ALBO D'ORO NAZIONALE DEI DECORATI ITALIANI E STRANIERI DAL 1792 AD OGGI - SITUAZIONE

Alla data del 31 MARZO 2023 sono stati inseriti in modo provvisorio:
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Associazione Seniores dello IASD: il blog

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Palazzo Salviati. La Storia

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martedì 20 aprile 2021

QUADERNI ON LINe INDICI. Anno LXXXII, Supplemento on Line, III, n. 63

 

SOMMARIO

ANNO LXXXII, Supplemento on line, III, n.63

Marzo 2021

www.valoremilitare.blogspot.com

Massimo Coltrinari, Editoriale, Marzo  2021

                            su www. valore militare cesvam.blogspot.com con post in data        29.03.2021

Massimo Coltrinari, Copertina, Marzo 2021

                            su www. valore militare cesvam.blogspot.com con post in data        30.03.2021

 

 

APPROFONDIMENTI

Osvaldo Biribicchi, 1859. La fine del decennio di preparazione

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 2.03.2021

Osvaldo Biribicchi, Osvaldo Biribicchi. Il Regio Esercito nel 1944

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 10.03.2021

 

 

DIBATTITI

 

Elisa Bonacini, Cerimonia memoriale “E.F.WATERS” e caduti senza sepoltura dello sbarco di Anzio

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 3.03.2021

Elisa Bonacini, Elisa Bonacini. Appello per la Medaglia d'Onore al Bersaglire Palide Farnesi

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 9.03.2021

Giorgio MadedduGiorgio Madeddu L’influenza spagnola nel campo di prigionia di Weißenhorn.

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 20.03.2021

Luigi MelfiLuigi Melfi. Logistica e contabilità militare I

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 21.03.2021

Redazionale, Progetto 2020/1 La Guerra in A.O.I. La consistenza delle forze italiane

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 22.03.2021

Luigi MelfiLuigi Melfi. Le Intendenze e la Contabilità Militare II Parte

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 23.03.2021

Redazionale, Progetto 2020/1 La Guerra in A.O.I

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 25.03.2021

Redazionale, Progetto 2020/1 La Guerra in A.O.I

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 26.03.2021

Redazionale, Progetto 2020/1  Guerra in A.O.I. Fonti

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 28.03.2021

 

 

ARCHIVIO

 

Redazionale, Progetto 2017/2 Prigionieri degli Imperi Centrali.

Campi di concentramento in Germania

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 1.03.2021

Redazionale, Ciclo di Lezioni on line dedicate a Augusto Hasdà

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 4.03.2021

Redazionale, Associazione Grifo Arciere Notiziaro Febbraio 2021

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 6.03.2021

Redazionale, Progetto 2017/2 Prigionieri degli Imperi Centrali.

Campi di concentramento in Irak, Turchia, Svizzera e Ungheria

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 7.03.2021

Redazionale, Progetto 2020/1 Russia Vicende dei Militari in Russia. Documento

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 8.03.2021

Redazionale, Progetto 2017/2 Prigionieri degli Imperi Centrali. Campi di concentramento.

Località senza indicazione di Stato

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 11.03.2021

Redazionale, Progetto 2017/2 Prigionieri degli Imperi Centrali. Campi di concentramento in Belgio

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 14.03.2021

Redazionale, Progetto 2017/2 Prigionieri degli Imperi Centrali.

Campi di concentramento in Polonia e Repubblica Ceca

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 15.03.2021

Redazionale, Progetto 2017/2 Prigionia in Austria

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 17.03.2021

Redazionale, Emeroteca. Schedatura del mese di marzo

                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 19.03.2021

 

 

 CESVAM NOTIZIE

CENTRO STUDI SUL VALORE MILITARE

 

Redazionale, FINTA LA GIARDINIERA VERA LA STORIA. Giuseppe Petrosellini da Corneto un Arcade alle corti d'Europa

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Redazionale, INFOCESVAM - BOLLETTINO. Notizie del Centro Studi sul Valore Militare Anno VIII, III, 1 marzo 2021

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RedazionaleCampagna informativa e divulgativa. Bollettino INFOCESVAM

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RedazionaleSocietà di Storia Militare Relazione 2020

su www. valore militare.blogspot.com con post in data 16.03.2021

RedazionaleRivista QUADERNI N. 3 2020 Luglio-Agosto 2020

su www. valore militare.blogspot.com con post in data 19.03.2021

RedazionaleProgetto Prigionia 2017/3 e Progetto Prigionia 2018/2

su www. valore militare.blogspot.com con post in data 24.03.2021

RedazionaleTesi di Laurea Sessione invernale anno accademico 2019/2020

su www. valore militare.blogspot.com con post in data 27.03.2021

 

