ALBO D'ORO NAZIONALE DEI DECORATI ITALIANI E STRANIERI DAL 1792 AD OGGI - SITUAZIONE

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Palazzo Salviati. La Storia

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mercoledì 31 gennaio 2018

Corso di Approfondimento

Dal Peacekeeping al Peacebuilding:
dalla protezione dei civili
alla memoria del conflitto
per la costruzione della pace



Enti promotori

La Scuola di aggiornamento e alta formazione “Giuseppe Arcaroli”, istituita nel 2015 dall’ANVCG - Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra Ente Morale (D.C.P.S. 19 gennaio 1947) e dall’ANRP  - Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento, dalla Guerra di Liberazione e loro familiari  (Ente Morale D.P.R. 30 maggio 1949), è rivolta in particolare alla trattazione dei temi relativi ai diritti umani e ai conflitti, al fine di esaminare le conseguenze di questi ultimi nei confronti degli stessi belligeranti, dei prigionieri o feriti e della popolazione civile, nonché allo scopo di sottolineare che  la  violazione dei diritti umani, sempre di più, accende la responsabilità penale dei singoli di fronte alla Comunità internazionale in quanto tale.
Il tratto distintivo della Scuola è la multidisciplinarietà, caratteristica che permette di approfondire la tematica dei diritti umani nelle sue varie sfaccettature e di promuovere, inoltre, l'insieme delle attività formative in linea con le attuali dinamiche, volte ad assicurare un pieno rispetto dei diritti e dei bisogni delle vittime dei conflitti armati, a ridurre mali superflui e sofferenze inutili, nonché a facilitare il processo di riconciliazione e pace.

ANNO ACCADEMICO 2017-2018
(Corso di alta formazione)


 DAL PEACEKEEPING AL PEACEBUILDING:
dalla  protezione dei civili alla memoria del conflitto
per la costruzione della pace

III edizione

Contesto generale e obiettivi formativi
I conflitti odierni sono spesso caratterizzati da gravi violazioni dei diritti umani, recano e lasciano dietro di sé gravi sofferenze e traumi per la popolazione civile, coinvolta in percentuale ormai predominante rispetto alle forze combattenti.  La comunità internazionale ha per questo rafforzato la sua capacità di risposta immediata attraverso specifiche attività di protezione umanitaria (PoC), mentre nel post-conflitto attraverso strumenti capaci di sostenere il processo anche oltre il passaggio cruciale dalla tregua all’accordo vero e proprio, per la costruzione di una pace positiva e durevole anche dal punto di vista politico, economico e sociale.
La garanzia e il rispetto dei diritti umani di tutte le categorie di persone coinvolte direttamente o indirettamente nel conflitto ha dunque oggi come focus non solo i belligeranti, ma anche e soprattutto i civili, e tra questi in particolare le categorie più vulnerabili. SI estende ad attività rivolte al superamento del trauma e alla elaborazione di una memoria individuale e collettiva che eviti la proiezione delle sofferenze vissute nel conflitto nel tempo futuro,  con il rischio del riaccendersi del conflitto (che riguarda una significativa percentuale di casi già nei primi anni dopo gli accordi di pace).
Accanto a vecchie e nuove norme e prassi nel settore pace e sicurezza che prevedono l’impiego sul campo di personale civile e strumenti tecnologici avanzati, fanno ormai parte a pieno titolo delle strategie di intervento anche attività di promozione della riconciliazione, integrate con altri strumenti di quali la giustizia transizionale e la tutela e il recupero dei beni culturali. I vari attori impegnati sul campo a diversi livelli (forze armate, agenzie specializzate, organizzazioni della società civile) sono impegnati in queste nuove frontiere di intervento.
Il Corso di alta formazione “Dal Peacekeeping al Peacebuilding: dalla  protezione dei civili alla memoria del conflitto per la costruzione della pace” - promosso dalle associazioni ANRP e ANVCG - si propone di rispondere alle esigenze operativi nei nuovi scenari, costituendo un ponte ideale tra operatori e partner locali,  attraverso un comune vissuto tra guerra e pace,  memoria e futuro.

Obiettivi formativi: il corso si propone di trasmettere conoscenze relative alle caratteristiche delle guerre e dei conflitti contemporanei e all’odierno quadro di relazioni internazionali; ad una visione costruttivista delle relazioni internazionali in un’ottica di promozione della pace; alla tutela dei diritti umani in aree di conflitto, con particolare riferimento agli ambiti della protezione umanitaria; alla gestione dei  conflitti e costruzione della pace con una attenzione particolare alla fase post conflitto ed alla prospettiva di recupero dal trauma e di riconciliazione.

Destinatari: il corso si rivolge ad un pubblico eterogeneo, formato da giovani in possesso di laurea (triennale, magistrale o vecchio ordinamento), studenti iscritti alle lauree magistrali in tutte le discipline, responsabili degli enti promotori e delle istituzioni scolastiche e educative, operatori delle organizzazioni non-governative e professionisti del mondo dell’informazione.

Docenti, metodologia didattica, percorso formativo
Il corpo docente è costituito da accademici nell’area della storia contemporanea, delle relazioni internazionali e dell’analisi geopolitica, qualificati esperti nazionali e internazionali nella gestione dei conflitti; studiosi delle tematiche legate alla tutela dei diritti umani.
La metodologia didattica prevede, oltre alle lezioni frontali e allo studio individuale, lo svolgimento di attività interattive ed esercitazioni nell’ambito  di workshop finalizzati all’acquisizione di abilità pratiche. 
Il percorso formativo ha carattere multidisciplinare ed è articolato in moduli tematici:

-          Un modulo a carattere generale che introduce allo scenario: sia dal punto di vista delle guerre e dei conflitti contemporanei, sia delle relazioni internazionali e degli studi sulla pace, sia della disciplina giuridica applicabile in aree di conflitto e del suo impiego per la protezione dei civili e la trasformazione dei conflitti. Una sezione sarà dedicata al rapporto tra religioni, conflitti e pace.  
-       Seguono quattro  moduli su aspetti specialistici dedicati a: Protezione dei Civili nelle aree di conflitto; memoria del conflitto, superamento del trauma e riconciliazione;  il continente africano e i  flussi migratori, le attività di intelligence.
-          Quattro esercitazioni completano il percorso formativo trasmettendo competenze pratiche per l’applicazione di elementi oggi indispensabili per l’efficacia e la sostenibilità dell’azione sul campo: l’azione umanitaria in emergenza, uno dei pilastri del settore protection; il ciclo del progetto, strumento indispensabile per il lavoro sul campo; l’approccio di genere, che risponde ai rispettivi bisogni specifici e mira al pieno coinvolgimento di uomini e donne nei processi di pace; l’approccio integrato tra attori, chiave di volta del sistema di intervento internazionale.

