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lunedì 19 giugno 2017

Ricerca Parametrale n. 547 Notizie del 13 Giugno 2017

Elezioni in Francia e Gran Bretagna, Qatar, Italia-Egitto
Newsletter n° 547 , 13 giugno 2017

Successo a valanga per Emmanuel Macron: la sua République
 En Marche - al debutto nelle urne francesi - finisce in testa
 anche nel primo turno delle legislative, con il 32,3%, staccando
 i Républicains - arrivati secondi - di 11 punti. In vista dei
 ballottaggi di domenica prossima, il presidente Macron 
può gongolare, prevedendo una maggioranza che supererebbe 
ampiamente i 400 seggi all'Assemblea nazionale. Per un leader 
che si assicura un solido sostegno parlamentare, un'altra vacilla,
 vittima della voglia di voto anticipato e delle sue conseguenze 
politiche. In che modo la debolezza di Theresa May influenzerà il 
negoziato della Brexit (che inizia lunedì prossimo) e la costruzione
 di una difesa Ue senza Londra? Nel frattempo, continua la crisi nel 
Golfo: una lista con i nomi di 59 personalità e 12 organizzazioni legate
 al Qatar e ritenute "sponsor del terrorismo" è stata pubblicata, mentre
 Riad lancia agli attori regionali un chiaro monito, mettendo Doha nell'angolo.
 Quali sono le ripercussioni sull'Italia e l'Ue? E il nostro Paese 
manderà l'ambasciatore al Cairo, dove un rappresentante italiano manca da
 più di un anno, in risposta alla crisi apertasi con l'Egitto.


Caso Regeni
Italia-Egitto: tempo di mandare l’ambasciatore
Ugo Tramballi
12/06/2017
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È dall’aprile 2016 - più di un anno - che l’Italia non ha un ambasciatore al Cairo: da quando i giudici egiziani incaricati di seguire le indagini e risolvere il caso della morte di Giulio Regeni erano venuti a Roma. Noi pensavamo portassero almeno qualche scampolo di verità; loro di venire solo a fare una breve ma ostentata vacanza romana.

L’ambasciatore Maurizio Massari fu richiamato in patria e poco più tardi mandato a Bruxelles, alla rappresentanza permanente presso l’Ue. Qualche tempo dopo, la Farnesina nominò il suo sostituto: Giampaolo Cantini. Che non è mai partito per il Cairo.

A Garden City, il quartiere sul Nilo dove sorge la nostra ambasciata - un luogo impossibile da proteggere -, il personale svolge da 14 mesi il minimo necessario: niente missioni governative o imprenditoriali da organizzare o sostenere, scarsi contatti con le autorità egiziane e forzatamente non di alto livello.

Al fianco di Roma nessuno, o quasi 
Pressioni e mobilitazioni non sono servite per avere dal governo egiziano una modica quantità di giustizia: una giustizia plausibile, formale, che individui i nomi di qualche responsabile da arrestare. Sapendo bene che dopo qualche tempo sarebbe silenziosamente scarcerato.

Niente. Nemmeno la mediazione di Papa Francesco in visita dal presidente Abdel Fattah al Sisi ha prodotto qualche risultato. Neanche la diplomazia parallela di Eni, che due anni fa aveva scoperto il giacimento di Zhor: 850 miliardi di metri cubi di gas.

Al contrario, il presidente egiziano è stato fra i primi a essere ricevuto alla Casa Bianca. Nel successivo incontro a Riad con tutti i capi di Stato e di governo sunniti, Donald Trump ha pubblicamente elogiato il collega egiziano. Occorre molta fantasia per pensare che ci sia in Europa, in Occidente e nel resto del mondo qualcuno che ci spalleggi nella richiesta di verità per l’arresto, il lento massacro e la morte di Giulio Regeni. Al contrario, con la scusa del terrorismo - una minaccia reale -, al Sisi ha intensificato la repressione, lo stato di polizia, gli arresti, le torture, la sparizione di centinaia di giovani che non avevano nulla a che vedere con l’Isis.

Come spiega riguardo all’Egitto “Civil Society Under Assault”, un report del Carnegie appena pubblicato e dedicato alle repressioni in tre Paesi (gli altri due sono Russia ed Etiopia), il regime di al Sisi “hasused sweeping antiterrorism and antiprotest measures to institutionalize previously extra judicial practices. Egyptians authorities have targeted human rights groups. In parallel the regime has escalated the use of enforced disappearances and detection of activists, dissident and suspected Brotherhood supporters”.

Verità per Giulio e boicottaggio
E dunque? I genitori di Giulio e il vasto movimento di opinione che li sostiene sono comprensibilmente determinati: niente ambasciatore al Cairo senza verità.

Un diplomatico europeo che conosce bene l’Egitto è convinto che “la fine del boicottaggio italiano sarebbe la fine di ogni speranza di conoscere la verità: il regime prenderebbe il ritorno del vostro ambasciatore come la rinuncia ufficiale a proseguire il caso”. Il problema è che per il governo del Cairo il caso è già chiuso: non c’è un solo elemento che faccia sperare il contrario.

Intanto ci sono gli italiani che vivono in Egitto. Ci sono decine di studenti e di giovani ricercatori come Giulio che lavorano nelle università. C’è un interscambio commerciale da 5 miliardi di euro che ora langue. Ci sono decine di aziende che hanno investito e aperto imprese in tempi non sospetti, che danno lavoro a 40mila egiziani e garantiscono un fatturato di altri 5 miliardi di euro: Eni, Edison, Pirelli, Alex Bank.

“Nei nostri confronti non c’è ostilità. Peggio: quasi indifferenza”, mi diceva qualche tempo fa Marcello Sala, presidente del Business Council italo-egiziano ed ex Alex Bank. “Avete deciso di non venire?, ci dicono. No problem: ci sono i francesi e i tedeschi, i cinesi e i russi. Il paradosso è che noi siamo in guerra con l’Egitto. Ma l’Egitto non lo è con noi. È da qui che viene la domanda al governo italiano: e adesso? Vogliamo solo sapere se quel paese non è più una priorità per l’Italia e programmare altrove gli investimenti”.

Per questo, per i giovani che continuano ad andare in Egitto nonostante il governo italiano si sforzi di fermarli, per continuare ad avere una voce autorevole che ricordi ogni giorno Giulio Regeni e chieda verità. Per tutto questo, non servirebbe togliere Giampaolo Cantini dall’inutile parcheggio alla Farnesina e mandarlo sulla prima linea del Cairo?

Ugo Tramballi è editorialista del Sole 24 Ore.

Ricerca Parametrale n. 546. Notizie del 13 giugno 2017

G7 e Ambiente
L’Ue dichiara guerra allo spreco alimentare
Daniele Fattibene
10/06/2017
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Uno dei fenomeni più drammatici a cui la nostra società sembra essersi tristemente abituata è l’ormai inaccettabile squilibrata distribuzione del cibo a livello globale, con milioni di individui che non hanno accesso a cibo sano e nutriente a dispetto di altri che invece possono permettersi il lusso di gettarlo, generando sprechi e perdite alimentari (il cosiddetto Food Losses and Waste).

Secondo la Fao, più di un miliardo di tonnellate di cibo sono sprecate ogni anno, per cause diverse, nei Paesi sviluppati (cattive abitudini dei consumatori unite all’assenza di coordinamento tra i vari attori della filiera alimentare) e in quelli in via di sviluppo (infrastrutture carenti e altre debolezze strutturali di tipo finanziario e manageriale).

Il tema ha suscitato una grande reazione non solo di istituzioni nazionali e internazionali, ma anche della società civile. Non è un caso che esso sia stato inserito nella “Carta di Bologna per l’ambiente”, firmata l’8 giugno durante uno dei tanti eventi collaterali alla ministeriale del G7 sull’Ambiente dell’11 e 12 giugno.

Fao: 2,6 miliardi di costi globali
Per la Fao i costi globali di sprechi e perdite alimentari ammonterebbero a circa 2,6 mila miliardi di euro. Oltre alle perdite economiche, ci sono enormi costi ambientali e sociali tra cui le emissioni di CO2 nell’atmosfera, lo sfruttamento delle risorse idriche e agricole, oltre che una seria minaccia per la biodiversità.

I Paesi membri dell’Unione europea generano ogni anno circa 90 milioni di tonnellate di sprechi e perdite alimentari (circa 173 kg pro capite), per un valore totale superiore ai 140 miliardi di euro, pari all’intero bilancio dell’Ue.

Anche per arginare questo fenomeno, la Commissione europea nel 2015 ha lanciato un pacchetto (fatto di un actionplan e quattro proposte di direttiva) sulla cosiddetta “economia circolare”, attualmente al vaglio del Parlamento e del Consiglio. L’obiettivo è di allineare le politiche europee agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu, creando un modello di consumo e di produzione realmente sostenibile.