 

SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

RedazionaleAntonio Trogu. Nuovi sottomarini per la Marina Militare

                              su www. valore militare.blogspot.com con post in data 13.03.2021

 

 

 

 AUTORI

 

Pecce Alessio, ricercatore

Bottoni Roberta, Istituto del Nastro Azzurro

Coltrinari, Massimo direttore CESVAM

Francesco Attanasio, Presidente della federazione di Siracusa

Mario Pereira, Vice presidente Federazione di Pistoia

Carandente  Chiara, Istituto del Nastro Azzurro

Baldoni, Massimo, pseudonimo

Giorgio Lavorini, Presidente Federazione di Prato

Federico Levy, collaboratore

Elsa Bonacini, collaboratrice CESVAM

Osvaldo Biribicchi, Associato CESVAM

Alessia Biasiolo, collaboratrice CESVAM

Luigi Marsibilio, membro del Collegio dei redattori della Rivista

Giancarlo Ramaccia, vice direttore CESVAM

Giovanni Cecini membro del Collegio dei redattori della Rivista

 

Numero chiuso in data 31.03. 2021

 

venerdì 9 aprile 2021

Maria Luisa Suorani Querzoli. Centenario del Milite Ignoto

 

Giulio Douhet e il Milite Ignoto

 

Anima e cuore di soldato italiano spirito colto geniale lungimirante fin dai primi tentativi dell’aviazione intravide l’ineluttabile avvento delle armate del cielo e per la patria una ne invocòstrenuamente con gli scritti e con la parola sprezzando ogni personale interesse. Di ogni ideale umano e patriottico fervidamente pervaso primo in Italia e fuori il culto del milite ignoto propose. Doveva triste destino del genio chiudere la vita perché le sue idee fossero attuate e fosse proclamato maestro.

 

MCMXXX  La vedova orgogliosa[1]

 

Ricorre il centenario del Milite Ignoto in un anno particolarmente critico per la Nazione, ancora prostrata dagli effetti della pandemia. Per evitare che, in tale contesto,  la ricorrenza possa venire annoverata fra le celebrazioni storico – militari distanti dalle istanze contemporanee, risulterà opportuno risalire alle idee che condussero al culto del Milite Ignoto per indagarne l’attualità. 

I contributi divulgativi intorno al centenario comparsi già dai primi mesi del 2021 si sono concentrati principalmente sugli elementi toccanti che seppero a suo tempo calamitare l’attenzione dell’intero Paese: la figura della madre di un soldato disperso, signora Maria Maddalena Bergamas, a cui fu affidato l’immane compito morale di indicare quale spoglia avesse dovuto rappresentare il valore ed il sacrificio di cui si rese capace il Soldato italiano, il viaggio che compì la Salma, onorata al suo passaggio dal saluto commosso dei cittadini presenti persino lungo l’intero percorso del treno e, non ultima, l’imponente e sentita cerimonia che decretò formalmente l’accoglienza del Soldato nel cuore della Patria. Sono ricordi che permangono vibranti nelle coscienze e le immagini del tempo raccontano efficacemente il clima di quei momenti dolorosi, rendendo possibile, anche a distanza di tanti anni, una partecipazione sul piano emotivo. Le dinamiche proprie del contesto attuale, assuefatto alla vista del dolore scomposto e assai poco incline alla riflessione,  rischiano però di impoverire la valenza dell’avvenimento, archiviandolo il giorno seguente la celebrazione.

Per giungere al significato essenziale e perenne di questa ricorrenza, non si può prescindere  dallo studio della personalità e delle idee di colui al quale si deve il ricordo del Sodato Italiano dall’identità illimitata.

L’ideatore dell’iniziativa fu il Maggior Generale Giulio Douhet (Caserta, 30 maggio 1869 – Roma, 15 febbraio 1930) che detenne il comando del Battaglione Aviatori. La sua fu una figura decisamente eccentrica per i canoni dell’epoca: l’esaltazione sincera ed intransigente del culto del dovere,  unita ad una vis polemica di rara efficacia, ne fece una figura invisa a molti per la convinzione unilaterale con cui sostenne le proprie vedute. Il Generale Eugenio De Rossi, primo ad essere decorato della Medaglia al Valore (personalmente dal Re) della Grande Guerra italiana[2], nelle sue memorie sintetizzava in una massima il segreto alla base di ogni riuscita: «Sapere, saper fare, saper vivere»[3]. Si può affermare, senza possibilità di essere smentiti, che Douhet ignorasse (volutamente) l’arte del saper vivere.