Prospettive di impiego professionale
L’aumento di richiesta e impiego di professionalità specificamente indirizzate a prevenire e limitare le conseguenze dei conflitti armati, e a gestire le loro dinamiche in misura crescente in ambito civile, rendono il Corso interessante sia per i laureati triennali o magistrali, sia per i laureandi magistrali in cerca di specializzazioni in ambiti di attualità, sia per gli operatori del settore interessati ad un aggiornamento e ad una  qualificazione formativa di alto livello.
Convenzioni Accademiche
Il corso è erogato con il patrocinio scientifico e l’apporto di docenti provenienti dal Corso di Laurea magistrale in Relazioni Internazionali e Cooperazione allo Sviluppo della Università per Stranieri di Perugia. Con questo Ateneo è in atto una convenzione avente per oggetto sia il riconoscimento di crediti formativi, sia l’offerta di tirocini agli studenti e ai laureati del Corso, sia la divulgazione di studi e ricerche nel campo delle discipline trattate nei seminari specialistici.
Sede, articolazione e durata
Sede e Modalità di frequenza

La sede dell’attività didattica e amministrativa è presso l’ANRP, Via Labicana 15, 00184 ROMA.
Il corso prevede una frequenza bisettimanale e la partecipazione alle giornate di esercitazione.
Per tutti i frequentanti in regola con i requisiti di presenza (non meno dei 4/5 delle attività) e con la verifica del profitto (presentazione di una tesina) è previsto il rilascio da parte degli enti promotori di un attestato, con attribuzione di 3 crediti formativi universitari (CFU).
Orari e durata del Corso
Il percorso didattico, articolato complessivamente su 120 ore (comprensive di didattica in aula, seminari, valutazione e studio individuale), si svolgerà dal 05/02/2018 al 24/04/2018 nelle giornate di lunedì e martedì dalle ore 15:00 alle 19.00– e verterà sui seguenti temi:

PROGRAMMA


Parte generale








20 ore

Guerre, rivoluzioni e conflitti negli scritti contemporanei di politica internazionale 
Prof. Diodato
4 ore 

Guerre e conflitti contemporanei: profili storici
Prof. Zani
4 ore

Religioni, pace e conflitti
Prof.ssa Macioti
4 ore

Gli studi sulla pace : nascita ed eveluzione
Prof. Belli
 4 ore

Diritto Internazionale e conflitti armati
Prof. Colacino
  4 ore
Parte specialistica




Diritti Umani e protezione dei civili nelle aree di conflitto

Col F. Elia
CRI
8 ore




24 ore

Memoria del conflitto, superamento del trauma, riconciliazione
Prof. Morozzo della Rocca 

8 ore

Africa e flussi migratori
Prof.ssa Guazzini
L. Rinelli
4 ore
2 ore

Le attività di intelligence
V. Ilari
2 ore

Workshop





Ciclo del progetto
L. Mariani

 16 ore

26 ore


 Azione umanitaria in emergenza
M. Ciapparelli

Approccio di genere in situazioni di conflitto
L. Del Turco

Approccio integrato  e nuovi attori di pace
L. Del Turco
Valutazione


10  ore
Eventi e seminari

   10 ore
Studio individuale

40 ore
IMPEGNO COMPLESSIVO                                                                              
     120 ore

Requisiti di ammissione, iscrizioni, borse di studio e project work
Requisiti di ammissione

Il Corso è rivolto a quanti in possesso di diploma di laurea (triennale, magistrale o vecchio ordinamento) e a studenti iscritti ai Corsi di laurea magistrale di tutte le discipline. Possono altresì accedere: docenti di scuole secondarie di primo o secondo grado, responsabili degli enti promotori e delle istituzioni, operatori di organizzazioni non-governative e professionisti dell’informazione in possesso di titoli riconosciuti idonei dalla Direzione del Corso ai fini dell’ammissione e del profitto. 
Per essere ammessi al Corso i candidati dovranno certificare: il titolo di laurea o di studio con l'indicazione del voto o del giudizio conseguito; una sufficiente conoscenza della lingua inglese e, se stranieri, della lingua italiana; ogni altro titolo ritenuto utile dal candidato.
Modalità di iscrizione
Il numero minimo di iscritti per l’attivazione della Corso è fissato a 14 e il numero massimo a 25. Al raggiungimento del tetto massimo sarà stilata una lista d'attesa.
La selezione dei candidati avverrà, da parte della Direzione del Corso, attraverso l’analisi dei titoli presentati ed eventualmente mediante colloquio.
La domanda di ammissione, su apposito modulo, deve pervenire entro il 24/01/2018 alla Direzione del Corso presso ANRP con una delle seguenti modalità:
· e-mail anrpita@tin.it
· posta ANRP – via Labicana, 15/A – 00184 Roma.
 allegando:
a) scheda aspettative e motivazioni;
b) curriculum vitae;
c) fotocopia del documento di identità valido e del Codice Fiscale;
d) certificato di laurea o titolo di studio;

Graduatoria e Iscrizioni

L’accettazione della domanda sarà comunicata agli ammessi tramite posta elettronica il 31/01/2018.
I costi del Corso saranno garantiti dai contributi dell’ANVCG e ANRP nell’ambito dell’Accordo Quadro stipulato nel dicembre 2015 riguardante una collaborazione per la realizzazione di attività nel settore della “politica della memoria”.
Project Work

Al termine del ciclo di lezioni è prevista la selezione di uno o più candidati, che avranno l'opportunità di pubblicare, sotto il coordinamento della Direzione del Corso, un proprio lavoro in una edizione in formato elettronico e/o cartaceo. La selezione sarà effettuata dai docenti del Corso tra i frequentatori, sulla base del curriculum vitae e del lavoro presentato o proposto.

Direzione del Corso:
Direttore: Luciano ZANI - Professore ordinario di storia contemporanea. Presidente dell'Area didattica Sociologia e Ricerca sociale applicata. Dipartimento di Scienze sociali ed economiche. Facoltà di Scienze politiche, Sociologia, Comunicazione. Sapienza Università di Roma.