L’economia circolare dell’Ue
La proposta di direttiva della Commissione sui rifiuti (di cui lo spreco alimentare fa parte) prevede tra le altre misure: la creazione di una metodologia comune entro il 2017 volta a misurare il fenomeno ed effettuare comparazioni tra i diversi Stati membri; la definizione di una chiara gerarchia del cibo che metta al primo posto il consumo umano rispetto alla sua conversione in mangime per animali o alla produzione di prodotti non edibili (biocarburanti, ecc.); la riduzione dello spreco nel settore primario, nella distribuzione, nella ristorazione e a livello domestico.

Per facilitare il raggiungimento di questo risultato è stata costituita una piattaforma europea multi-settoriale con l’obiettivo di condividere buone pratiche e affrontare gli aspetti più critici del tema, dalla definizione di spreco alla individuazione di linee guida per agevolare le donazioni di surplus di cibo a enti caritatevoli. La proposta della Commissione è stata emendata e poi approvata dal Parlamento riunito in seduta plenaria, inserendo obiettivi più stringenti per gli Stati membri come il dimezzamento di sprechi e perdite alimentari entro il 2030.

Le critiche degli attori del terzo settore
La proposta della Commissione ha suscitato inevitabilmente delle critiche da parte di vari attori. Non sarà facile raggiungere un accordo su una definizione condivisa di spreco e perdite alimentari e sulla metodologia di calcolo. Gli attori del terzo settore per esempio vorrebbero che oltre a misurare la quantità di cibo sprecato o perso nel corso della filiera si calcolasse anche la quantità di cibo recuperato. La misurazione dovrebbe coinvolgere inoltre gli sprechi e le perdite generate nel settore primario, dove spesso i produttori sono costretti a produrre fino al 30 per cento in più per rispettare i loro contratti.

Sul fronte della donazione del cibo ci sono poi problemi importanti relativi al rispetto dei princìpi igienico-sanitari del cibo donato, soprattutto nel caso di cibi freschi per i quali bisogna garantire la tutela della catena del freddo e che richiedono strutture di cui le associazioni di volontari non necessariamente dispongono.

Infine le linee guida europee devono a tutti i costi evitare che si arrivi a creare due categorie di individui: una che ha accesso a cibo sano e nutriente e una che può essere nutrita solo con le donazioni di surplus di cibo. L’obiettivo finale deve essere quello di rendere il sistema di produzione del cibo sempre più sostenibile, facendo sì che gli sprechi e le perdite alimentari cessino di costituire un elemento quasi intrinseco al sistema di produzione alimentare.

Francia e Italia in campo contro lo spreco alimentare
Nel frattempo Francia e Italia hanno già compiuto i passi più significativi a livello normativo nella lotta allo spreco alimentare. Entrambi hanno infatti emanato leggi molto importanti anche se gli approcci utilizzati differiscono in modo significativo.

La Francia ha adottato una legge piuttosto punitiva, volta ad eliminare la piaga del surplus di cibo invenduto e letteralmente distrutto praticata da alcuni grandi supermercati. È stato quindi istituitol’obbligo per i supermercati dalla superficie di almeno 400 metri quadri di donare il surplus di cibo a enti caritatevoli, con multe fino a 3.750 euro per i trasgressori.

In Italia invece, la recente legge Gadda ha visto il coinvolgimento di numerosi attori, con l’obiettivo di semplificare le procedure per la donazione del surplus di cibo, attraverso incentivi fiscali (come la riduzione della Tari) per chi dona cibo ad enti caritatevoli, ma anche intervenendo sul tema delle etichette (si pensi alla differenza spesso poco chiara al consumatore tra “scade il” e “consumarsi preferibilmente entro”) e costituendo un tavolo di confronto a livello di ministero dell’Ambiente per coordinare i vari attori coinvolti.

Verso la creazione di un DG Food?
La proposta della Commissione che sarà approvata nei prossimi mesi rappresenterà un grande passo in avanti nella lotta globale contro spreco e perdite alimentari, anche se diversi sono i temi su cui bisognerà lavorare in futuro per raggiungere risultati ancora più tangibili. Tra questi non solo la necessità di includere maggiormente il settore agricolo riducendo a monte la sovrapproduzione di cibo e tutelando allo stesso tempo i produttori; servirà anche una maggiore attenzione verso il settore digitale che sta dando già importanti risultati in materia di donazione del cibo; occorre poi una maggiore educazione dei consumatori per diffondere stilidi alimentazione più consapevoli e sostenibili.

L’obiettivo più ambizioso è però quello di produrre un cambio istituzionale a livello europeo, che porti alla creazione di un vero e proprio DG Food che dia vita ad una nuova politica Ue di sicurezza alimentare che si basi sul nesso tra cibo, acqua, energia e cambiamento climatico e consenta di restituire al cibo il valore che merita.

Daniele Fattibene lavora nel programma Sicurezza e Difesa dello IAI (@danifatti).

domenica 18 giugno 2017

Ricerca parametrale n. 545. Notizie del 6 giugno 2017

Legislative, primo turno
Francia: un solo scenario, Macron pigliatutto
Jean-Pierre Darnis
09/06/2017
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"L’elezione del presidente della Repubblica sta divorando le politiche". Cosi l’ex primo ministro Jean-Pierre Raffarin commentava recentemente la dinamiche delle legislative in Francia. La République En Marche, il partito creato dal neo presidente Emmanuel Macron, si sta affermando in molti collegi elettorali.

In poche settimane, il partito ha avviato la selezione dei candidati su basi curriculare, presentando una serie di facce nuove sul territorio. I partiti tradizionali, LesRépublicains a destra e il partito socialista a sinistra, sembrano ormai debolissime controfigure.

La destra i e socialisti ridotti a figuranti
La dinamica dell’elezione presidenziale aveva già mandato in soffitta il partito socialista, con un’emorragia di dirigenti traslata verso il candidato centrista. La nomina di Edouard Philippe a capo del governo, con l’insieme dei dicasteri economici affidati a politici di destra, ha rappresentato la seconda fase dell’operazione di conquista politica, quella dell’Opa su gran parte della destra.

Anche la decisione di riaprire le discussioni sulla riforma del mercato del lavoro ha dato un altro colpo ai Republicains, visto che questo tema era da decenni parte del Dna della destra. Destabilizzati dalle presenze significative al governo, i politici di destra rimangono poi senza voce tanto il programma lanciato dalla presidenza riprende idee che non possono criticare.

Un mese di presidenza ineccepibile
Bisogna costatare che il primo mese di presidenza Macron è stato ineccepibile. Il presidente si è subito distinto per un utilizzo della carica consono alla sua sacralità. Nonostante si serva puntualmente delle occasioni fornite dall’agenda presidenziale per apparire e parlare in pubblico, Macron presta molta attenzione a rimanere sull’altare presidenziale e a non ripetere gli errori commessi in passato sia da Hollande che da Sarkozy, i quali apparivano troppo dozzinali sia in termini morali che di frequentazioni vip.

Piccoli dettagli, come la decisione di festeggiare la sua vittoria di fronte alla piramide del Louvre, hanno delineato la ricercatezza nell'attenzione all’immagine. Macron si è recato nella base militare di Gao in Mali per esprimere il suo sostegno alle truppe, in puro stile presidenziale americano; ha colto il pretesto della visita ai cantieri navali di Saint Nazaire per chiedere una revisione dell’accordo con Fincantieri e apparire come il paladino della difesa dell’interesse industriale francese.

Ovvio che questa mossa abbia suscitato parecchio risentimento in Italia, perché ha riaperto una partita che sembrava già chiusa, ma Macron prosegue sulla sua strada elettorale dove ogni operazione è propedeutica alla conquista di ulteriori consensi.

Altro esempio, la decisione presa da Donald Trump di uscire dagli accordi di Parigi sull’ambiente ha suscitato un’importante reazione negativa mondiale. Macron ha colto la palla al volo con il tweet “Make Our Planet Great Again” diventato virale. Infine, il presidente non ha trascurato di essere presente alle finali della Coppa di Francia di calcio e del campionato di rugby, coltivando l’immagine di un presidente giovane e amante degli sport popolari.

Un Paese che si compatta intorno alla presidenza
Di fronte a questo impeccabile percorso, il Paese si sta compattando intorno alla presidenza della Repubblica. La vittoria elettorale è stata un incredibile colpo politico, ma quest’operazione ha cambiato il panorama. Le ragioni del disagio che aveva nutrito l’estrema destra e l’estrema sinistra sono ancora presenti. Ma la maggioranza dei Francesi appare stanca delle opposizioni osservate nella lunga campagna elettorale, durata almeno un anno includendo le primarie e caratterizzata da colpi di scena, opposizioni violente e minacce di destabilizzazione con programmi che mettevano a rischio la stabilità europea.

L’elettorato vuole voltare pagina. Emmanuel Macron ha vinto le presidenziali in modo brillante e esiste ormai un sentimento diffuso volto a sostenerlo dotandolo di mezzi politici atti a governare. Per questo motivo si è imposto lo scenario di una larga vittoria del partito “La République En Marche” alle politiche.