 

Spinto da una naturale tendenza – che impro­priamente venne classificata ipercritica – ho sem­pre interrogato ansiosamente i fatti che si anda­vano svolgendo intorno a me per trarne le neces­sarie conseguenze e, trattele, non ho mai avuto timore di enunciarle, fossi pur solo contro tutti.[4]

 

Alle sue vedute prospettiche (e profetiche), pressoché incommensurabili  con la realtà circostante, si deve l’impulso fondante che portò allo sviluppo dell’aviazione militare dei primordi.  Pur cosciente delle ripercussioni che l’assetto adottato avrebbe inevitabilmente avuto sugli sviluppi della sua carriera, si votò irreversibilmente  a perorare una causa che agli occhi dei suoi contemporanei risultava incomprensibile: ciò che più connotò il suo agire fu infatti la lungimiranza con cui seppe intuire la reale portata dell’aviazione di guerra in un momento in cui i velivoli erano ancora considerati da gran parte della società civile (e del mondo militare) una bizzarra attività sportiva, prediletta da qualche originale[5].

 

Se lei andasse a dire ad uno qualunque dei capi di stato o degli eserciti in lotta: «Io ho un cannone capace di mandare un proiettile di 500 chilo­grammi a 50 chi­lometri di distanza, occorre però una ferrovia per tra­sportarlo, piazzuole di cemen­to armato per piazzarlo, 400 uomini per servirlo, 6 ingegneri per curarlo, 6 geo­deti per puntarlo, ed ogni colpo costa 500.000 lire», lei troverebbe tutti i capi di esercito o di stato folli del suo cannone, perché a tutti sorgerebbe il pensiero che con esso potrebbero raggiungere obbiettivi posti a 50 chilo­metri dalla fronte nemica. Ma se invece di dire: «Io ho un cannone», lei dicesse «Io ho un aeropla­no che porta un proiettile di 500 chilogrammi non a 50, ma a 100, 200, 300 chilometri di distanza, che si trasporta da sé velocissimamente dove si vuole, che necessita di 4 uo­mini di equipaggio, che costa 100 mila lire in tutto» le brave persone dianzi nominate le sorriderebbero in fac­cia con aria compassionevole.[6]

 

La validità del suo pensiero, capace di precorrere i tempi, solo in seguito gli venne riconosciuta in patria (anche per i rapporti relativamente tranquilli instaurati con il Fascismo). A livello internazionale, il riconoscimento su larga scala della portata delle sue intuizioni fu postumo.  

Il suo assetto ragionevolmente impaziente (in costante attrito con i tempi propri dell’iter gerarchico) si convertì nell’impulso che portò ad innovazioni particolarmente efficaci sul piano bellico[7]. Ancora oggi, però, la memoria di Douhet è rievocata in merito alle aspre critiche rivolte all’operato del Comando Supremo circa il governo degli uomini[8] soprattutto in relazione al terremoto politico che a tale denuncia seguì. Douhet pagò le conseguenze della condivisione politica del suo dissenso con la detenzione che gli venne fatta scontare con particolare puntiglio.

Proprio dalle sue osservazioni sulla lontananza siderale fra le condizioni di vita delle truppe e la forma mentis degli Ufficiali (non propensa a conferire la priorità al rapporto fra costi umani e risultati) trae origine il nucleo morale che condurrà al riconoscimento del valore del Milite Ignoto.

Il sacrificio della vita di tanti, offerto o subìto, colmò lo scarto profondo che separava una visione obsoleta della guerra dalle reali esigenze della stessa, imperniate sull’impiego di tecnologie ancora non compiutamente assimilate. Non fu il solo Douhet a dimostrare il coraggio necessario ad affrontare questo tema, irto di insidie sul piano delle ripercussioni sulla carriera. Persino il Generale Capello, concettualmente incline all’offensiva (che riteneva capace di vincere interiormente il concetto di ingenita inferiorità provata nei riguardi del nemico), ancora comandante il VI Corpo d’Armata, denunziò lo stato inumano in cui si trovavano i Soldati, chiedendo la sospensione dell’offensiva in programma, anche a costo del proprio siluramento[9].