Coordinatrice: Luisa DEL TURCO - Laureata in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ha conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dello Stato e Istituzioni Politiche comparate, e un perfezionamento in Peacekeeping. Docente da oltre 10 anni del Master Universitario Tutela Internazionale dei Diritti Umani - Università La Sapienza, e presso la SPICES, collabora con il Centro Diritti Umani dell’Università di Padova per la formazione dei corpi civili di pace, con il Centro Alti Studi della Difesa per la formazione nei corsi Cocim e Gender Advisor.  E’ consulente dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra per lo sviluppo delle attività esterne e di promozione della pace. 


venerdì 15 dicembre 2017

domenica 5 novembre 2017

martedì 19 settembre 2017

mercoledì 26 luglio 2017

Prova

Onu riforma, Libia, Russia, Norvegia
12 settembre 2017
La 72esima Assemblea generale dell'Onu che si apre oggi a New York dovrà fare i conti non solo con il clima teso in Estremo Oriente - dopo l'approvazione di nuove sanzioni contro la Corea del Nord -, ma anche con i pesanti interrogativi sul futuro politico della Libia, alle prese con un rompicapo istituzionale fra referendum costituzionale e nuove elezioni. Dossier in cui la Russia si conferma protagonista. E in Norvegia, intanto, i conservatori conquistano un secondo mandato.

Ricerca Parametrale n. 559 Notizie del 18 luglio 2017

Morte Liu Xiaobo, Qatar, Israele-Palestina
Newsletter n° 559 , 18 luglio 2017
Il premio Nobel per la Pace e dissidente cinese Liu Xiaobo, 
scomparso giovedì scorso agli arresti domiciliari, 
è un personaggio scomodo per Pechino anche da
 morto. Ma il sostegno dell'Occidente - che pure lo
 aveva riconosciuto come portabandiera della lotta
 per l'affermazione dei diritti umani nella Repubblica 
popolare - è stato troppo flebile. Mentre nel Golfo
 continuano le tensioni fra Qatar e Paesi dell'alleanza 
saudita, il presidente francese Emmanuel Macron, 
ricevendo a Parigi il premier israeliano Bibi Netanyahu,
 ha rilanciato la soluzione dei due Stati per il conflitto
 israelo-palestinese. E se la Mongolia dà il benvenuto 
al suo Trump locale, neo-eletto alla presidenza, sull'altra
 sponda del Pacifico 'the real' Donald Trump, 
giunto sulla soglia dei sei mesi alla Casa Bianca, 
continua la sua personalissima crociata controcorrente
 rispetto alla lotta ai cambiamenti climatici. 

Ricerca parametrale n. 558. Notizie del 14 luglio 2017

Italia e migranti, Siria, Brasile
Newsletter n° 558 , 14 luglio 2017
Mentre nuovi arrivi di migranti sono attesi sulle coste italiane
 nelle prossime ore, anche Frontex - l'agenzia europea per 
il controllo delle frontiere esterne - ribadisce il no degli Stati
 membri Ue all'apertura dei loro porti agli sbarchi: un nuovo
 terreno di scontro aperto tra l'Italia e l'Unione. Nella Siria
 sud-occidentale regge, nel frattempo, il cessate il fuoco
 deciso al G20 di Amburgo e frutto del primo incontro
 fra Vladimir Putin e Donald Trump. L'intesa fra 
Russia e Usa, da Trump lungamente invocata,
 potrebbe prefigurare cambiamenti significativi
 nel Paese, attirando le attenzioni di Iran e Turchia,
 gli altri due garanti - insieme a Mosca - dei negoziati
per la pace in Siria ad Astana. Intanto, in Brasile, 
viene condannato in primo grado l'ex presidente 
Lula: le nubi della corruzione che s'addensano sul 
Paese si diraderanno prima del voto previsto per l'anno prossimo?

Ricerca Parametrale n. 557. Notizie del 12 luglio 2017

Oggetto Newsletter : Balcani nell'Ue: Speciale Vertice di Trieste
Newsletter n° 557 , 12 luglio 2017
Si apre oggi a Trieste, sotto presidenza italiana, la quarta
 tappa del Processo di Berlino, l'annuale vertice
 intergovernativo per l'integrazione europea dei Balcani
 occidentali lanciato nel 2014 e che riunisce i 
sei Stati membri dell'Ue maggiormente interessati
 alla regione (Germania, Francia, Austria,
 Croazia, Slovenia e Italia) e i sei Paesi che 
aspirano a divenire membri dell'Unione
(Montenegro, Serbia, Albania, Kosovo,
 Bosnia-Erzegovina e Macedonia). Tanti 
i temi in agenda, approfonditi nello 
Speciale che AffarInternazionali dedica all'evento: 
integrazione economica regionale, connettività e
 mobilità, stato di diritto, lotta alla corruzione,
 crescita economica, sicurezza e stabilità.
 In un clima turbolento, l'Ue saprà raccogliere
 le sfide che provengono dai Balcani?

giovedì 13 luglio 2017

Ricerca Parametrale n. 556. Notizie dell '11 luglio 2017

Ue bilancio ed Estonia, Balcani a Trieste, Turchia, Iraq
Newsletter n° 556 , 11 luglio 2017
Una mobilitazione senza precedenti nella recente storia de
l Paese - conclusasi domenica dopo una marcia di 450
 chilometri - ha mostrato il volto della Turchia che si contrappone 
a Erdogan, mentre nelle stesse ore, in Iraq, Mosul 
veniva liberata dall'assedio del sedicente Stato islamico.
 L'Ue, che si interroga sull'impronta da dare al prossimo
 bilancio, sposa intanto le priorità digitali rilanciate dalla
 presidenza di turno estone. E nel frattempo il Vecchio
 continente si dà appuntamento a Trieste, domani,
per l'annuale summit intergovernativo con i sei Paesi
 dei Balcani occidentali, preceduto oggi dal Forum 
della società civile. Quali prospettive di integrazione
 Ue per la regione? AffarInternazionali dedica al Vertice uno

mercoledì 12 luglio 2017

Ricerca Parametrale n. 555. Notizie del 7 Luglio 2017

Oggetto Newsletter : G20, Qatar, terrorismo, Balcani nell'Ue
Newsletter n° 555 , 7 luglio 2017
Inizia oggi ad Amburgo il G20, il Vertice che riunisce
 i 19 Paesi più industrializzati al mondo più l'Ue e
 che offrirà la prima occasione d'incontro fra Donald
 Trump e Vladimir Putin. Il Vertice eredita molti dei
 temi già in agenda al G7 di Taormina, mentre le 
imprese italiane ritrovano slancio verso l'estero,
 come testimonia il rapporto finale del Global
 Outlook dello IAI presentato ieri a Roma. 
Su questioni come lotta al cambiamento
 climatico e immigrazione, però, non dovrebbero
 esserci risultati concreti, complici i tanti crinali su
 cui si fanno e disfano le alleanze tra i Grandi.
 Una dichiarazione di intenti comune è attesa
 sulla lotta al terrorismo: ma com'è cambiata la 
minaccia fondamentalista negli ultimi anni? E se
 l'Ue si prepara nel frattempo al meeting con i
 Paesi dei Balcani occidentali, mercoledì a Trieste,
 la tensione nel Golfo Persico fra Arabia Saudita e
 Qatar evoca la situazione nel Vecchio continente 
alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. 
La crisi rischia di sfuggire di mano?