Subito dopo l’elezione di Emmanuel Macron molti analizzavano la situazione guardando alle passato e affermando l’impossibilità che un esercito di candidati sconosciuti potesse affermarsi nelle urne fino al punto di ottenere la maggioranza assoluta. Si ragionava anche sulle possibilità di maggioranze allargate ai socialisti o ai “républicains” nell’ambito di coalizioni oppure di maggioranze di scopo per votare alcune leggi.

Questi scenari sembrano ormai archiviati, tant’è grande la solidificazione del consenso intorno al presidente che dovrebbe sfociare nella maggioranza assoluta all’Assembla superando, anche di gran lunga, il traguardo dei 288 eletti. Anche se la legge elettorale maggioritaria francese crea un forte collegamento fra l’eletto e il suo territorio, non essendo previste liste nazionali, la slavina macronista è tale che molti francesi si accingono a votare il “partito del presidente” e ad eleggere un’intera classe di candidati pressoché sconosciuti.

Questa operazione rinforzerà il mandato del presidente che dovrà d’altro canto consegnare risultati. Il rinnovo inedito della classe parlamentare francese creerà delle complicazioni, senza dubbio, il che rafforzerà ulteriormente il potere della Presidenza della Repubblica sia come centro decisionale ma anche come expertise tecnica, essendo supportato da tecnici al governo.

È dai tempi del Gollismo trionfante, alla fine degli anni 1950, che la Francia non appariva cosi politicamente compatta, una Francia che potrà quindi lanciare una sfida ai partner europei, chiamati a rispondere alle spinte riformiste parigine.

Jean Pierre Darnis è Direttore Programma Sicurezza e Difesa IAI.


Lo chiamano le troisième tour: più che un appuntamento elettorale a sé, un vero e proprio terzo turno delle elezioni presidenziali. In effetti il voto per il rinnovo dell’Assemblea nazionale non solo è strettamente legato a quello per l’elezione del presidente, ma è, solitamente, nient’altro che la conferma del risultato della precedente consultazione.

In un sistema bipolare com’è - o meglio com’era, fino alla vittoria il 7 maggio di Emmanuel Macron - quello francese, gli elettori tendono a risintonizzarsi sulle stesse frequenze politiche del mese prima e la maggioranza dei seggi finisce per essere occupata da deputati allineati con il presidente. Ora che il bipolarismo è saltato, le cose non sono più così scontate.

L’incognita è soprattutto legata alla velocità con cui si è realizzata la svolta centrista dell’elettorato francese. Macron è sì riuscito a mettere ai margini la destra e la sinistra storiche, ma con un partito che è ancora allo stadio di debuttante: La République en marche - con cui si presenta alle legislative - è il figlio, con appena un mese di vita, di un movimento che ha da poco compiuto un anno. Senza contare che la meteora Macron si è accesa così velocemente anche grazie alla spinta anti-LePen che ha caratterizzato gli ultimi mesi della campagna elettorale.

Il rischio, qualora non confluissero sufficienti voti su La République en marche, è la cosiddetta coabitazione, come si definisce la situazione in cui maggioranza parlamentare e capo di Stato in carica appartengono a schieramenti opposti.

Si verificò sotto la presidenza di François Mitterand nel 1986 e nel 1993, e con quella di Jacques Chirac nel 1997; oppure, un’inedita, per la Francia, coalizione.Stando ai sondaggi, però, Macron dovrebbe seguire piuttosto il modello De Gaulle: le intenzioni di voto suggeriscono che il presidente otterrà una maggioranza simile a quella del padre della Quinta Repubblica nel 1968.

Presidenziali “mignon”
Come per l’elezione del presidente, il voto per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale si distribuisce su due turni, il primo l’11 giugno, il secondo il 18. I seggi da occupare sono 577, così come i collegi uninominali in cui è diviso il territorio francese. Se nessun candidato raggiunge il 50%, la sfida si sposta al secondo turno, tra i due o più candidati che hanno ottenuto almeno il 12,5% degli aventi diritto al voto.

La possibilità di uno scontro a tre o a quattro è l’unica grande differenza tra legislative e presidenziali. Ed esattamente come per l’elezione del presidente, può succedere che al ballottaggio gli elettori che hanno visto sconfitto il proprio candidato decidano di utilizzare il loro voto più che per favorire la loro seconda scelta per sfavorire la terza.

Per questo l’estrema destra di Marine Le Pen, che oggi rappresenta almeno il 25% dell’elettorato, difficilmente potrà ottenere una percentuale equivalente di seggi alle legislative: è più probabile che gli altri partiti e rispettivi elettori si coalizzino, come per il ballottaggio con Macron, contro il Front National. Come nel 2012, quando il 13% di voti conquistati dal partito alle legislative non riuscì a tradursi in più di due seggi.

Per avere la maggioranza, Macron dovrebbe vedere vincere il proprio partito in almeno 289 collegi. Un capo di Stato che non sia sostenuto dall’Assemblea nazionale, in Francia, conserva il potere di decidere la politica estera e di difesa, ma non quello - da negoziare con gli altri partiti - di definire l’agenda di politica interna.

La République en marche e l’alleanza con MoDem
Un’ex torera professionista, un pilota intervenuto in Siria, un eccentrico studioso della matematica: sono solo alcuni tra i profili più caratteristici dei 526 candidati presentata da Emmanuel Macron. La vera originalità sta però nel fatto che si tratta - come nel 77% dei nomi scelti dal presidente - di personaggi estranei alla politica, o che non esercitano alcun incarico pubblico.

L’età media dei candidati è poi di 46 anni - contro i 60 dei deputati uscenti - a testimoniare che sull’idea di rinnovare il panorama politico francese Macron fa sul serio. È con questa squadra che il presidente spera di portare avanti la sua politica europeista e il suo programma di riforma del lavoro, sul quale - ha annunciato - ha già in mente di procedere per decreti, con l’obiettivo di superare entro la fine dell’estate un sistema che ad oggi “non crea occupazione né attrae investitori”.

Alleato de La République en marche, dopo qualche iniziale difficoltà, è il Movimento Democratico di François Bayrou, che ha ottenuto di presentare un centinaio di candidati nella stessa lista. Le circoscrizioni lasciate senza candidato non sono casuali: l’alleanza presidenziale non concorrerà dove sono schierate personalità già favorevoli a una collaborazione in Assemblea.

Marine Le Pen, “Voglio essere sola”
Consapevole di non avere il favore di altri partiti, il Front National corre da solo e schiera ben 571 candidati, quasi uno per ogni circoscrizione. Tra questi c’è la stessa Marine Le Pen: riluttante in un primo momento, la leader euroscettica si è infine decisa a concorrere per il seggio di Nord Pas di Calais, regione che le ha consegnato il 58% delle preferenze al secondo turno delle presidenziali. In generale, anche il Front National presenta una lista di giovani - età media 47 anni -,l’80% dei quali, tuttavia, già detentori di un incarico politico a livello locale.

C’era, inizialmente, una prospettiva di alleanza con il partito sovranista Debout la France, guidato da Nicolas Dupont-Aignan, ma l’accordo è stato presto sospeso. Quanto al programma, per il Fn la riforma del lavoro non sembra essere una priorità - almeno non quanto l’uscita dall’Unione europea e dall’Euro - e la proposta di Macron di realizzarla attraverso decreti sarebbe invece un tentativo di “colpo di Stato” al servizio delle grandi aziende.

La Destra in agitazione: Repubblicani e Udi
481 candidati, più i 146 dell’Unione dei Democratici e degli Indipendentisti, non bastano a rassicurare i Repubblicani, messi all’angolo dal ciclone Macron alle presidenziali e ora di fronte a un bivio: rivendicare l’identità di destra o scendere a patti con il presidente, che nel frattempo li ha attratti a sé nominando Édouard Philippe primo ministro e affidando a Bruno Le Maire e Gérald Darmanin i dicasteri dell’Economia e dei Conti pubblici. François Baroin, a capo della campagna repubblicana per le legislative, pende senz’altro per la prima ipotesi ed è anzi determinato a imporre a Macron una coabitazione con la “sua” destra.

Leggermente ritoccato il programma originario dell’ex candidato presidenziale, François Fillon. Resta la proposta di eliminare le 35 ore di lavoro settimanali e di riformare la tassa sul patrimonio, ma cambiano le posizioni su alcuni temi: tagli alla spesa pubblica più graduali, minore apertura verso i matrimoni gay, priorità alla creazione di“una vera Unione politica europea”.

La sinistra ambiziosa di Mélenchon
Per i sondaggi è ormai l’unica sinistra, sempre più avanti rispetto al Partito Socialista. Del resto è proprio l’obiettivo del leader della France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon: diventare il punto di riferimento della sinistra a spese del vecchio, storico, partito, cui ha già sottratto un’ampia fetta di elettorato nella corsa all’Eliseo.

Anche la sua Francia ribelle fa il pieno di circoscrizioni, con una lista dicandidati giovani - ce n’eè uno di 19 anni -, per il 60% provenienti dalla società civile. Dovevano farne parte anche alcuni nomi del Partito Comunista, ma i rapporti tra le due sinistre sono andati deteriorandosi nel corso della campagna elettorale, fino al disfacimento dell’accordo.