La vista di tale tristo spettacolo, capace di toccare le coscienze di figure militari avvezze alle asperità della guerra, pone in luce l’incomprensione da parte di alcuni Alti Comandi delle peculiarità del Soldato italiano, presente in linea senza il supporto (ed il conforto) della preparazione psicologica e professionale del militare di carriera ma disponibile, se sostenuto adeguatamente, ad offrire la propria vita senza ripensamenti.

 

Non solo mancano di ogni preparazione remota, di carattere morale ai sacrifici che la guerra impone, ma anzi hanno ricevuto, attraverso una falsa pro­paganda facilona di pacifismo internazionale, una educazione antimilitarista. Eppure, ad onta di tutto questo, al primo appello della patria han­no lasciata la loro professione e sono venuti alla guerra. E alla guerra combattono il ‘nemico’ e muoiono per vincerlo, senza forse avere in molti casi una idea o almeno senza avere mai saputo prima che cosa è un nemico della patria.[10]

 

Il giovane Regno d’Italia era ancora lontano dal concetto di nazione armata che poggiava le proprie basi su un idem sentire: il linguaggio stesso dei soldati non costituiva elemento di coesione (il tasso di alfabetizzazione era bassissimo e la stessa comprensione dei comandi non era affatto scontata). Inoltre, il vorticoso mutamento dei Comandi non permetteva quella continuità capace di nutrirsi della conoscenza reciproca fra Superiori e Sottoposti. Il Soldato, nella mentalità del tempo, era considerato alla stregua di un elemento impersonale dello strumento, retaggio del concetto di ‘macchina’ cartesiana[11], e la disillusione che egli provava di fronte al sacrificio vano dei commilitoni veniva interpretata in maniera negativa,  senza dar luogo alle opportune riflessioni finalizzate, se non altro, ad ottenere una partecipazione più attiva e convinta da parte delle truppe.

Alla vista di tale realtà, il conflitto interiore maturato in Douhet si condensò in intenzione di abbandonare il mondo militare. Le sue riflessioni appaiono impersonali e l’uso della prima persona singolare viene bandito:

 

L’una personalità non turba l’altra, che anzi il capo di Stato maggiore [della 5ª divisione], non avendo alcuna pretesa di fare come si dice carriera, né alcuna ambizione personale, agisce unicamente nell’interesse del servizio, indifferente nel modo più assoluto ai propri personali interessi, che non possono venire turbati, ed il mio io interno, soddisfatto dal dovere compiuto, può facilmente astrarsi e considerare dall’alto e lucidamente le cose che vanno svolgendosi intorno a lui. E le può considerare con indifferenza, non perché esse non lo turbino profondamente, perché talvolta il suo cuore piange lagrime di sangue nel constatare come questa povera patria, di cui oggi ognuno sventola il bandierone, sia così bistrattata, ma perché si trova nella assoluta impossibilità di influire in un modo qualsiasi; e deve quindi fare di necessità virtù.[12]

 

Ed ai poveri contadini e montanari tratti dai loro casolari io dovrei chiedere il sacrificio della vita in nome di una più grande Italia, sapendo quello che so, e se occorre, farne fucilare qualcuno, se non addirittura far decimare qualche reparto, qualora un attimo di titubanza invada le loro ani­me ignare, le loro coscienze infantili, le loro menti oscure. Sembrerebbe una situazione da pochade, se non si trattasse di una tragedia.[13]

 

Da tale inconspevolezza nasce l’essenza del Milite Ignoto: privo delle conoscenze necessarie, magari ancora attaccato al ricordo delle sue terre lontane, il Soldato percepisce di costituire parte di un disegno cosmico ineluttabile dalle dimensioni a lui sconosciute e sacrifica ad esso la propria vita, inconsapevolmente partecipe della grave dinamica storica.

Ed è proprio per questo che ancora tale Sacrificio conserva intatto tutto il suo valore, capace di rappresentare ogni Italiano che, a fronte delle difficoltà, anche obtorto collo, fa ‘del proprio meglio’,  sospinto dall’inestirpabile idea di un futuro migliore. La valenza del Milite Ignoto raggiunge così ogni anfratto della società civile.

I Comandanti avvezzi a vivere a stretto contatto con le truppe non risparmiarono le parole di lode nei riguardi dei propri soldati (è il caso del Generale Caviglia, di cui è nota la sobrietà) intuendone le potenzialità e saggiandone il coraggio. La visione della centralità della figura del fante, dopo la prova di valore che si palesò nella battaglia d’arresto sul Piave, iniziò poi a maturare nella coscienza collettiva. Coloro che riducevano il comando militare a pratiche burocratiche con risvolti di insensata spietatezza, dopo il culmine di criticità costituito dalla XII Battaglia, dovettero ricredersi e constatare che lo strumento risponde in ragione delle motivazioni che il comando è in grado di instillare.