domenica 9 luglio 2017

Ricerca Parametrale n. 554. Notizie del 4 Luglio 2017

 Medio Oriente, Processo di Berlino, Hong Kong, clima
Newsletter n° 554 , 4 luglio 2017

Ancora tensioni nel Golfo Persico: scadrà domani, dopo
 il prolungamento di 48 ore deciso ieri, l'ultimatum intimato
 al Qatar per attuare le 13 richieste avanzate dalla coalizione
 capeggiata dall'Arabia Saudita, fra cui la chiusura del canale
 televisivo Al Jazira. L'intesa saudita-israeliana è la chiave di
 lettura dei nuovi equilibri della regione? Mentre a Hong Kong
 si celebrano i 20 anni dal ritorno a Pechino della sovranità
 dell’ex colonia britannica, l’Italia si prepara a ospitare a Trieste,
 tra una settimana, il quarto vertice del Processo di Berlino,
 il piano per l'integrazione europea dei Balcani. E da
 Roma arriva anche una risposta indiretta sull’ambiente
 a Donald Trump: il Senato non è affatto morto e, anzi, 
unisce la sua voce alla lotta al cambiamento climatico.

Alla vigilia del G20, lo IAI dedica, giovedì 6 luglio, 
la presentazione del rapporto finale della XX
edizione del Global Outlook al tema 


L’alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera e di Sicurezza Federica Mogherini ha pubblicato, il 7 giugno, l’attesa ‘Joint Communication’ sulla resilienza. La comunicazione, intitolata “Un approccio strategico alla resilienza nell’azione esterna dell’Ue”, chiarisce il concetto di resilienza che era stato introdotto nella Strategia Globale dell’Unione europea (European Union Global Strategy) pubblicata lo scorso giugno 2016.
In particolare, la Strategia Globale pone tra gli obiettivi dell’Unione quello di rafforzare la resilienza di Stati e società, intendendo per resilienza “l’abilità degli Stati e delle società di riformarsi, quindi resistere e riprendersi da crisi interne ed esterne”. Tale resilienza tuttavia non è solo diretta ai Paesi del vicinato europeo, ma anche all’interno della stessa Ue.
Un concetto che supera le divisioni tra aree
Il concetto di resilienza appare più di 40 volte nella Global Strategy. Per questo motivo ha attirato l’attenzione degli accademici, i quali discutono sul fornire un chiaro e univoco significato al termine. Infatti, la resilienza, un concetto che deriva dalle scienze biologiche ed è stato ultimamente impiegato anche in psicologia, “è più un mezzo che un fine”. La recente comunicazione dell’alto rappresentante ha dunque l’intenzione di chiarire l’uso di questo termine quando applicato alla politica estera dell’Unione.
Del resto, resilienza è un termine che necessitadi essere contestualizzato quando lo si utilizza. Nel recente documento, la resilienza ha diverse sfaccettature, che dimostrano come tale concetto sia trasversale alle diverse politiche dell’Unione. In ordine, il concetto viene applicato prima alla politica estera dell’Unione, con enfasi sul rafforzare la resilienza dei paesi partner e delle loro istituzioni e società, nonché delle loro economie.
Ciò significa aiutare i paesi partner a rendersi capaci di rispondere alle crisi autonomamente, abbiano esse carattere politico, sociale o economico. Ad esempio, promuovere la resilienza nei Paesi del Mediterraneo potrebbe tradursi in un aiuto all’individuazione di strumenti che li rendano capaci di rispondere a crisi che essi potrebbero fronteggiare in futuro, come la forte disoccupazione giovanile che potrebbe causare, come in passato, turbolenze nella regione.
Non solo prevenzione delle crisi, ma soluzione dei problemi
Tuttavia resilienza non è solamente prevenzione delle crisi. Anzi, la resilienza mira ad agire sulle strutture per rispondere alle crisi cercando di andare alla radice del problema e non di farlo con un approccio emergenziale. Per esempio, in ciò che riguarda le crisi di lungo periodo in ambito di sicurezza, aiuto umanitario e allo sviluppo, la resilienza punta a rispondere alle fragilità strutturali dei Paesi in crisi, rendendoli capaci di fronteggiare le crisi attraverso lo sviluppo delle loro risorse interne, diminuendo nel frattempo anche la dipendenza da attori esterni.
La resilienza è anche fondamentale nella prevenzione dei conflitti, e dunque nell’ambito delle politiche di sicurezza e difesa: promuovere riforme dei settori di sicurezza dei Paesi partner li rafforza nel mantenere una stabilità che giova non solo al Paese stesso, ma anche all’Unione stessa. Inoltre, il concetto di resilienza prevede che ciò avvenga nel rispetto degli standard dei diritti umani, consentendo all’Unione un’azione esterna che sia ancorata al rispetto dei diritti umani attraverso il “pragmatismo di principio” (principled pragmatism).
Da promozione della democrazia a rafforzamento della resilienza? 
In effetti, diversi autori hanno considerato questo cambio nella politica estera dell’Unione come una rinuncia della stessa ad adottare un approccio basato sui valori europei nella sua azione esterna. In realtà, tale approccio cerca di incontrare i bisogni dei Paesi partner. È sicuramente, come già osservato da Mai’a K. Davis Cross, “una valutazione realistica di ciò che è possibile”.
Le politiche di promozione della democrazia, portate avanti dall’Ue nel contesto della politica di vicinato, hanno in effetti avuto scarso successo, se escludiamo il caso della Tunisia – dove tuttavia fattori interni hanno contribuito alla stabilizzazione e alla transizione democratica -. Inoltre, il concetto di “promozione della democrazia” non è certo percepito con favore in Medio Oriente e Nord Africa, dove tale scopo è stato utilizzato nella giustificazione di conflitti armati, come l’ultima guerra in Iraq.
La promozione della democrazia in questa regione ha principalmente fallito per la mancanza di corrispondenza tra le richieste della popolazione e le proposte europee. In Paesi instabili, dove si può faticare ad avere accesso ai beni primari a causa dei loro prezzi, o dove si rischia di rimanere vittime di violenze nel quotidiano, certamente la promozione della democrazia non è la priorità.
Ciò non significa che essa non lo debba essere in futuro, ovvero che si debba ignorare il rispetto dei diritti umani: la resilienza cerca di rispondere alle sfide delle società a noi vicine mirando alla risoluzione dei loro problemi strutturali, e fa ciò in una maniera che promuova, di fondo, il rispetto dei diritti umani in modo da favorire in seguito al nascita di società democratiche, su richiesta dagli stessi cittadini di quei Paesi, in modo che il nuovo sistema valoriale sia più legittimato rispetto a quando esso viene promosso dall’esterno.