Invariato il programma politico: garantire un salario minimo che favorisca i meno abbienti, abbassare l’età pensionabile, introdurre nuove misure a tutela dell’ambiente, rinegoziare i Trattati con l’Unione europea.Lo stesso Mélenchon è candidato a Bouches-du-Rhône, in Provenza, dove ha già riscosso un discreto successo alle presidenziali: neanche a dirlo, un vecchio bastione socialista.

Socialisti in crisi, ancora
Spinto sempre più al largo dall’estrema sinistra, la sua priorità ora è essenzialmente quella di sopravvivere. Il Partito socialista, in coda nei sondaggi, ha presentato oltre 400 candidature, lasciando le restanti circoscrizioni ai suoi alleati - i Verdi, l’Unione dei Democratici ed Ecologisti e il Partito Radicale di sinistra.

L’attuale programma politico abbandona alcune delle proposte dell’ex candidato presidenziale Benoît Hamon - come l’uscita dal nucleare - e si oppone, come già altri programmi avversari, all’idea del presidente Macron di riformare le regole del lavoro attraverso una serie di decreti.

Isabella Ciotti è giornalista.

Ricerca Parametrale n. 544, Notizie del 1 giugno 2017

Francia, Bce, Corea del Nord, G7 e Trump
Newsletter n° 544 , 1 giugno 2017

I sondaggi sorridono a Emmanuel Macron, quando mancano
 10 giorni al voto per il rinnovo dell'Assemblea nazionale:
 i francesi vogliono dare al presidente un mandato pieno
 e si preparano a premiare la sua République En Marche
 nelle urne delle legislative (primo turno l'11 giugno). 
L'Ue, che studia gli spazi d'azione lasciati liberi dal
paventato disimpegno globale degli Stati Uniti di Donald
 Trump, conferma intanto - per bocca del presidente della
 Bce Mario Draghi - la necessità di mantenere ancora aperti
 i rubinetti del Quantitative Easing, nonostante i timidi 
segni di ripresa delle prospettive economiche dell'eurozona.
 A Oriente, invece, la Corea del Nord non arretra di un
 passo le sue provocazioni, fra lanci missilistici e sprezzanti
 messaggi all'indirizzo di Washington e Seul: le sanzioni
 internazionali sono ancora uno strumento valido?

erso le politiche
Francia: elezioni, più web che tv
Alessandro Miglioli
01/06/2017
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Che la competizione politica sia sempre più incentrata sul campo di battaglia di internet e delle nuove tecnologie è il più grande segreto di Pulcinella del nostro tempo.

Il contesto politico internazionale di questi mesi è caratterizzato da una densa serie di tornate elettorali. Gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito e la Germania, (quattro fra le sei maggiori economie mondiali) saranno tutti passati per le urne in poco più di dieci mesi. A questi va poi aggiunta l’evenienza ancora possibile di elezioni politiche anticipate in Italia.

La prossimità temporale di questi appuntamenti democratici ha ulteriormente accentuato un fenomeno di interconnessione dei discorsi politici: quest’anno più che mai abbiamo assistito ad un interesse reciproco degli elettori per le scelte delle loro controparti straniere. Questo fenomeno ha certamente fra le sue concause l’interdipendenza economica che è emblema del nostro tempo, ma i fenomeni economici, mi si perdoni la tautologia, hanno ragioni di natura economica.

L’influenza dei social sul voto
Quello che sarebbe interessante osservare è il modo in cui l’interconnessione sociale dovuta ai social network e ad internet più in generale sta influenzando questa serie di tornate elettorali. Concentriamoci, a titolo d’esempio, sulle recenti elezioni francesi. In questi giorni il dibattito politico nella terra digitale d’Oltralpe ha attraversato un periodo di relativa calma, non a causa di una distensione dei rapporti fra le forze politiche, quanto piuttosto per il fatto che ci si trova all’interno di un occhio del ciclone elettorale, con le elezioni presidenziali appena concluse, e quelle legislative dell’11 e 18 giugno già dietro l’angolo.

L’importanza che il cyber-discorso politico ha raggiunto è esemplificata da un dato su tutti, il tempo di parola concesso dai media tradizionali, quali radio e televisione. Secondo le rilevazioni del Csa (Conseil Supérieur de l’Audiovisuel) i due candidati che hanno ricevuto il maggior numero di ore di attenzione da parte dei media tradizionali non sono riusciti ad approdare al secondo turno.

Hamon, il candidato socialista, ha ricevuto solo un quarto dei voti di Macron, pur avendo avuto il 10% di tempo in più del giovane centrista. Fillon, il candidato dei repubblicani, si è classificato appena una manciata di voti al di sopra di Mélenchon, pur avendo potuto parlare quasi il doppio alla radio e in tv.

I due candidati vincitori del primo round delle elezioni presidenziali, e che adesso si preparano alle legislative in veste, rispettivamente, di presidente - Emmanuel Macron - e di leader del principale partito d’opposizione - Marine Le Pen -, sono invece stati costretti a basare la loro strategia su un più pervasivo utilizzo dei social media, venendo ampiamente ricompensati da questa scelta parzialmente obbligata.

Macron e Le Pen alla prova dei social
Il primo e più ovvio dato sulla loro capacità di persuasione su internet è il numero “mi piace” alle pagine, che sono effettivamente le due pagine con più iscritti nel panorama politico francese. Al di là di questo dato, che non deve essere certo preso come verità ultima (Facebook non può e non deve sostituirsi alle agenzie di polling), è ancora più interessante osservare come i due candidati si pongano su posizioni opposte sul cleavage interconnessione-isolamento, invece che sulla più classica dicotomia destra-sinistra.

È su questo nuovo asse che si basa sempre più la politica: i risultati di eventi politici come l’elezione di Trump e la vittoria della Brexit ne sono efficaci testimonianze. Ed è su questo tema che si coagulano in maniera sempre più chiara due coalizioni di pensiero su base internazionale, aiutate dalle possibilità di comunicazione garantite da internet.

Queste nuove posizioni politiche, una chiaramente internazionale, e l’altra, paradossale alleanza internazionale dei nazionalismi, sono nate e cresciute grazie ed in risposta all’interconnessione. La facilità con cui ci si può rispecchiare e sentirsi partecipe delle posizioni politiche di uno straniero è effettivamente senza precedenti nella storia umana.

Questa nuova capacità di immedesimazione politica internazionale che pervade l’occidente ha però un contraltare nel fenomeno denominato dal Wall Street Journal ‘Blue Feed, Red Feed’, dai colori dei due principali partiti politici americani.

L’effetto Blue Feed, Red Feed
Questo fenomeno ha origine nel funzionamento stesso degli algoritmi dei social network, ma prima ancora che da una ragione tecnologica, nasce da una ragione psicologica. In base alle preferenze espresse precedentemente, il social network propone all’utente la visualizzazione di contenuti simili a quelli già visualizzati ed apprezzati. Dunque un sostenitore della Le Pen, per fare un esempio, finirà per trovare sulla sua bacheca immagini, video ed articoli in linea con le posizioni del Front National. Viceversa per i sostenitori di Macron o di qualsiasi altro gruppo politico.

Questo meccanismo sta portando sempre di più a una fossilizzazione delle posizioni politiche dei cittadini europei, che trovandosi continuamente rinforzati nelle loro opinioni da pareri affini finiscono per non poter vedere in nessun modo i punti di forza di idee concorrenti.

Le due tendenze di cui abbiamo parlato, agendo contemporaneamente, rendono internet il luogo ideale per consolidare consensi fra coloro che hanno posizioni affini, ma al tempo stesso le azioni di convincimento sugli elettori di posizioni avversarie, ed anche solo la possibilità di uno scambio civile di opinioni, si fanno ogni giorno più difficili.

Il nuovo cleavage internazionalismo-isolamento è dunque entrato nella scena politica per restarci, probabilmente per molti anni, perché è iscritto nella struttura stessa del nuovo campo di battaglia politico.

Alessandro Miglioli è laureato all'Università di Bologna in sviluppo e cooperazione internazionale.
 



Trump e l’Europa
G7 e Nato, un drammatico ‘wake up call’
Ferdinando Nelli Feroci
30/05/2017
 più piccolopiù grande
Che non ci fosse una speciale sintonia tra il nuovo presidente americano e l’Europa era cosa nota. La distanza di posizioni e sensibilità era emersa con chiarezza fin dalla campagna elettorale di Trump candidato, e poi a seguito delle prime decisioni di Trump presidente.

Ruolo degli Usa nel mondo, le varie declinazioni del principio “America first”, la sfiducia nella Nato, il rapporto con la Russia, il disimpegno rispetto al ruolo delle istituzioni multilaterali, la diffidenza se non addirittura l’ostilità nei confronti dell’Unione europea, le posizioni espresse in materia di migrazioni, di commercio internazionale, di clima e energia, erano emersi fin dall’inizio come altrettanti fattori di divergenza tra il nuovo presidente Usa e gli europei.