Al termine del conflitto, dopo i giorni della vittoria che inebriarono il Paese, gli equilibri interni (anche all’Esercito) erano ben lontani dall’essere raggiunti. Douhet, formalmente pacificato[14] dalla crescente importanza conquistata dall’Arma Aerea, si era ritirato in disparte rassegnando alla vigilia della Battaglia del Solstizio le proprie dimissioni (accettate immediatamente dal Commissario generale Chiesa)[15], senza per questo minimamente rinunciare a sostenere le propie cause. In un contesto dove si poteva riscontrare la tendenza ad attribuire la vittoria ai propri meriti, il diaframma fra lui e le alte gerarchie non si era affatto assottigliato. Il suo distacco da quel tipo di ambiente aveva  origini in tempi precedenti:

 

Caro amico, di una cosa sola mi pento nella mia vita, e me ne pento amaramente, e cioè di essere un galantuomo e di avere avuto fede che gli altri mi rassomigliassero. Se, quando fui in aviazione, invece di pensare all’aviazione e di sognare di forgiare un’arma forte per il mio paese, io avessi lasciato correre le cose per la loro china, avessi accarezzato industriali e fornitori, avessi fatto un poco di politica sporca, non avrei certamente avuto la seccatura delle inchieste, sarei rimasto amico di tutti, sarei a capo della nostra aviazione, ed avrei arrotondato il mio peculio e la cerchia dei miei amici. Ed avrei fatto anche l’interesse del paese perché almeno sarei stato meno cretino degli altri ed avrei agito più razionalmente. Ma, che vuole, mio padre mi ha dato un’educazione piena di pregiudizi; per conto mio le giuro che, se avessi un figlio, ne farei un farabutto tale che non mancherebbe certo di fare una splendida carriera.[16]

 

La possibilità di una cesura fra un prima e un dopo la conclusione della guerra non sfiorò neppure lontanamente il suo pensiero, inteso ad allontanare con forza il concetto velato di ‘amnistia’, capace di livellare le responsabilità e di impedire una riflessione adeguata alla portata dei fatti.

 

L’Italia ha il diritto di conoscere esattamente lo svolgimento dell’immane tragedia. Non vi è più al­cuna scusa. Il nemico è vinto. La pace è conclusa o sta per concludersi. L’Italia ha il diritto di sape­re in che modo fu speso il suo sangue e il suo de­naro […]. La vittoria non sana tutto. Noi vogliamo sapere se per avventura non è stato pagato cento ciò che poteva costare dieci o uno. Noi vogliamo ridare il giusto valore agli uomini e alle cose. Per­ciò vogliamo la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità sulla nostra guerra. Se tale verità porterà a galla colpe ed errori, se abbatterà falsi idoli o spezzerà piedistalli di pietra mal connessi, poco importa. Non per questo la guerra nostra ri­fulgerà di minor splendore. Anzi. Anzi di maggior splendore rifulgerà la gloria del nostro grande po­polo perché verrà dimostrato che seppe riportare una doppia vittoria: contro il nemico e contro l’in­capacità e le colpe di chi lo conduceva.[17]

 

Ad alta voce, sulle colonne de «Il Dovere» da lui fondato agli inizi del 1919, Douhet proseguiva il discorso già intrapreso, rivolgendosi ad una platea ampia, attraversata dalle tensioni che interessarono gli ex combattenti nel dopo guerra. Non esitò da queste pagine a ridimensionare la figura del Generale Giardino, spostando il focus sugli Eroi i cui nomi sarebbero stati destinati a rimanere sconosciuti:

 

Al Grappa non ci furono concezioni strategiche né alti voli di superba tattica. Ci furono dei saldi petti di Italiani che costituirono l’incrollabile barriera. Furono gli umili e gli ignoti che fermarono e respinsero il nemico. E l’Italia questi umili ricorda e venera, e non ama che vengano sfruttati che già lo furono abbastanza.

