittadinanza effettiva
di una comunità, tuttavia il rimettersi esclusivamente ad esso è il
risultato di una incapacità culturale di gestire economicamente i
servizi in termini pubblici corretti e nella mancanza di una efficace
miscellanea tra pubblico e privato.
Sandel richiama
due valori fondamentali per la nostra società democratica:
l’eguaglianza e la
moralità.
La prima
viene meno nel momento in cui tutto diviene oggetto di mercato
estendendosi ad elementi essenziali della qualità della vita, fino a
rendere il prevalere della ricchezza strutturale in una società
ineguale nella quale la differenza di reddito pervade ogni aspetto
del vivere, la seconda
è quello che
impedisce il degradare di certi valori sociali ad elementi di mercato
a prescindere dalle condizioni economiche soggettive, in cui la
moralità ancor più dell’eguaglianza diventa colla del sistema
sociale.
Come ci ricorda Viano
non esiste nessuna
tecnica automatica che consenta una scelta collettiva condivisa,
quando viene meno una morale privata relativamente omogenea e le
istituzioni di socializzazione ( chiese, partiti e associazioni)
perdono le loro funzioni primarie di sintesi, l’area pubblica
diventa incerta tirata a piacimento dalle varie lobby e interessi.
La creazione di valori
condivisi diviene necessariamente oggetto di una azione politica di
mediazione, ma anche di informazione e persuasione base della
dialettica tra tecnici, economisti, ricercatori, lobbisti e
associazioni istituzionalizzate o meno di cittadini, un dibattito che
viene a incrociarsi con il concetto di giustizia da ciascuno portato.
La crisi finanziaria si
riflette, oltre che in una crisi economica, nella necessità di
definire una scala di valori morali su cui classificare i servizi
offerti al fine di definirne la loro essenzialità, l’impossibilità
di espanderne l’offerta onnicomprensiva obbliga a scelte, si che è
lo stesso mercato finanziario che ci obbliga a definire un metro
etico su cui misurare il rapporto costi/benefici.
Questo in un contesto
socio-economico in cui per il singolo individualista l’accontentarsi
è impossibile e il movimento del desiderio necessitato è
fondamentale per il sistema economico, con una conseguente forte
riduzione del senso comunitario, sebbene alla stessa comunità si
richiedano sempre nuovi servizi ( Bauman).
La definizione dei valori su
cui programmare le scelte coinvolge anche il nostro senso di
giustizia dibattuto tra una supervalutazione dell’ego e le
necessità finanziarie della comunità, ossia tra una spinta
liberista estrema e un limite economico alla tassabilità in rapporto
ai debiti pubblici creati e agli interessi associati presenti nella
comunità.
La giustizia è stata intesa
in epoca moderna quale ricerca della reciprocità, per cui ognuno
deve attendersi dagli altri quanto gli altri si attendono da lui (
Hobbes),
ma questo viene a porre un limite all’individualismo stesso e in
termini economici pone la domanda di quale valore diamo al servizio
pubblico specifico in esame in rapporto al valore sociale ma anche
economico della persona nel contesto finanziario in cui viviamo, la
valutazione non è più assoluta ma relativa distinguendo tra
principi teorici e valutazioni pratiche in cui i primi sono ancoraggi
non rigidi ma elasticizzati delle valutazioni economiche.
Il rapporto
costi/sostenibilità presuppone innanzi tutto una valutazione
culturale dei valori oggetto della sostenibilità stessa e solo
successivamente il livello dell’impegno.
Khun parlava
della scienza in termini di “paradigmi” sostenendone
l’incommensurabilità, lo stesso può dirsi per i paradigmi di
valori i quali forniscono un significato al mondo e a quello che noi
osserviamo , in altre parole il mondo si forma attraverso operazioni
cognitive che descrivono la nostra esperienza e mediante una
molteplicità di sistemi simbolici forniscono una delle verità
possibili, consegue che un fatto è tale solo in relazione ad una
categoria ricompresa in una data cultura.
All’interno di un sistema
culturale si creano le interazioni tra i singoli e le relazioni di
corrispondenza con il mondo esterno, il corpo di valori posto alla
base permette la costituzione di un pensiero di secondo livello che
crea e definisce delle “immagini” di valori.
Che cosa è la cultura se non
un complesso di atteggiamenti, istituzioni, idee, tecniche e
manufatti elaborati per soddisfare i bisogni umani di una comunità,
la necessità di soddisfare tali bisogni, distinti tra bisogni
primari e derivati come già individuati ed elencati da Malinowski,
conduce da una parte ad accumulare conoscenza e valori da una
generazione alla successiva, dall’altra a reinterpretare e adattare
in modo da ottenere un nuovo equilibrio al presentarsi di nuove
esigenze, si vengono in tal modo a contrapporsi tradizioni e
inculturazione.
La trasformazione deve
avvenire salvando l’identità, quale percezione che si ha di sé
stessi in termini di conoscenze e valori nella visione del mondo,
questo avviene attraverso un complesso di relazioni funzionali entro
cui l’individuo è calato e in cui si riconosce ed è riconosciuto,
si deve ricordare che la completa omologazione porta alla
disgregazione della personalità ecco quindi la necessità di un
sistema di idee e di valori.
Ci ricorda Lévi
Strauss che
nell’uomo tutto viene filtrato da norme logiche e
affettive di
carattere culturale ed anche quello che ci appare proprio del dominio
sensoriale è in realtà condizionato da strutture culturali, da
questo nasce il sistema di simboli che caratterizzano ciascuna
cultura, veicolati sensorialmente ma mediati dal pensiero.
Nella comunicazione umana, di
cui la cultura ne è il frutto, bisogna affiancare l’elemento
biologico, ma è la lingua che permette di classificare la realtà
fisica e sociale elaborando modelli comportamentali condivisi dalla
comunità ( Sapir,
Benedict),
circostanza che fa sì che un debito o un deficit, un’ assistenza o
un abbandono, acquistino significati diversi in contesti culturali
diversi e solo lo scontro/raffronto permette l’inculturazione
necessaria a far sì che i sistemi dialoghino fra loro secondo i
parametri dati dalle risorse disponibili e dai bisogni primari
individuati.
Bibliografia
Z. Bauman, Vita liquida, Ed.
Laterza, 2007;
C. Leivi – Strauss, La
linguistica e la scienza dell’uomo. Mito e significato, Il
Saggiatore, 2011;
M. Sandel, Giustizia: il
nostro bene comune, Feltrinelli, 2010;
R. N. Turner – R. J. Crisp,
Psicologia sociale, UTET, 2021.