In Europa si era poi sperato che il sistema dei “checks and balances” previsto dalla Costituzione americana, la pratica di governo, un’auspicata presa di coscienza delle complessità del quadro internazionale, e il ruolo di alcuni collaboratori più esperti di affari internazionali, avrebbero contribuito a ridimensionare un programma di governo probabilmente coerente con le aspettative degli elettori di Trump, ma francamente destabilizzante rispetto a un partenariato transatlantico che si era finora basato su valori e obiettivi condivisi.

La prima missione internazionale del nuovo presidente
Poi è arrivata la prima missione internazionale del presidente americano,per la quale vi erano grandi aspettative in Europa e nel Mondo. Così abbiamo potuto registrare che a Riad Trump ha ribaltato l’agenda del suo predecessore e ha puntato sull’obiettivo di un asse preferenziale con l’Arabia Saudita e con i Governi del mondo arabo sunnita per una grande alleanza contro il terrorismo di matrice islamica e in funzione di contenimento dell’Iran.

E abbiamo potuto constatare che a Gerusalemme Trump ha confermato il rapporto strategico con Israele; e ha manifestato solo un generico interesse per l’obiettivo della pace fra israeliani e palestinesi (ma senza assumere impegni per un coinvolgimento diretto degli Usa nel negoziato e senza menzionare la precondizione dei due Stati).

Ma è stato a Bruxelles e poi a Taormina che Trump ha lanciato il messaggio più chiaro ai suoi partner e alleati europei. Al Vertice Nato Trump ha evitato accuratamente ogni riferimento all’impegno americano in materia di difesa collettiva (il noto Articolo V del Trattato, che costituisce il fondamento e la motivazione originaria dell’Alleanza atlantica); ha ottenuto (senza troppe difficoltà, ma anche con poche implicazioni operative) un coinvolgimento della Nato nel contrasto del terrorismo; ma ha soprattutto messo in mora gli alleati europei, sollecitando assai bruscamente una loro accresciuta partecipazione alle spese dell’Alleanza e un aumento dei bilanci della difesa.

Taormina, uno dei Vertici più difficili di sempre
E poi a Taormina, in quello che è stato definito come uno dei Vertici G7 più difficili di sempre, si è potuta ancor meglio misurare la distanza che separa il presidente americano dagli europei (per una volta uniti e solidali, con l’eccezione della May in piena campagna elettorale e con una agenda politica tutta concentrata sulla Brexit).

A Taormina abbiamo non solo registrato la percepibile insofferenza di Trump per i rituali di un vertice multilaterale, e abbiamo potuto assistere alle varie scortesie istituzionali regolarmente sottolineate dalla stampa internazionale (tra cui la decisione clamorosa di evitare la consueta conferenza stampa a conclusione dei lavori del Vertice per andare a pronunciare un discorso di fronte alla truppe americane di stanza a Sigonella).

Ma soprattutto a Taormina si è avuta la netta impressione, malgrado il generoso tentativo del comunicato finale del Vertice di mascherare le differenze in un linguaggio diplomatico e apparentemente consensuale, che Trump abbia voluto cogliere l’occasione del primo incontro collegiale con i leader dell’Occidente per riaffermare le proprie posizioni di principio, contestare i meriti della concertazione e cooperazione in un quadro multilaterale e marcare le differenze,soprattutto rispetto agli europei, in particolare su gestione dei flussi migratori, commercio internazionale e contrasto del cambiamento climatico.

In sintesi a Taormina si è assistito ad un drammatico “wake up call” per gli europei, che d’ora in poi saranno consapevoli di dover affrontare senza il sostegno americano molti dossier di prioritario interesse: dalla difesa alle migrazioni, dal cambiamento climatico al commercio internazionale.

Ed è questo il senso delle dure parole, pronunciate, all’indomani di Taormina, dalla cancelliera tedesca Merkel, che per prima ha avuto il coraggio di prendere pubblicamente atto della nuova situazione (“sono finiti i tempi in cui potevamo fare affidamento sugli altri”) e ha chiamato gli europei “a prendere il loro destino nelle loro mani”, mostrando di avere colto il senso di quanto emerso al G7 e di trarne le necessarie conseguenze.

Una straordinaria finestra d’opportunità
Nell’ottica di una ripresa di iniziativa politica da parte dell’Europa e degli europei, la Merkel ci ha però anchevoluto ricordare che la Brexit prima e ora Trump possono offrirci una straordinaria finestra di opportunità per una rilancio del progetto europeo.

Sviluppi e nuovi impegni nel campo della sicurezza e di una dimensione europea di difesa, completamento della governance dell’Euro, un nuovo governo dell’economia, e politiche migratorie più efficaci e solidali, dovrebbero essere i settori su cui andare rapidamente a testare la volontà e la determinazione degli europei di “riprendere in mano il loro destino”.

E tutto questo beninteso non nella prospettiva di una contrapposizione frontale con gli Usa di Trump, di cui l’Europa comunque non potrà fare a meno. Ma in un’ottica di maggiore autonomia e di maggiore responsabilità dell’Europa e degli europei rispetto al tradizionale alleato e partner.

Certo si dovrà essere consapevoli che se non si riuscirà a procedere a 27 si dovrà essere pronti ad avviare iniziative a partecipazione variabile, sulla base del metodo delle integrazioni differenziate. E si dovrà ugualmente essere consapevoli che per procedere su questa strada la volontà politica costituirà una condizione necessaria ma non sufficiente; ma che sarà necessario anche soddisfare vari requisiti e precondizioni.

Francia e Germania sembrano pronte a raccogliere la sfida. C’è da sperare che anche l’Italia saprà fare la sua parte, non limitandosi a seguire iniziative di altri, ma partecipando da protagonista con idee e proposte. Un obiettivo che presupporrebbe peraltro un minimo di stabilità del quadro politico.

Ferdinando Nelli Feroci è presidente dello IAI.

Ricerca Parametrale n. 543. Notizie del 31 maggio 2017

Trump e l'Europa, il bilancio dei Vertici Nato e G7
Newsletter n° 543 , 31 maggio  2017

Prima gli Alleati a Bruxelles, poi i Grandi a Taormina hanno potuto
 prendere le misure della nuova politica estera di Donald Trump,
 al suo debutto all'estero e in una cornice multilaterale (per cui ha
 subito mostrato insofferenza). Un presidente fuori dagli schemi 
che ha battuto cassa, sollecitando un maggiore concorso dei 
Paesi membri alle spese della Nato, senza mai far riferimento 
all'impegno americano in materia di difesa collettiva. Una grave
 omissione strategica e politica. Ma Trump si cura solo del
 contrasto al terrorismo in ottica di protezione dei cittadini 
americani e non va per il sottile nella scelta dei compagni 
di strada. Gli interessi economici e commerciali, al grido di 
battaglia "America First!", tracciano il solco, poi, con i 
partner europei. Angela Merkel lo ha intuito al termine del 
G7 siciliano: "Sono finiti i tempi in cui potevamo fare affidamento
 sugli altri". Sono gli europei a dovere prendere il loro destino fra
 le mani: fra Trump a Washington e Londra alla prese con 
la Brexit, per l'Ue si apre una straordinaria finestra d'opportunità. 
Saprà sfruttarla? 

Le analisi del presidente dello IAI Ferdinando Nelli Feroci e del 
direttore di AffarInternazionali Stefano Silvestri.

Trump e l’Europa
G7 e Nato, un drammatico ‘wake up call’
Ferdinando Nelli Feroci
30/05/2017
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Che non ci fosse una speciale sintonia tra il nuovo presidente americano e l’Europa era cosa nota. La distanza di posizioni e sensibilità era emersa con chiarezza fin dalla campagna elettorale di Trump candidato, e poi a seguito delle prime decisioni di Trump presidente.

Ruolo degli Usa nel mondo, le varie declinazioni del principio “America first”, la sfiducia nella Nato, il rapporto con la Russia, il disimpegno rispetto al ruolo delle istituzioni multilaterali, la diffidenza se non addirittura l’ostilità nei confronti dell’Unione europea, le posizioni espresse in materia di migrazioni, di commercio internazionale, di clima e energia, erano emersi fin dall’inizio come altrettanti fattori di divergenza tra il nuovo presidente Usa e gli europei.

In Europa si era poi sperato che il sistema dei “checks and balances” previsto dalla Costituzione americana, la pratica di governo, un’auspicata presa di coscienza delle complessità del quadro internazionale, e il ruolo di alcuni collaboratori più esperti di affari internazionali, avrebbero contribuito a ridimensionare un programma di governo probabilmente coerente con le aspettative degli elettori di Trump, ma francamente destabilizzante rispetto a un partenariato transatlantico che si era finora basato su valori e obiettivi condivisi.