Il paese è stanco di tutte le glorie fittizie che vede sorgere attorno come funghi. Esso ha vinto, non ostante.[18]

 

Il pensiero di trasportare solennemente a Roma la salma di un anonimo soldato per darne sepoltura al Pantheon venne espresso da Douhet nell’articolo Al suo soldato, l’Italia, sempre su «Il Dovere»[19]. Le argomentazioni sottese alla proposta non furono nascoste da alcuna forma di eufemismo:

 

Il vero vincitore della guerra fu il soldato, figlio del popolo italiano. Egli seppe vincere non solo il nemico, ma sopperire a tutte le manchevolezze dei suoi condottieri politici e militari. Egli fu il solo che si dimostrò veramente grande e la cui grandezza rimase indiscutibile, sempre.[20]

 

Nonostante si possa interpretare l’iniziativa di celebrare il Milite Ignoto come una rivincita efficacissima da parte di Douhet su quella gerarchia indifferente alle sorti degli uomini e sorda di fronte alle sue intuizioni, la lettura dei suoi Diari e l’integrità con cui mantenne fede ai propri principi permettono di propendere verso una sincerità d’intenti, seppur non del tutto pacifica.

Il contesto, per una volta, gli si dimostrò favorevole e la proposta, capace di aggregare intorno a sé un numero notevole di sostenitori, confluì in un iter formale. Al Soldato, Figlio d’Italia, non fu data però sepoltura al Pantheon accanto al Padre della Patria Vittorio Emanuele II: il sacello venne adagiato sull’Altare monumentale la cui imponenza lo avrebbe sovrastato, reificandone il profilo morale in elemento architettonico. Questa variazione, sostanziale e simbolica al contempo, amareggiò il Proponente che esplicitò il suo dissenso attraverso una lettera idealmente scritta dallo stesso Soldato in cui denunziava in tale cambiamento l’ultimo tentativo di appropriarsi del suo sacrificio: «le pietre che ricoprono le tombe più che a riparare i morti servono da gradini ai vivi, e quella che ricopirà la mia è troppo un bel gradino»[21].

Nemmeno ad un anno di distanza  dalla solenne celebrazione del 4 novembre 1921, ebbe luogo la Marcia su Roma e i ricordi della Grande Guerra, alterati nella loro essenza (il caso degli Arditi risulta esemplare), vennero assimilati dal Fascismo il quale non esitò a trasformarli in alimento per un mito artificiale dalle cui spire l’Italia si sarebbe liberata solo con grandi sofferenze.

Il tempo presente non è tempo di miti, bensì di verità storica, capace di preservare intatto il valore dell’esperienza umana.

 

Maria Luisa Suprani Querzoli

 



[1] L’epitaffio compare sulla tomba di Giulio Douhet (Roma, Cimitero del Verano).

[2] Cfr. DE ROSSI E., La vita di un Ufficiale italiano sino alla guerra, Milano: Mondadori, 1927, p. 285.

[3] Ivi, p. 52.

[4] DOUHET G., La difesa nazionale, Torino: Anonima libraria ita­liana, 1923, p. 10.

[5] «Qui a Reims volare è la cosa più normale di questo mondo ed ho avuto per questo un senso di sollievo poiché in Ita­lia si considerano gli aviatori ancora come dei pazzi o almeno dei temerari» (lettera di Francesco Baracca al padre, Reims, 5 maggio 1912, Museo del Risorgimento di Milano, raccolte storic­he: cartella n. 36, n. reg. gen. 31941, n. reg. AG 1994).

[6] Brano tratto dalla lettera di Douhet all’on. De Felice datata 5 agosto 1916  (DOUHET G., Diario critico di guerra 1915 – 1916, II vol. Torino: Paravia, 1921,  pp. 348 – 349).

[7]  Il riferimento è all’impulso dato (prima che giungesse l’autorizzazione) alla costruzione del Trimotore Caproni Ca. 31.

[8]  Cfr. LEHMANN E., La guerra dell’aria – Giulio Douhet stratega impolitico, Bologna: Il Mulino, 2013, p. 74.

[9] Cfr. CAPELLO L., Note di Guerra, vol. I,  Milano: Fratelli Treves, 1920,  pp. 188 – 191.

[10] GEMELLI A., Il nostro soldato. Saggi di psicologia milita­re, Mila­no: Treves, 1917, p. 27.

[11] Le indagini di Agostino Gemelli risultano esplicative a riguardo, indagando scientificamente le ripercussioni dell’ambiente bellico sulla coscienza individuale.

[12] DOUHET G., Diario critico di guerra (1915 – 1916), I vol. Torino: Paravia, 1921, p. 149.

[13] Brano tratto dalla lettera di Douhet all’on. De Felice del 5 agosto 1916  in DOUHET G., Diario critico di guerra (1915 – 1916), vol. II, cit., p. 349.

