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giovedì 30 settembre 2021

Cadorna: un doloroso crescendo

 

Maria Luisa Suprani Querzoli

Le lettere famigliari del Generale Cadorna  (maggio – giugno 1915)

 

In un periodo storico come quello contemporaneo, teso a cancellare le memorie del passato senza preoccuparsi prima di averle adeguatamente rielaborate, varrà la pena riflettere sulla figura del Capo di Stato Maggiore, Generale Luigi Cadorna. Egli, sotto più aspetti, può essere considerato il custode della tradizione militare italiana e nelle sue lettere indirizzate alla famiglia si può riscontrare l’ampliarsi della consapevolezza collettiva di fronte a sfide mai prima considerate.

Nemmeno la divinazione napoleonica sarebbe potuta accorrere in soccorso in un frangente così critico: non si trattava infatti di intuire tempestivamente le strategie avversarie bensì di rapportarsi con una realtà (peraltro comune a tutti, alleati e nemici) capace di stravolgere le fondamenta e le coordinate sulle quali la tradizione militare si era sedimentata da tempo immemorabile. La velocità artificiale (l’Aviazione, capace in tempi strettissimi di assumere i compiti propri in precedenza della Cavalleria, ne costituisce il simbolo) e la potenza dei nuovi materiali costituirono il fattore destabilizzante che condusse al contrappasso di una stasi mortifera.

Le interlocutrici del Generale sono, in larghissima misura, la moglie e le figlie.

 

24 maggio 1915[1]

[…] Notizie buone. Pare che si arriverà all’Isonzo senza forti contrasti. […] E avanti sempre!

Udine 26 maggio 1915

[…] Si sentiva tuonare il cannone di una batteria austriaca. Incontravamo alpini e bersaglieri da tutte le parti: magnifiche truppe piene di entusiasmo. […] Le cose finora vanno bene. Ho trovato molto ordine e buono spirito fra le truppe ed ordine anche nelle interminabili colonne carreggio. Tutto lascia sperare che le cose andranno bene. Ma ci vuole tempo e pazienza perché le operazioni sono lente e difficili.

31 maggio 1915

[…] Andai stamane a visitare all’ospedale una sessantina di feriti tra cui otto ufficiali. Avevano tutti il morale elevatissimo ed esprimevano il desiderio di ritornare al fronte. […]Tuttociò vale ad ispirare molta fiducia, anzi sicurezza che le cose andranno bene […].

31 maggio 1915

[…] Sissignore, sto proprio bene e sono tranquillissimo.

3 giugno 1915

[…] mi duole che Mamà si impressioni. Pensi che molte famiglie hanno i loro cari più esposti di noi.

8 giugno 1915

Carissimo [Raffaele], […] Io sto benissimo, non dormo molto, ma tutti mi riconoscono lo spirito tranquillo, altrimenti guai! […] Con questo passaggio dell’Isonzo ho un problema molto arduo per le mani, come prevedevo a Roma, per grande difficoltà di terreno e perché le batterie austriache sono così bene defilate e disseminate che è difficilissimo stabilirne la posizione. […] L’attacco è stato ben studiato e preparato e speriamo, prima di notte, di rendermi padrone di quelle posizioni il cui possesso facilita il passaggio dell’Isonzo.

 

Il 9 giugno 1915 il generale Cadorna «“grida a voce spiegata che se con due corpi d’armata e tanta artiglieria non si riesce ad aggirare e prendere il Podgora, è meglio tornare a Milano!”. […] Cadorna “guarda accigliato la battaglia”. […] il Generale Mambretti l’ha incaricato [il dottor Casali, medico a latere del Capo di Stato Maggiore] di dire a Cadorna, che fino a ieri sera sperava di riuscire a prendere la Podgora con le forze presenti, ma ora non spera più: “occorre qualche compagnia di minatori che compia dei lavori da talpa”, e così procedere lentamente, metro per metro, come i francesi ad Arras. Casali torna a Udine e riferisce. Cadorna risponde che questa “è guerra antipatica, diversa da tutte le altre, e ne è assai scontento. Dice che il valore personale è in questo modo spento e l’entusiasmo smorzato: questa è una guerra di insidie e di piccoli e grandi tradimenti e imboscate”»[2].

Il diaframma fra ambiente militare e sfera privata inizia ad assottigliarsi; qualche dettaglio inizia a trapelare anche nel dialogo con la figlia:

 

10 giugno 1915

[…] Le cose procedono bene, ma con difficoltà grandi: ovunque si avanza e ci si imbatte in trincee preparate di lunga mano, reticolati, batterie ben nascoste, mobili e difficili da identificare per poterle battere. Donde deriva che, anche con grande superiorità di mezzi, l’avanzata è molto lenta ed è d’uopo procede con metodo per evitare perdite inutili e scacchi parziali. È una guerra dove l’effetto di qualunque genialità è scomparso perché l’attuazione di qualunque idea geniale si basa sulla rapidità di manovra e questa si infrange contro ogni buon sistema di trincee e reticolati.

 

L’iter di Cadorna testimonia le fasi iniziali e meno gratificanti del processo morale e tecnico che condurrà alla vittoria.

Disconoscere acriticamente l’operato del Capo di Stato Maggiore e cancellarne la memoria denotano l’incapacità, dannosissima, di assimilare le lezioni apprese.

 



[1] I brani delle lettere citate sono tratte da L. Cadorna, Lettere famigliari (a cura di Raffaele Cadorna), Milano: Mondadori, 1967, pp. 104 – 107.

[2] P. Pieri, G. Rochat, Badoglio, Torino: UTET, 1974, pp. 62 – 63.

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