La prima missione internazionale del nuovo presidente
Poi è arrivata la prima missione internazionale del presidente americano,per la quale vi erano grandi aspettative in Europa e nel Mondo. Così abbiamo potuto registrare che a Riad Trump ha ribaltato l’agenda del suo predecessore e ha puntato sull’obiettivo di un asse preferenziale con l’Arabia Saudita e con i Governi del mondo arabo sunnita per una grande alleanza contro il terrorismo di matrice islamica e in funzione di contenimento dell’Iran.

E abbiamo potuto constatare che a Gerusalemme Trump ha confermato il rapporto strategico con Israele; e ha manifestato solo un generico interesse per l’obiettivo della pace fra israeliani e palestinesi (ma senza assumere impegni per un coinvolgimento diretto degli Usa nel negoziato e senza menzionare la precondizione dei due Stati).

Ma è stato a Bruxelles e poi a Taormina che Trump ha lanciato il messaggio più chiaro ai suoi partner e alleati europei. Al Vertice Nato Trump ha evitato accuratamente ogni riferimento all’impegno americano in materia di difesa collettiva (il noto Articolo V del Trattato, che costituisce il fondamento e la motivazione originaria dell’Alleanza atlantica); ha ottenuto (senza troppe difficoltà, ma anche con poche implicazioni operative) un coinvolgimento della Nato nel contrasto del terrorismo; ma ha soprattutto messo in mora gli alleati europei, sollecitando assai bruscamente una loro accresciuta partecipazione alle spese dell’Alleanza e un aumento dei bilanci della difesa.

Taormina, uno dei Vertici più difficili di sempre
E poi a Taormina, in quello che è stato definito come uno dei Vertici G7 più difficili di sempre, si è potuta ancor meglio misurare la distanza che separa il presidente americano dagli europei (per una volta uniti e solidali, con l’eccezione della May in piena campagna elettorale e con una agenda politica tutta concentrata sulla Brexit).

A Taormina abbiamo non solo registrato la percepibile insofferenza di Trump per i rituali di un vertice multilaterale, e abbiamo potuto assistere alle varie scortesie istituzionali regolarmente sottolineate dalla stampa internazionale (tra cui la decisione clamorosa di evitare la consueta conferenza stampa a conclusione dei lavori del Vertice per andare a pronunciare un discorso di fronte alla truppe americane di stanza a Sigonella).

Ma soprattutto a Taormina si è avuta la netta impressione, malgrado il generoso tentativo del comunicato finale del Vertice di mascherare le differenze in un linguaggio diplomatico e apparentemente consensuale, che Trump abbia voluto cogliere l’occasione del primo incontro collegiale con i leader dell’Occidente per riaffermare le proprie posizioni di principio, contestare i meriti della concertazione e cooperazione in un quadro multilaterale e marcare le differenze,soprattutto rispetto agli europei, in particolare su gestione dei flussi migratori, commercio internazionale e contrasto del cambiamento climatico.

In sintesi a Taormina si è assistito ad un drammatico “wake up call” per gli europei, che d’ora in poi saranno consapevoli di dover affrontare senza il sostegno americano molti dossier di prioritario interesse: dalla difesa alle migrazioni, dal cambiamento climatico al commercio internazionale.

Ed è questo il senso delle dure parole, pronunciate, all’indomani di Taormina, dalla cancelliera tedesca Merkel, che per prima ha avuto il coraggio di prendere pubblicamente atto della nuova situazione (“sono finiti i tempi in cui potevamo fare affidamento sugli altri”) e ha chiamato gli europei “a prendere il loro destino nelle loro mani”, mostrando di avere colto il senso di quanto emerso al G7 e di trarne le necessarie conseguenze.

Una straordinaria finestra d’opportunità
Nell’ottica di una ripresa di iniziativa politica da parte dell’Europa e degli europei, la Merkel ci ha però anchevoluto ricordare che la Brexit prima e ora Trump possono offrirci una straordinaria finestra di opportunità per una rilancio del progetto europeo.

Sviluppi e nuovi impegni nel campo della sicurezza e di una dimensione europea di difesa, completamento della governance dell’Euro, un nuovo governo dell’economia, e politiche migratorie più efficaci e solidali, dovrebbero essere i settori su cui andare rapidamente a testare la volontà e la determinazione degli europei di “riprendere in mano il loro destino”.

E tutto questo beninteso non nella prospettiva di una contrapposizione frontale con gli Usa di Trump, di cui l’Europa comunque non potrà fare a meno. Ma in un’ottica di maggiore autonomia e di maggiore responsabilità dell’Europa e degli europei rispetto al tradizionale alleato e partner.

Certo si dovrà essere consapevoli che se non si riuscirà a procedere a 27 si dovrà essere pronti ad avviare iniziative a partecipazione variabile, sulla base del metodo delle integrazioni differenziate. E si dovrà ugualmente essere consapevoli che per procedere su questa strada la volontà politica costituirà una condizione necessaria ma non sufficiente; ma che sarà necessario anche soddisfare vari requisiti e precondizioni.

Francia e Germania sembrano pronte a raccogliere la sfida. C’è da sperare che anche l’Italia saprà fare la sua parte, non limitandosi a seguire iniziative di altri, ma partecipando da protagonista con idee e proposte. Un obiettivo che presupporrebbe peraltro un minimo di stabilità del quadro politico.

Ferdinando Nelli Feroci è presidente dello IAI.

Trump e la Nato
Usa ed Europa, la forza o il valzer
Stefano Silvestri
30/05/2017
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Il presidente Donald Trump in altri tempi sarebbe stato definito un isolazionista. Non crede nelle alleanze e negli alleati e non pensa che gli Stati Uniti debbano preoccuparsi di governare il nuovo disordine della globalizzazione, ma piuttosto che essi debbano concentrarsi sulla difesa dei loro interessi immediati, soprattutto quelli di natura economica e commerciale.

Sulla sicurezza, visioni limitate
Anche sulla sicurezza ha una visione ristretta e parziale: si tratta di difendere le frontiere, non solo dalle minacce militari, ma anche dall'immigrazione clandestina e dalla concorrenza "sleale". Inoltre è necessario eliminare chi minaccia di uccidere cittadini americani, cioè oggi in primo luogo i terroristi.

A questo scopo non è il caso di fare gli schizzinosi: chiunque possa aiutare gli americani è accettabile, quali che siano le sue caratteristiche, dai principi sauditi ai governi europei. Gli americani guarderanno solo ai risultati della lotta al terrorismo. Tutto il resto non li riguarda.

L'articolo 5 grande assente
Molto si è detto sulla scelta di Trump, nel suo intervento al Vertice atlantico di Bruxelles, di non citare l'impegno contenuto nell'articolo 5 del Trattato di Washington, per cui qualsiasi attacco militare contro un alleato è considerato un attacco contro tutti: lo invocammo una volta sola, dopo l'attacco terroristico dell'11 Settembre 2001, ma è il fondamento della Nato, l'organizzazione militare transatlantica.

L'omissione è grave, non tanto in pratica (finché ci saranno militari americani nei vari Paesi europei alleati qualsiasi attacco contro di essi coinvolgerà direttamente anche gli Usa) quanto politicamente e strategicamente. Il problema maggiore non è che il presidente Trump non voglia impegnarsi a difendere gli europei, ma che, così facendo, egli faccia pensare di non ritenere i suoi alleati importanti per la difesa e la sicurezza degli Stati Uniti. Se così fosse, le fondamenta politiche e strategiche dell'Alleanza crollerebbero. Si tratta di un gigantesco errore.

Conseguenze di un grave errore
È anche un falso. Senza gli europei, ad esempio, gli americani non potrebbero controllare le rotte dei sottomarini atomici russi né lo spazio aereo euro-atlantico. Senza gli europei la prosperità economica americana andrebbe in crisi.

Certo, senza gli americani gli europei sarebbero in condizioni anche peggiori, ma mentre essi lo sanno e lo dicono, il presidente Trump sembra ignorare l'altra faccia della medaglia. Questo è molto pericoloso perché può portare a gravi errori e sottovalutazioni, ad esempio nel trattare con la Russia o con la Cina o nell'affrontare l'instabilità politica in Medio Oriente e in Africa.

Ciò può anche spingere qualche avversario più opportunista a prendere rischi maggiori, violando frontiere e linee di contenimento divenute all'improvviso più confuse e fragili. Questo tipo di errori, in passato, ha spesso portato alla guerra.

Le difficili alternative europee
Una seconda conseguenza riguarda gli alleati. Essi sono naturalmente obbligati a reagire, ma hanno di fronte a loro due grandi categorie di scelte: quelle incentrate sulla forza e quelle orientate al valzer.

Le prime, più lineari e sicure, richiedono il concreto e rapido rafforzamento dell'autonomia militare e diplomatica europea, non contro gli Usa, ma indipendentemente da essi. Sembra questa essere la linea verso cui si orientano Angela Merkel ed Emanuel Macron. Ma sono scelte che richiederanno un forte e continuativo impegno politico e finanziario, nonché un rafforzamento delle politiche comuni europee. Tutte cose non facilissime.