[14]Una volta istituito il Comando su­periore di aeronautica, l’allora direttore centrale di aviazione Douhet «fu chiamato a definire un program­ma dai contenuti molto più tradizionali di concerto con il Maggior Generale Luigi Bongiovanni […]» (DI MARTINO B., L’aviazione italiana nella grande guerra, Milano: Mursia, 2011, p. 291).

[15] Cfr. LEHMANN E., La guerra dell’aria, cit., p. 102.

[16] DOUHET. G., Diario critico di guerra (1915 – 1916), vol. II, cit., p. 346.

[17] DOUHET. G., La commissione d’inchiesta su Caporetto, «Il Dovere», 27 aprile 1919, p. 2.

[18] DOUHET G.,  Il Generale Giardino,  «Il Dovere», 12 – 13 maggio 1920,  p. 1.

[19] DOUHET G.,  Al suo soldato, l’Italia, «Il Dovere», 15 - 16 luglio 1920,  p. 1.

[20] Ibidem.

[21] DOUHET G ., Per le onoranze al soldato ignoto. Una lettera del Soldato Ignoto, «Il Dovere», 4 agosto 1921,  p. 2.

mercoledì 31 marzo 2021

Ricerche su prigionieri italiani in Russia. Giornale "L'Alba".

 Massimo coltrinari. contatti: ricerca.cesvam@istitutonastroazzurro.org


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STRALCIO DELLA RELAZIONE FINALE SUI PRIGIONIERI ITALIANI IN RUSSIA

 

 

I mancanti del nostro Corpo di spedizione in Russia (A.R.M.I.R.) si calcolano a circa 100.000. Si riteneva che circa 20.000 di essi fossero morti durante la tragica ritirata del dicembre 1942 – gennaio 1943, conferma di ciò valgano le dichiarazioni del Giornale “ALBA” (pubblicato in Russia per i nostri prigionieri) n.1 del 10 febbraio 1943 e n.2 del 20 febbraio 1943 e che si trascrivono:

 

GIORNALE “ALBA” n.1 del 10/2/43 pag.2

 

“” L’Armata italiana operante in Russia non esiste più: l’offensiva dell’esercito rosso ha travolto anche l’8^ Armata italiana, dal 16 al 30 dicembre le Divisioni Ravenna, Casseria, Pasubio, Torino, Sforzesca, Celere, furono disfatte assieme ad alcuni Battaglioni di Camicie Nere sul Medio Don.

Più di 50.000 soldati e ufficiali italiani vennero fatti prigionieri. Nel Gennaio le Divisioni Alpine Julia, Tridentina e Cuneense e la 156^ Divisione Fanteria Vicenza sono state a loro volta disfatte sul fronte di Veronez ed altri 33.000 soldati ed ufficiali fra cui tre generali di divisione catturati …””

 

GIORNALE “ALBA” n.2 del 20/2/43

 

“” Il bilancio di un fallimento

 

L’Italia ha avuto già in questa guerra 72 Divisioni Distrutte. 750.000 italiani sono morti in Africa. Circa 50.000 sono morti in Russia, 400.000 sono prigionieri in Inghilterra.

Quasi 80.000 sono prigionieri dell’URSS.””

 

Nonostante le numerose richieste nessuna comunicazione ufficiale si è riusciti ad ottenere dal Governo Sovietico sulla situazione dei nostri prigionieri sia dopo l’armistizio sia immediatamente dopo la cessazione delle ostilità in Europa. Solo nel settembre 1945 le Autorità Sovietiche si decidevano a comunicare ufficialmente, tramite la nostra Ambasciata a Mosca, il numero dei prigionieri italiani esistenti in Russia e ammontanti a 19.640. Tale cifra segnalata senza spiegazione alcuna, è stata per noi una sorpresa e ha creato uno stato d’animo nell’opinione pubblica e nelle migliaia di famiglie tale da fare aumentare l’angosciosa attesa nella speranza che essa non fosse vera, e che altri italiani si trovassero sbandati nell’immenso territorio russo.

Da notizie avute da reduci si è potuto conoscere che fra il 1943 e la primavera del 1944 decine di migliaia di prigionieri italiani sarebbero morti in Russia nei campi di prigionia per malattia, stenti, esaurimento e molti subito dopo la cattura durante le marce di trasferimento ai campi sulle strade coperte di neve e di gelo.