mercoledì 28 giugno 2017

Ricerca parametrale n. 552. Notizie del 28 giugno 2017

Ue e Turchia, Usa e migranti, Iran
Newsletter n° 552 , 28 giugno 2017

È giunta l'ora di porre fine al processo di adesione della 
Turchia all'Unione europea? Dopo il referendum di aprile,
 che ha ulteriormente accentrato il potere nelle mani di 
Erdogan, se lo chiedono in tanti. Per il direttore dello 
IAI Nathalie Tocci, l'Europa non deve lasciare sola la 
società civile turca: mantenere lo status quo, per 
entrambi i partner, è il minore dei mali; accelerare 
verso un'unione doganale moderna, invece, 
l'incentivo a non raggelare i rapporti. Le nubi
 sulla fattibilità di ulteriori allargamenti Ue stazionano anche sui Balcani, che si preparano alla tappa italiana - a Trieste il 12 luglio - del Processo di Berlino, dopo che il 
Montenegro è intanto divenuto il 29o Stato membro 
della Nato. Negli Usa, Donald Trump ottiene una
 mezza vittoria: la Corte Suprema dà un parziale
 via libera all'applicazione del Muslim Ban
 (il divieto di ingresso negli Stati Uniti per 
cittadini provenienti da 6 Paesi a maggioranza
 musulmana), mentre i deserti al confine con
 il Messico fanno registrare quasi più morti del
 Mediterraneo. E in Iran, i pasdaran provano a capitalizzare, a 
spese dei riformatori, i toni aggressivi dell'Amministrazione Trump e dei sauditi.

Ricerca Parametrale n. 551. Notizie del 26 giugno 2017

Caso Regeni, Siria, Mar Rosso, roaming
Newsletter n° 551 , 26 giugno 2017

Il ritorno dell'ambasciatore italiano al Cairo? Un passo
 indietro, secondo i contrari all'invio: iniziative 
diplomatiche alternative da prendere dovrebbero 
andare piuttosto nella direzione di quelle "misure 
progressive" già evocate dal premier Gentiloni. 
AffarInternazionali continua a ospitare il dibattito
 pro e contro il ritorno del rappresentante italiano
 al Cairo, mentre proprio l'Egitto è protagonista in
 Medio Oriente di una manovra per trasferire all'Arabia
 Saudita la sovranità su due isolotti nel Mar Rosso,
 con l'ok di Israele. Come si evolve nel frattempo 
la situazione in Siria, a una settimana dal nuovo
 incontro del Gruppo di Astana convocato dalla 
Russia per il 4 luglio? E mentre comincia la 
stagione estiva, l'Unione europea, sempre alle
 prese con il problema dei migranti, fa leva
 sull'abolizione del roaming: un risultato concreto 
per rompere il clima di diffidenza da parte dei cittadini dell'Ue. 







Migranti e spazi d’eccezione
Mediterraneo: nuove geografie umane
Diego Bolchini
25/06/2017
più piccolopiù grande
La mobilità nel Mediterraneo dei rifugiati, tra campi istituzionali e campi spontanei, è stato uno dei temi affrontati dal XXXII Congresso Geografico Italiano, avente come filo conduttore "l'apporto della geografia tra rivoluzioni e riforme".

L'evento, che s’è svolto a Roma in giugno, si tiene mediamente ogni 4-5 anni (l’ultimo s’era svolto a Milano nel 2012). Questa edizione ha permesso di sviluppare un’ampia serie di dibattiti e sessioni riguardanti migrazioni, narrazioni di realtà tra atlanti e mappe, geografia fisica e geografia umana.

Di particolare interesse è apparso il panel sulle Mediterranean mobilities dei rifugiati, tra campi istituzionali e campi spontanei. Muovendo da una prospettiva di geografia culturale associata ai luoghi di stazionamento/passaggio dei rifugiati in Europa, questi sono stati caratterizzati come "spazi sospesi di eccezione" caratterizzati da una bivalente dialettica securitaria/umanitaria. L’indicazione emerge dall’intervento del professor Claudio Minca, già docente alla Wageningen University, Paesi Bassi.

Aree di primo impatto: i casi di Libano, Giordania e Turchia
Fenomeno relativamente nuovo nell’Occidente europeo, il proliferare dei campi profughi visti come spazi di eccezione è invece esperienza e laboratorio socio-geografico da lungo tempo conosciuto in Paesi mediorientali come il Libano. Nel Paese dei Cedri esistono, infatti, da diversi decenni campi palestinesi gestiti dall’Unrwa. Veri e propri micro-cosmi complessi, suddivisi in aree interne secondo le diverse fazioni presenti (Fatah, Hamas e componenti minori), cui negli ultimi anni si sono sommate nuove pressioni migratorie dallearee di crisi contermini più recenti.

Proprio rispetto al flusso umanitario siriano, la Giordania, dal canto suo, ospita dal 2012 - tra gli altri - un enorme campo a Zaatari, che ha raggiunto transitoriamentele oltre 100.000 unità residenti, diventando di fatto la quarta città più popolosa del Paese. La Turchia accoglie a sua volta strutture di dimensioni rilevanti, con diversi campi oltre i 10.000 residenti e taluni - secondo stime Unhcr di maggio - oltrei 20.000/30.000 residenti.

Un arcipelago di presenze evanescente
La refugee geography rappresenta, di fatto, un settore di ricerca ancora relativamente pionieristico, che sta tuttavia consolidando i primi fondamenti teorico-concettuali in interazione con i diversi riscontri empirici sul terreno. L’apparire e sparire subitaneo di campi (alternativamente definiti in gergo jungles o no man’slands) come quello di Calais in Francia (con un picco di circa 10.000 residenti) posto a 5 km dal centro cittadinoo quello di Idomeni in Grecia (circa 8.000 abitanti) ha generato una serie di riflessioni sulla nuova scrittura territoriale di uomini e luoghi in Europa.