Il secondo tipo di scelte segue, invece, la linea di minore resistenza, nella direzione, ben nota alla storia italiana, di quel detto popolare secondo il quale "viva la Francia, viva la Spagna, purché si magna". Esse sacrificano l'indipendenza e l'autonomia dei nostri Paesi alla ricerca di nuovi protettori, tatticamente intercambiabili.

È una politica estremamente difficile da perseguire, molto instabile e probabilmente, alla lunga, anche rovinosa economicamente. È infine molto difficile che l'unità europea possa sopravvivere ad un simile tatticismo esasperato in cui ogni Paese sarebbe di fatto isolato. Tuttavia questo tipo di scelte potrebbero divenire una necessità ineluttabile se non si riuscisse a seguire la strada della forza.

E gli americani in tutto questo?
Se questi sono gli scenari suggeriti da questa prima uscita internazionale del presidente Trump, gli Stati Uniti, oltre ad essere più soli potrebbero anche essere meno sicuri. In un mondo con un attore europeo più forte ed autonomo la loro sicurezza non soffrirebbe minimamente, anzi potrebbe migliorare, ma la loro autorità e leadership diminuirebbero e così anche la loro capacità di modellare a proprio vantaggio le regole del mercato globale.

Nel caso invece di una grave crisi europea, l'instabilità internazionale crescerebbe, il contributo europeo alla ricchezza americana diminuirebbe, gli avversari degli Stati Uniti diverrebbero più forti.

Non sappiamo ancora se il presidente Trump vorrà (o riuscirà) a condurre al termine la sua rivoluzione isolazionista, o se cambierà idea, né quali siano le sue preferenze circa le scelte che debbono affrontare gli europei. Sappiamo solo che il gioco è cambiato e che dobbiamo prenderne atto.

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.

Riceraca Parametrale n. 542. Notizia del 30 maggio 2017

 G7 Taormina, Siria, Francia-Ue
Newsletter n° 542 , 30 maggio 2017

Un G7 che lascia l'amaro in bocca, quello conclusosi a Taormina, 
tranne che per la buona prova offerta dalla macchina
 organizzativa italiana. Tutti d'accordo sulla lotta al terrorismo,
 pochi giorni dopo l'attacco di Manchester; ma non c'è sintonia
contro il cambiamento climatico. Donald Trump si sfila, e Angela 
Merkel non le manda a dire: impossibile contare sugli Stati Uniti.
 Sulla Siria, invece, tre potenze non presenti in Sicilia (Russia, Iran e Turchia)
 riescono a fare dialogare quasi tutte le parti in causa: nuovi equilibri
 sono all'orizzonte? Emmanuel Macron, protagonista del Vertice
dei Grandi, ha ieri incontrato a Versailles il presidente russo Vladimir 
Putin e si prepara a condurre la sua République En Marche alla 
battaglia delle legislative francesi: battuti (per ora) i nazionalismi,
 e con le sinistre tradizionali che annaspano, quali nuove vie si 
aprono per l'offerta politica europea? Proprio da Parigi arriva 
intanto un sistema di etichettatura alimentare che preoccupa il Made in Italy.


Elezioni in Olanda e in Francia
Sconfitta nazionalismo e débâcle sinistre
Eleonora Poli
27/05/2017
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Nei primi mesi del 2017, l’Unione europea è stata teatro di elezioni nazionali in Olanda in Francia dove, mai come ora, lo spettro del nazionalismo sembrava potere stravolgere il futuro dei due Paesi e quello del progetto di integrazione europea. Ad oggi, il dato interessante che si evince dai risultati elettorali non è tanto la sconfitta dei movimenti nazionalisti ed anti-europei, quanto la disfatta dei partiti tradizionali di sinistra, che potrebbe condizionare l’imminente futuro politico dell’Ue.

Nazionalisti battuti, ma mai così bene
Nel caso dei partiti nazionalisti, si deve parlare di sconfitta parziale perché sebbene sia in Olanda che in Francia il Partito per la Libertà (PVV) e il Front National (FN) non siano riusciti ad esprimere governi nazionali hanno avuto un successo elettorale mai registrato prima d’ora. In Olanda, il PVV, con una campagna elettorale islamofoba,votata a cancellare l’immigrazione e a ridurre l’Ue ad un semplice mercato unico, è riuscito ad attestarsi 20 dei 150 seggi, 6 in più rispetto al 2012, divenendo così il secondo partito del quadro politico olandese.

In Francia, al secondo turno delle elezioni presidenziali, il Front National, con una campagna nazionalista, euroscettica e anti-globalizzazione, si è ascritto il 33,94% delle preferenze con oltre 10,6 milioni di voti. Anche quest’ultimo è un trend nuovo, se si considera che, nelle elezioni presidenziale del 2002, l’allora leader del Front National, Jean Marie Le Pen, aveva avuto solo il 17.8% dei voti contro l’82,2% del candidato repubblicano Jacques Chirac.

Sinistra tradizionale, mai così male
Se per i partiti euroscettici e nazionalisti si può dunque parlare di sconfitta parziale, non si può dire altrettanto dei partiti tradizionali di sinistra. In Olanda, lo storico Partito laburista (PvDA) ha ottenuto solo 9 seggi, 30 in meno rispetto al 2012, mentre in Francia, il Partito socialista (PS) guidato da Benoît Hamon ha registrato solo il 6,4% dei consensi elettorali. I motivi che spiegano l’affossamento della sinistra tradizionale sono identificabili in tre fattori principali: l’andamento economico, la crisi dei valori di solidarietà universale propagati dalla sinistra e gli effetti della globalizzazione sull’elettorato.

Dal 2007, l’Ue ha vissuto una crisi economica senza precedenti, crisi che, sebbene non abbia intaccato tutti i Paesi membri allo stesso modo (in Francia, nel 2016 la crescita del Pil era attorno al 1,2%, mentre in Olanda era del 2,2%, contro una media europea dell’1,6%), ha avuto come unica risposta l’attuazione di politiche di austerità.

In questo frangente, il fallimento del PS in Francia può essere legato all’impossibilità del governo socialista di Hollande di rispondere in maniera efficace alla crisi se non attuando politiche di austerità per cercare di rimanere in linea con i parametri economici imposti dal Patto di Stabilità. Risultato di fatto non ottenuto, visto che la Francia non ha comunque raggiunto l'obiettivo di non superare il 3% di deficit rispetto al Pil.

Diversamente, nel caso olandese, nonostante le performance economiche nettamente migliori, il PvDA, come membro della colazione di governo guidata dal partito di destra di Mark Rutte, il Partito della Libertà e Democrazia (VVD), ha tuttavia appoggiato politiche di austerità che hanno portato a tagli, seppur parziali, delle pensioni o del sistema di sanità, intaccando cioè quei baluardi di equità sociale di cui il Partito laburistasi era da sempre fatto garante.

Crisi di sicurezza sia materiale che valoriale
Al di là dell’economia, il diniego di supporto verso la sinistra tradizionale è dovuto anche alla crisi di sicurezza sia materiale che valoriale, che l’Ue sta vivendo e che viene molto spesso, e a torto, legata alle ondate migratorie. Per loro natura, sia il PS che il PvDA hanno un approccio universalistico di solidarietà sociale che può difficilmente supportare forme di chiusura, soprattutto verso la questione migratoria.

In conformità con questa linea politica, la Francia solo nel 2016 ha registrato più di 86 mila domande di asilo, mentre l’Olanda, dove il PvDA era un partito all’interno di una coalizione, solo 20 mila, il 50% in meno rispetto al 2015. Per questo motivo, in Francia, anche a seguito dei numerosi attentati terroristici, tale forma di solidarietà si è scontrato con il clima di profonda insicurezza, sia materiale che valoriale, che la società francese sta vivendo. In Olanda, invece, il PvDA, adottando politiche non sempre coerenti con la propria ideologia di solidarietà sociale ed economica, ha perso immediatamente credibilità.

A questo dilemma si deve poi aggiungere anche il fatto che l’elettorato francese ed olandese, come del resto quello europeo, non può più essere diviso in cluster sociali di facile identificazione, ma è divenuto molto più complesso, creando spaccature all’interno della società. Sia in Francia che in Olanda, anche se con diverse intensità, non c’è più una contrapposizione politica tra classi sociali, ma tra individui che sentono di beneficiare più o meno della globalizzazione.

Ad oggi, la cosiddetta “workingclass”, storicamente base elettorale dei partiti socialisti, non guarda più necessariamente a sinistra per risolvere i propri problemi. D’altro canto, dall’essere la voce del popolo, le sinistre tradizionali, quando rispettano i propri valori di solidarietà universale, vengono molto spesso identificate come partiti delle élite culturali, perché giudicate incapaci di declinare azioni politiche nazionali concrete a favore dei cittadini meno abbienti. Dall’altro, quando si adeguano a politiche non in linea con i propri ideali, perdono legittimità.

Le vere novità sulla scena europea
Proprio per questo, se le sinistre tradizionali sono state affossate, movimenti politici come En Marche, che con un anno di vita è riuscito a vincere le elezioni presidenziali in Francia, o come il Partito dei Verdi in Olanda, che ha ottenuto 14 seggi rispetto ai 4 delle precedenti elezioni, trionfano. Questi ultimi sono la vera innovazione nello scenario politico.