Non sarebbe pertanto errato il calcolo fatto inizialmente dalle Autorità Italiane sul numero dei prigionieri catturati in Russia; la conferma data dal giornale “ALBA” messa in relazione con la situazione in seguito fornita dal Governo Sovietico di 19.640 debbono far ritenere attendibili le informazioni dei reduci che oltre 60.000 italiani sarebbero morti in Russia durante la captività.

Si riporta in merito uno stralcio di relazione sui reduci dell’ARMIR:

 

“” Un ricordo particolarmente triste essi serbano del campo di Tambov, presso Mosca, centro di smistamento per quasi tutti i prigionieri italiani… La mortalità superava i 500 al giorno … Un soldato che vi ha passato 6 mesi riferisce che di 14.000 italiani al termine di questo tempo non ne sono rimasti che 400…

Dicono di essere state vittime di un inconcepibile negligenza.

Affermano che il 90 per cento del corpo di spedizione fatto prigionieri è ferito nei campi di concentramento. Sembra questa una convinzione profondamente radicata. Tutti dicono la stessa cosa, dicono tutti la stessa cifra. “”

 

Trattando dei rimpatri si vedrà come anche la cifra dei superstiti tornati in Patria sia stata anche di gran lunga inferiore a quella di 19.640.

 

 

Rimpatri dalla Russia

 

La decisione del rimpatrio dei nostri prigionieri venne presa dal Governo Sovietico nel novembre 1945. Il numero di essi per laconica comunicazione ufficiale sovietica, ammontava soltanto a 19.640.

Nonostante le non poche pressioni tramite la nostra Ambasciata a Mosca, nulla si è riusciti a sapere sui rimanenti dispersi: nessuna notizia dei decessi. Tutte le richieste sono rimaste senza risposta ad eccezione della comunicazione del numero dei superstiti.

I rimpatri sospesi durante la stagione invernale, vennero ripresi a primavera avanzata del 1946. Tutti i rimpatriandi vennero censiti accuratamente per controllare il numero delle competenti autorità Italiane all’arrivo in Patria; alla data odierna dei 19.640 risultano tornati soltanto 12.513. Un comunicato diramato il 31/5/46 dall’Ambasciata Sovietica a Roma alla stampa dava i seguenti dati, in contrasto con quelli ufficiali in nostro possesso:

 

-          21.193            cifra iniziale (e non 19.640)

-          20.096            rimpatriati in due blocchi fino all’aprile

-          937  ancora da rimpatriare

-          160  deceduti

 

Dopo tale comunicato i rimpatriati ammontano a 887 che aggiunti agli 11.626 in precedenza fanno 12.513.

È probabile che nelle cifre di cui sopra i sovietici abbiano considerato anche i prigionieri liberati in Germania e trasportati in territorio russo. In tal caso il numero dei superstiti dell’ARMIR verrebbe a diminuire notevolmente, mancando ancora oltre 7.000 sulla cifra di 19.640 inizialmente segnalata.

Non vi è ormai più speranza che i prigionieri vi siano in Russia ad eccezione di pochi elementi dei quali è stata già segnalata alle competenti Autorità l’esistenza (trattasi soltanto di alcune decine e si ignora il motivo del mancato rimpatrio). Conferma di ciò è il comunicato di Radio Mosca dell’8 Luglio 1946 (ore 22.30) e che si riporta:

 

"" Continuano a pervenirci lettere da famiglie e Istituzioni con le quali si chiedono informazioni di militari italiani. Si tratta in genere di soldati e ufficiali che hanno cessato di dare notizie fin dal 1942 e dal principio del 1943 ossia dalla disfatta dell’ARMIR. Comprendiamo l’ansia dei parenti e troviamo umana la loro angoscia, ma per non alimentare illusioni ricordiamo che tutti i prigionieri di guerra italiana sono stati rimpatriati, gli ultimi dei quali sono giunti in questi giorni o stanno per giungere in Italia. Tutte le supposizioni che vi siano dispersi nel territorio sovietico sono prive di fondamento. Radio Mosca ha cessato la trasmissione di informazioni e messaggi, già effettuata per tre anni perché il soggiorno dei prigionieri italiani è terminato. Facciamo questa doverosa precisazione nell’impossibilità di rispondere singolarmente ad ogni famiglia colpita dalla sventura della guerra fascista. “”

 

Non è da escludere che un numero imprecisato di prigionieri (non forte) per ragioni sovietiche sia stato fin dall’inizio trasportato nella lontana Siberia a spaccare legna nel Kamiciatca. (Notizia avuta molto tempo fa.) Ogni tentativo per accertare tale informazione o comunque venire in possesso di nominativi è rimasto infruttuoso.