All’interno degli spazi di eccezione rappresentati dai campi di rifugiati le regole sociali e giuridiche del normale vivere appaiono affievolite e modificate. Le priorità e le esigenze sono diversificate e caotiche, tra ricerche di connessioni wi-fi e apparizioni di barberie improvvisate, generazione di micro-economie locali e writings su muri e superfici verticali di ogni tipo. Le ibridazioni si moltiplicano in modo inedito, come nel campo di Presevo in Serbia lungo la cosiddetta rotta balcanica, dove la lingua-pensiero cirillico e latina si mescola (o si scontra) con una pluralità di lingue-pensiero afghane e arabo-dialettali.

Anche la stessa descrizione della realtà di vita nei campi da parte di giornalisti e ricercatori incontra problemi etici e di genuinità di rappresentazione e interpretazione. È dunque evidente la necessità di sviluppare un nuovo pensiero geografico, indagando sui rapporti tra individui all’interno dei campi e sulle interazioni e retroazioni degli stessi rispetto alle corone urbane di riferimento in cui questi sono immersi o da cui sono separati e/o esclusi, a seconda del contesto specifico e della prospettiva ideologica adottata.

Descrizioni emozionali ed esigenze di nuove risposte
Lo scrittore irlandese Francis Hackett si esprimeva così quasi cento anni fa, in un lavoro datato 1918 dal titolo Ireland, a study in nationalism: “Credo in tutti i proventi di un sano materialismo: buona cucina, case asciutte, piedi asciutti, fognature, tubi di scarico, acqua calda, luce elettrica, buone strade, strade illuminate.Credo in tutto questo per tutti. Si può essere umanamente straordinari come santi e interiormente ricchi come poeti, ma lo si è nonostante queste privazioni e non a causa di esse”.

Più avanti nel tempo, dall’altra parte dell’Oceano, il sociologo e urbanista americano Lewis Mumford si è a lungo interrogato nel secolo scorso sulle pagine del ‘New Yorker’ sulla condizione dell’uomo e le culture e architetture delle città del XX secolo, viste come spazi di normalità quotidiana tra musei, teatri, ponti, parchi e grattacieli.

Oggi appare necessario sviluppare una rinnovata cognizione dei nuovi spazi mobili ed evanescenti rappresentati dai campi formali-istituzionali e informali-spontanei. Per loro natura liquidi e potenzialmente ubiqui, essi si pongono oggi in rapporto critico con le spazialità più statiche e comuni dell’urbanesimo europeo contemporaneo.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nell’intervento fatto presso la Società Geografica Italiana a maggio per i 150 anni dalla sua fondazione, aveva evidenziato le specificità delle nuove geografie globali che caratterizzano la contemporaneità. Solo un tentativo di nuova razionalizzazione degli inediti rapporti tra spazi, realtà territoriali e relazioni umane potrà aiutare agestire le “diversità condivise” tra comprensione, progettualità e possibile sostenibilità di lungo periodo.

Diego Bolchini è analista di relazioni identitarie, autore di contributi per diverse riviste specializzate nei settori afferenti geopolitica, sicurezza e difesa.

















Vedere più chiaro in un problema grave

Ong sotto inchiesta
Migranti: verso norme internazionali valide
Onofrio Spinetti
22/06/2017
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L’indagine del procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, su presunti accordi esistenti fra trafficanti e Ong nel Mar Mediterraneo e la successiva commissione d’inchiesta parlamentare, hanno portato alla luce non solo un fenomeno che per numero di imbarcazioni civili impiegate non ha precedenti ma anche una problematica ben più complessa: le diverse normative internazionali relative al soccorso in mare mal si adeguano all’esigenza di fare fronte alle numerose richieste di soccorso relative ai flussi migratori via mare compiuti utilizzando imbarcazioni non sicure; e, inoltre, esse nulla statuiscono nel caso in cui imbarcazioni civili formano, di fatto, un corridoio umanitario in acque internazionali.

Il confine tra lecito e illecito
In primis l’attività posta in essere da tali imbarcazioni è lecita e perfettamente conforme al diritto internazionale laddove si tratti di soccorsi portati a imbarcazioni in stato di pericolo (distress) e, preferibilmente, sotto il coordinamento costante del centro di coordinamento SaR (Search and Rescue) competente. Nel caso in cui, invece, non vi sia una vera e propria situazione di pericolo o essa venga simulata da soccorritori e trafficanti, vi è la possibilità che tale condotta vada a configurare il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Le Ong si muovono all’interno di una normativa internazionale che genericamente impone ad ogni comandante di nave di prestare soccorso a imbarcazioni che ne facciano richiesta o che siano in pericolo. Normativa che nulla dispone, nello specifico, relativamente a una ipotetica attività di soccorso umanitario compiuta mediante imbarcazioni civili equipaggiate esclusivamente a tale compito.

Si consideri anche chel’intenzione originariadel legislatore internazionale, che diede vita alla Convenzione SaR del 1979,era quella di distribuire le competenze e le responsabilità al fine di fronteggiare al meglio episodi sporadici di soccorso (esempio, la tragedia del Titanic) e non flussi migratori come quelli che ormai da anni interessano il Mediterraneo tutto.

I progetti Una Vis e ShadeMed
Per far fronte a tali esigenze e per meglio chiarire il confuso scenario che caratterizza l’area di mare che separa l’Italia, e quindi l’Europa, dall’Africa, una prima soluzione potrebbe essere rappresentata dalla conclusione di accordi fra gli attori istituzionali che operano nell’area e le organizzazioni non governative che posseggono imbarcazioni da utilizzare ai fini del soccorso umanitario in mare. Tali accordi potrebbero disciplinare specificamente i rapporti fra autorità e Ong, eliminando i potenziali dubbi sulla liceità di tali operazioni.

In questa direzione sembrano muoversi due progetti: Una Vis e ShadeMed (sorti rispettivamente in seno alla Guardia Costiera italiana e all’operazione militare europea EuNavforMed). Entrambi rappresentano infatti una fase embrionale di dialogo fra attori istituzionali e civili, fra cui figurano varie ONG, che operano nel Mediterraneo.