Da un lato, avendo un occhio fermo sulle questioni di iniquità sociale, che vanno dall’inquinamento ambientale all’accesso ai servizi, si presentano come movimenti politici dalla visione globale, perché fanno appello proprio alle istituzioni sovranazionali, come quelle europee, per risolvere questioni che affliggono sì il loro elettorato ma anche la maggior parte dei cittadini europei e non solo.

Ne è esempio la proposta di Macron di creare un fondo di investimenti per rilanciare l’economia europea e il welfare dei cittadini. Dall’altro, non avendo una base ideologica così rigida, possono più agilmente adattare la propria campagna elettorale ad un elettorato poliforme, mutuando idee, sia in campo economico che sociale, sia da destra che da sinistra senza perdere credibilità. In terzo luogo, non avendo mai governato, non devono fare i conti con azioni politiche pregresse.

In conclusione, non è tanto che le politiche di sinistra non siano più applicabili oggi, ma in una società composta da gruppi sociali non facilmente identificabili, e le cui cause di malessere non sono molto spesso risolvibili a livello nazionale, l’ideologia della sinistra tradizionale diviene nel migliore dei casi un’eredità pesante.

Da un lato, come è successo in Olanda, ogni volta che un partito di sinistra agisce in maniera pragmatica, accettando riforme che non sono consone alle proprie ideologie, perde legittimità. Dall’altro, in un mondo così connesso, dove le crisi non sono molto spesso risolvibili a livello nazionale, i partiti della sinistra tradizionale, come il PS, che esprimono la necessità di solidarietà universale, sembrano poi non essere in grado di espletare le proprie promesse.

In un momento storico di grandi trasformazioni, dove nazionalismo e xenofobia rimangono comunque alle porte, c’è sicuramente ancora bisogna della sinistra tradizionale, che, per non svanire, ha bisogno di rinnovarsi, traducendo la propria crisi esistenziale in una spinta riformista.

Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI.



martedì 30 maggio 2017

Ricerca Parametrale n. 541. Notizie del 26 maggio 2017

Vertice Nato, Trump in Medio Oriente, Spagna, Taiwan
Newsletter n° 541 , 26 maggio  2017

Donald Trump arriva oggi al suo primo G7, nella cornice di
 Taormina - la presidenza di turno è italiana -, dopo un tour
 de force fra Medio Oriente e Europa. Il terrorismo, complice
 anche l'attentato a Manchester, l'ha fatta da padrone nelle
 varie tappe del presidente che ha ieri partecipato a Bruxelles 
al Vertice della Nato, dove l'Alleanza ha meglio definito il
 suo ruolo di fronte alla minaccia fondamentalista. Le parole
 di Trump al summit arabo-islamico-americano di Riad hanno
 però veicolato un messaggio brusco e rivelato una strategia
 debole: combattere il terrore rafforzando l'autoritarismo non
 funzionerà. In Spagna, Pedro Sánchez ha riconquistato
 la leadership del Psoe, il Partito socialista che promette
 un'opposizione senza sconti all'esecutivo di minoranza 
di Mariano Rajoy; e a Madrid torna l'incubo instabilità. 
Anche Taiwan fa i conti con scenari grigi, a un anno
 dall'inizio della presidenza anti-Pechino di Tsai Ing-wen. 


Vertice di Bruxelles
Nato tra Trump e lotta al terrorismo
Alessandro Marrone
23/05/2017
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Un’Europa colpita di nuovo dai terroristi si prepara a ricevere un presidente degli Stati Uniti che ha fatto della lotta al terrorismo l’unica idea certa della propria politica di difesa. Nonostante questa potenziale convergenza di interessi, restano però divergenze tra le posizioni di Washington e degli alleati europei alla vigilia del mini-vertice Nato di Bruxelles.

Trump e la lotta al terrorismo
Donald Trump, dalla campagna elettorale alla sua recente visita in Arabia Saudita, ha fatto della lotta al terrorismo internazionale di matrice islamica la bandiera della sua politica di sicurezza e difesa. A questo obiettivo ha sacrificato sia l’idea di promuovere la democrazia, cara al suo predecessore repubblicano George W. Bush, sia l’attenzione al tema dei diritti umani mantenuta da Barack Obama nonostante la ferrea realpolitik praticata in Medio Oriente dal presidente democratico.

Il presidente repubblicano ha affermato chiaramente che gli Stati Uniti non si impegneranno per la stabilizzazione della Libia, o di altri Stati falliti nel mondo arabo, perché la caccia ai terroristi va fatta tramite operazioni di intelligence, di forze speciali, o anche militari, ma che non richiedano l’impiego massiccio di truppe sul terreno e soprattutto evitino ambiziosi compiti di state building.

Un approccio che però in alcuni casi non funziona, tanto che i vertici militari americani hanno recentemente chiesto alla Casa Bianca di aumentare il contingente in Afghanistan di circa 3-5.000 uomini, per contrastare il rafforzamento della guerriglia talebana ed evitare così di perdere quanto faticosamente costruito in 15 anni di impegno Usa e Nato nel Paese.

Il nesso tra sicurezza interna ed esterna
Proprio la Nato è alle prese con la definizione del suo ruolo di fronte alla minaccia terroristica e in generale alle crisi e instabilità nel vicinato meridionale dell’Europa. Sul contrasto al terrorismo in senso stretto, l’Alleanza atlantica può dare un contributo minimo, perché si tratta di un’azione di prevenzione e repressione condotta principalmente dalle forze di polizia e/o di intelligence. Poiché è fondamentale la condivisione di dati a livello europeo e transatlantico, la Nato potrebbe contribuire aiutando i Paesi membri a condividere le informazioni di intelligence e fornire quelle raccolte dagli assetti dell’Alleanza.

La Nato e in generale la politica di difesa ha però un ruolo importante, complementare a quello di poliziotti e agenti segreti, se si comprende il nesso tra sicurezza interna ed esterna. La straordinaria crescita del terrorismo islamico in Europa negli ultimi quattro anni è legata alle dinamiche in Medio Oriente e Nord Africa, allo scontro tra sunniti e sciiti, alle guerre in Siria e Iraq, agli Stati falliti in Libia e Yemen. La politica di difesa, e ovviamente la politica estera, può dare un contributo a stabilizzare il vicinato dell’Europa e quindi a togliere acqua al mulino del terrorismo islamico.

Tra incomprensioni, simboli e piccoli passi
Il problema per la Nato - e non solo - è che l’Amministrazione Trump non ha finora colto il nesso tra sicurezza interna ed esterna, tra stabilizzazione del Nord Africa e Medio Oriente da un lato e contrasto al terrorismo dall’altro. L’analisi semplicistica e in parte sbagliata del presidente repubblicano, che attribuisce tutte le colpe del terrorismo islamico all’Iran, rinsaldando l’asse con l’Arabia Saudita e le monarchie sunnite del Golfo, difficilmente contribuisce a una stabilizzazione complessiva della regione. La mancanza di proposte concrete da parte americana, almeno fino alle ultime ministeriali Nato, su come articolare un contributo dell’Alleanza alla lotta terrorismo, mostra che c’è poca sostanza dietro gli slogan.

Infine, il martellamento di Trump sulla spesa del 2% del Pil nella difesa si sta rivelando diplomaticamente un boomerang, perché le opinioni pubbliche europeecosì dimenticano che l’impegno a raggiungere la soglia era stato preso da tutti gli alleati alla presenza di Obama nel Vertice della Nato di Cardiff del 2014 e associano piuttosto la richiesta a un presidente americano tutt’altro che amato in Europa, mettendola così in cattiva luce.

In questo contesto, l’Amministrazione repubblicana ha chiesto alla Nato di aderire ufficialmente alla coalizione internazionale che combatte lo Stato islamico, ed il Vertice di Bruxelles darà probabilmente via libera al riguardo. Si tratta di un gesto poco più che simbolico, perché tutti gli Stati membri già partecipano individualmente alla coalizione, ma che potrebbe avere risvolti positivi se porterà ad una maggiore condivisione e articolazione della strategia complessiva contro lo Stato Islamico.

Più nel concreto, la Nato probabilmente deciderà di aumentare il personale militare dispiegato in Iraq per addestrare le forze locali che combattono lo Stato Islamico, eun maggiore impiego degli aerei da ricognizione Awacs a sostegno della campagna area in corso in Siria contro i miliziani di Daesh.

Piccoli passi che avvengono nel campo minato dei rapporti transatlantici nell’era Trump, mentre l’inaugurazione presso il quartier generale Nato di un monumento alle vittime dell’11 settembre 2011 dovrebbe ricordare che l’Alleanza esiste per aiutare gli Stati membri ad affrontare le minacce alla sicurezza dei propri cittadini.

Alessandro Marrone, Responsabile di Ricerca Programma Sicurezza e Difesa; Twitter @Alessandro__Ma.