Un ruolo per l’Organizzazione Internazionale Marittima 
Un’azione più incisiva nei confronti delle carenze di disciplina evidenziate potrebbe essere quella d’agire su di un piano giuridico internazionale adendo l’Organizzazione Internazionale Marittima (Imo), al fine di ottenere delle Rules And Guidelines che disciplinino la specifica ipotesi dell’intervento in mare a scopo umanitario e diano una dimensione normativa chiara al fenomeno dell’impegno delle Ong con proprie imbarcazioni in operazioni di tale natura.

Non solo i rappresentanti degli Stati interessati potrebbero sollecitare un tale intervento, ma anche le stesse Ong. Infatti, l’Organizzazione Internazionale Marittima è compresa fra le varie Agenzie specializzate dell’Onu che hanno seguito il modello dell’Ecosoc nel disciplinare le relazioni con le organizzazioni non governative.

Nello specifico, la concessione dello statuto consultivo presso tale Agenzia è regolata dalle “Rules and Guidelines for Consultative Status df Non-Governmental International Organizations with the International Maritime Organization”. Va evidenziato però come esclusivamente le Ong a cui è riconosciuta una reputazione internazionale nel proprio campo di attività abbiano la possibilità di essere ammesse all’interno dell’Imo con tale statuto; e, dunque, solo esse possono accedere ai lavori dell’Organizzazione (tali Ong sono dette “internazionali”).

Il possibile tramite dell’Imrf
A ben vederevi è già una organizzazione non governativa internazionale con status consultivo presso l’Imo all’interno della quale sono rappresentate quasi tutte leOng presenti con proprie imbarcazioni nel Mar Mediterraneo: la International Maritime Rescue Federation (Imrf).L’auspicio è che le restanti Ong non rappresentate entrino a far parte dell’Imrf.

In questo modo la suddetta Ong internazionale potrebbe farsi ancora più portavoce di quella parte di società civile impegnata a far fronte, insieme alle autorità, a una crisi che ha assunto dimensioni più che allarmanti.

In conclusione, che si tratti di un intervento regionale, determinato dalla conclusione di accordi di collaborazione fra i vari attori istituzionali e non, o che si tratti di un’attività svolta su di un piano internazionale e indirizzata alla definizione di una normativa di settore, in grado di colmare le lacune già citate, è ormai chiaro come muoversi in una direzione volta alla collaborazione e alla definizione dei ruoli fra i vari attori interessati sia l’unica alternativa possibile e finalizzata al miglioramento di una situazione tragica, all’interno della quale non ci si può permettere di agire in ordine sparso.

Onofrio Spinetti laureato in giurisprudenza all’Università degli Studi di Bari con una tesi in diritto internazionale dal titolo “Le ONG e il soccorso in mare”.

Ricerca Parametrale n.550. Notizie del 22 giugno 2017

Ue, G20 e Africa, euroscettici d'Italia
Newsletter n° 550 , 22 giugno 2017

Migrazioni, sicurezza, e difesa sono al centro del Consiglio europeo
 di oggi e domani a Bruxelles: i capi di Stato e di governo dell'Ue 
discuteranno di diritto d'asilo e valuteranno il primo rapporto
 sull'attuazione della Strategia Globale a un anno dalla sua 
pubblicazione. Il coraggio di andare avanti nonostante la Brexit -
 il cui negoziato è stato formalmente avviato lunedì scorso 
- sta pagando. Sul fronte immigrazione - in vista del G20
 di Amburgo del mese prossimo - Angela Merkel pensa
 di coinvolgere anche i Paesi africani. E proprio sulla
 gestione dei flussi migratori si gioca la reputazione
 dell'Unione: per gli italiani, secondo uno studio di 
Chatham House, è in cima ai fallimenti dell'Ue.
 Come invertire la rotta?






martedì 20 giugno 2017

Ricerca Parametrale n. 548. Notizie del 16 giugno 2017

Euroscetticismo, caso Regeni, Catalogna, armi nucleari
Newsletter n° 548 , 16 giugno 2017

L'Unione europea galvanizzata dalla prospettiva di vittoria alle legislative 
di Emmanuel Macron e dal rinsaldato asse fra Parigi e
 Berlino si prepara all'avvio dei negoziati sulla Brexit,
confermato per lunedì prossimo, senza alterazione rispetto
 al calendario originario (nonostante la maggioranza sfumata 
a Westminster e il clima da resa dei conti fra i conservatori).
 L'Ue arriva all'appuntamento forte della tenuta rispetto 
ai nazionalismi euroscettici, tanto nelle urne quanto nelle
 rilevazioni d'Eurobarometro. Ma la situazione all'esterno e 
all'interno dell'Unione non è ovunque serena: se da una 
parte le elezioni anticipate in Kosovo pongono nuovi ostacoli 
sulla via della distensione con la Serbia, dall'altra montano
 nuove tensioni fra Madrid e Barcellona, dopo l'annunciata
 convocazione di un referendum per l'indipendenza della
 Catalogna. Mentre il mondo si interroga sulle ricadute nel 
Golfo dell'isolamento del Qatar e l'Onu torna a discutere 
della messa al bando delle armi nucleari, l'assenza da
 più di un anno di un ambasciatore italiano al Cairo, 
legata al sequestro e all'uccisione di Giulio Regeni, 
continua a fare discutere: ricerca della giustizia o
 interessi economici, che cosa prevarrà?



Spagna
Catalogna: nuovo referendum per l’indipendenza
Elisabetta Holsztejn Tarczewski
14/06/2017
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In uno scenario di ricercata solennità, il presidente della Generalitat catalana Carles Puigdemont ha annunciato che convocherà per il prossimo 1° ottobre un “referendum di autodeterminazione” con la domanda: “Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di Repubblica?”.

“Il referendum è illegale e non si svolgerà”, ha subito risposto il governo centrale di Madrid, assicurando che saranno adottate tutte le misure necessarie per impedirlo. Ne è seguito uno scambio di accuse reciproco sulla mancanza di volontà di dialogo, sullo sfondo di una preoccupante incertezza su quello che effettivamente accadrà nei prossimi mesi.

Come si è arrivati a questo punto
Se è vero che la Catalogna - 15% della popolazione e quasi un quinto del Pil nazionale spagnolo - storicamente ha sempre avuto una propria specificità e una propria identità linguistico-culturale, il punto di flesso a partire dal quale si è innescato un rafforzamento del sentimento indipendentista (prima fisiologicamente stimabile attorno al 15-20%) si colloca nel 2010, quando una sentenza del Tribunale Costituzionale, su ricorso del Partito popolare, mutilò di ampie parti lo Statuto di autonomia catalano approvato nel 2006 con referendum regionale.

Con l’arrivo al potere dei Popolari nel 2011, la situazione si è sempre più esacerbata. Da una parte, la posizione di totale chiusura del governo guidato da Mariano Rajoy verso le esigenze di maggior autonomia ha alimentato una sensazione di crescente vittimismo nella società catalana, esasperato dall’acuirsi di una crisi economica nella quale Barcellona si sarebbe vista costretta a eccessivi trasferimenti di solidarietà verso le altre Comunità autonome.

Dall’altra, l’esecutivo catalano ha avuto gioco facile ad individuare nel governo centrale la causa di tutti i mali (“Madrid ci deruba”) e ha avviato un’azione di propaganda nazionalistica via via più capillare, servendosi ampiamente dei mezzi di comunicazione e del sistema educativo locale. La chiave economico-sociale, accanto a quella politico-culturale, rimane dunque fondamentale per una corretta lettura della questione catalana.

Il sostegno all’indipendenza raggiunse il suo massimo - sfiorando il 50% - nel 2013, quando l’allora presidente della Generalitat Artur Mas annunciò per la fine del 2014 un referendum che poi, di fronte all’opposizione di Madrid, fu costretto a trasformare in una “consultazione partecipativa volontaria”: il 9 novembre 2014 votò solamente un terzo dei catalani, che tuttavia per l’80,76% si espresse a favore dell’indipendenza.

Nelle successive elezioni regionali del settembre 2015, i partiti pro-indipendenza ottennero il 47,8% dei voti (pari però a 72 seggi su 135). L’appoggio all’autodeterminazione, dunque, non ha mai scavalcato la fatidica soglia del 50%, ma ciò non ha impedito alla Generalitat di avviare quello che a Barcellona chiamano “processo di disconnessione dallo Stato spagnolo”, ovvero la graduale costituzione di autonome strutture amministrative, a cominciare da una propria Agenzia tributaria e da una rete estera (sono già una decina le “ambasciate” catalane), nel sinora frustrato tentativo di raccogliere appoggi internazionali.

A Madrid manca una strategia politica 
Da una parte, dunque, la Generalitat- ormai fusa in un unicum con le forze indipendentiste - continua a “vendere” il sogno demagogico di una secessione indolore come rimedio a tutti i problemi economici e sociali, anche per distogliere l’attenzione dagli scandali di corruzione che stanno travolgendo il partito di Puigdemont.

Dall’altra, l’esecutivo centrale non ha saputo e non ha voluto, forse per calcolo elettorale, avanzare alcuna soluzione politica, trincerandosi piuttosto dietro una batteria di ricorsi giudiziari - amministrativi e costituzionali - contro ogni iniziativa delle autorità catalane, fino ad arrivare alla recente condanna all’interdizione dai pubblici uffici per l’ex presidente Mas. Un atteggiamento in buona parte controproducente, che ha creato “martiri”, contribuendo a fomentare l’indipendentismo.

Solo il secondo governo Rajoy - entrato in carica nel novembre 2016 - ha tentato di avviare un canale di dialogo con la Generalitat su temi quali investimenti infrastrutturali, finanziamento regionale, educazione. Troppo tardi e con troppo poca convinzione. La strategia di Madrid rimane fondamentalmente attendista, affiancata da un puntuale contrasto per le vie legali, nella speranza che il progetto indipendentista imploda per le sue stesse contraddizioni e rivalità interne, aiutato in ciò dalla ripresa dell’economia nazionale.

Sul tema catalano, Rajoy può del resto contare sull’appoggio non solo dell’alleato Ciudadanos, ma anche dei socialisti, principale partito di opposizione. Entrambe le forze rinfacciano tuttavia a Rajoy la sua inerzia e l’incapacità di offrire soluzioni politiche, con particolare riferimento ad una possibile riforma costituzionale che i socialisti vorrebbero in senso federale.

Rischio di escalation e possibili vie d’uscita
L’annuncio del referendum da parte di Barcellona è dunque solo l’ultimo di una serie di gesti provocatori del governo catalano, in un continuo gioco al rialzo che lascia intravedere il rischio (se non il deliberato disegno) di uno scontro istituzionale senza precedenti con Madrid, con possibili mobilitazioni di piazza, i cui potenziali sviluppi nessuno si azzarda a delineare.

Non è chiaro fino a che punto il governo Rajoy sarà pronto a spingersi, nel caso in cui la Generalitat chiami effettivamente i catalani alle urne ed approvi la già predisposta “legge di disconnessione”, né se attiverà il sinora mai utilizzato articolo 155 della Costituzione spagnola, che permette al governo di surrogarsi nei poteri di una Comunità autonoma per garantire l’“adempimento forzoso” della legge.

Per il momento, Madrid ha saggiamente optato per la moderazione, confermando che impugnerà l’eventuale convocazione del referendum, ma invitando al dialogo dentro i limiti della legalità. Secondo il governo centrale, lo scenario più probabile (o comunque più auspicabile) è quello che, di fronte all’impossibilità di svolgere il referendum, si convochino infine elezioni regionali anticipate.

Ciò smorzerebbe forse temporaneamente le tensioni, ma non risolverebbe in ogni caso il problema di fondo, destinato a ripresentarsi con le sue fasi di picco cicliche. Un problema che rappresenta, insieme al superamento del bipartitismo, uno dei sintomi più evidenti di “esaurimento” dell’architettura democratica uscita dalla transizione post-franchista e del suo modello territoriale. Un modello ormai superato, poco chiaro nella ripartizione delle competenze e non sufficiente per rispondere alle domande di “specialità” da parte di alcune realtà regionali.

Appare dunque necessaria una strategia proattiva, che punti a recuperare quel 20-30% di catalani convertitisi negli ultimi anni all’indipendentismo, molti dei quali tra gli elettori più giovani. Occorre approfittare della “fatigue” che la società catalana sta avvertendo rispetto ad un processo indipendentista ormai annunciato da anni, ma che sembra intrappolato in un copione che si ripete senza apparente via d’uscita.

Occorre, appunto, offrire questa via d’uscita, elaborando un nuovo progetto di convivenza del Paese, che ascolti le rivendicazioni economiche catalane e consenta forme più profonde di autogoverno, pur nel rispetto del principio di solidarietà intra-regionale, e mettendo, ove necessario, mano alla Costituzione in linea con le specificità e la pluralità della realtà spagnola.

Elisabetta HolsztejnTarczewski è diplomatica. Le opinioni sono espresse a titolo personale e non sono riconducibili al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.