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mercoledì 23 gennaio 2013

Guerra, Conflitti e Politica. Seconda Parte


Mario Rino Me

E oggi ?
L’economia è divenuta di fatto una forza politica trainante, e detta l’agenda anche ricorrendo a maniere forti (Vassilis Vassilakis, parla di “dispotismo dell’economia”). Cambiati contesti e circostanze, si riscopre che la guerra è un fenomeno endemico. Durata e costi degli interventi in Iraq e Afghanistan, hanno demolito alcune certezze come la fattibilità di operazioni militari a zero morti, on the cheap. Le guerre “irregolari” contemporanee sono diventate complesse: asimmetriche, all’interno degli stati e dunque civili e poliedriche con la partecipazione di molti attori e sotto lo della giurisprudenza internazionale e dei media. Dove la sintesi e l’estetica portano a semplificazioni, non sempre coerenti con la realtà. Peraltro, prevale a volte l’interesse a non raccontare la vera storia, se non, addirittura, menzogne per forzare la mano.  La guerra non é più il bellum tomistico (contra extranes hostes, inter nationes liberas, multitudo ad multitudinem) e “trinitario”, per dirla alla van Creveld, e presenta nuovi aspetti  che mettono in discussione la teoria clausewitziana. Da tempo, le grandi potenze, ma anche le medie, anche a causa dell’interconnessione delle economie, sono nelle condizioni di non potersi permettere di fare più  la guerra tra di loro. Usando l’analogia usata per i colossi bancari (troppo grande per fallire), dalla fine della seconda Guerra Mondiale, le grandi potenze sono oramai “troppo grandi per combattersi”. La violenza organizzata, ma sempre più vincolata, propria delle legittime entità istituzionali annaspa di fronte alla violenza portata dagli insorti, e, con il ricorso al terrorismo, raggiunge gli estremi. Nel frattempo, il centro di gravità si è spostato alla popolazione, non più blocco monolitico, nelle cui “acque”, per dirla alla Mao, nuota la guerriglia, e che, nella ricostruzione della struttura statuale e societale, le forze legittime cercano di portare dalla propria parte, nel quadro di quella che viene chiamata ”la conquista dei cuori e delle menti”. Vecchi schemi di interpretazione, soggetti alle sfide dei nuovi contesti, sono saltati o devono essere riadattati.

 Le nuove sfide
Il fire power tradizionale deve essere accompagnato dalla capacità di restare in zona per completare l’opera, ed ecco allora il nuovo concetto dello staying power[1]. Da usare però quanto basta, anche perché se si è percepiti come occupanti, iniziano i pasticci. Ma se la “mala bestia” dei conflitti sembra molto più difficile da domare, restano, tuttavia, in piedi alcuni principi. Ad esempio, quello tipicamente  clausewitziano della distruzione delle forze si applica selettivamente privilegiando, con un mix di forza e dialogo, l’annichilimento della volontà di combattere delle parti anti-governative. Difatti, nella continuità clausewitziana dei rapporti tra i duellanti, una delle lezioni apprese nella lotta all’insurrezione armata consiste nell’aumentare il canale di scambio con l’organizzazione politica del movimento ostile alle forze governative. Senza poi trascurare il fatto che quello che il generale G. Templer[2] definiva  “the shooting side of the business” è una delle parti dell’intera impresa, forse la più difficile. Anche perché le nuove tecniche di contro-insurrezione sono rivolte a due generi di audience con l’intento comune di tranquillizzare: l‘opinione pubblica di casa e la popolazione assistita. Ma servendo due padroni si rischia di rivivere la vicenda di Arlecchino. In breve, pazienza e una combinazione di attività armata e di negoziazione. Con le nuove dottrine, concetto quest’ultimo che merita una riflessione a parte visto il loro  carattere non dogmatico[3], si riscopre poi l’originale approccio italiano a questo genere di conflitti, basato su una presenza attiva nella società del paese da sostenere. Iniziata dal generale Franco Angioni nella crisi libanese dei primi anni 80, si è sviluppata e perfezionata seguendo uno sviluppo dal basso (bottom up). A H. Kissinger viene attribuita l’apparente gioco di parole in base al quale ”finché le forze regolari non vincono, esse perdono, per contro, finché la guerriglia non perde, essa vince”. Egli apre dunque la questione della definizione di successo in questi scenari. Ho detto successo in quanto nel confronto militare tradizionale c’è sempre stato un verdetto, ancorché a volte sfumato. Figuriamoci nello scenario magmatico evocato da Kissinger, decisamente diverso dal conflitto di tipo tradizionale incentrato sulla vittoria sul campo. In breve, ancor più che nel passato, non c’è un risultato netto in bianco e nero, di vittoria o sconfitta, ma uno spettro di possibili risultati che non possono essere riconducibili a un semplice e generico end-state, ripetuto come una litania.
Premessa la sconfitta militare delle forze avversarie e dell’infrastruttura di sostegno, il modello seguito dagli USA, e, per esteso dal sistema di Alleanze riconducibile alla politica estera di Washington,  si è articolato su una serie di attività che si snodano dal controllo dello stato e istituzioni del paese, divenuto nel frattempo assistito, alla riforma del suo sistema politico e di governo, alla ricostruzione dell’economia e infrastruttura, al riallineamento della politica estera e all’impianto di una nuova relazione strategica[4]. Se da una parte gli interventi in Iraq e Afghanistan hanno sortito il successo politico –militare dell’abbattimento dei rispettivi sistemi dispotici, le difficoltà incontrate nel colmare il vuoto nella fregola del regime change, il pesante tributo di vittime, le enormi risorse profuse vis à vis le incertezze del post- presenza militare, pongono governi e opinioni pubbliche di fronte alla domanda se ne sia valsa o no la pena di intervenire, considerando anche gli impegni dopo il ritiro. In definitiva occorre definire una cornice concettuale per definire la relazione di costi benefici connessi con l’intervento militare, che sancisce, per definizione, l’elevato livello di interesse per il paese e i conseguenti obblighi operazione durante e dopo il disimpegno militare.  In Afghanistan, dopo i frequenti episodi di fuoco amico, a quanto risulta dalle ultime cronache, le Forze armate di quel paese incontrano difficoltà nel frenare l’emorragia di diserzioni, bassi tassi di reclutamento che obbligherebbero le autorità nazionali a sostituire annualmente il 30% degli organici[5]. Senza poi trascurare il venir meno alcuni capisaldi, come il coinvolgimento dei talebani, per cui si sta consolidando l’opzione per  approcci che contemplano un maggior coinvolgimento afgano. Il che complica l’intero impianto della exit strategy dell’Alleanza Atlantica.


Conclusione
Oggi, nel contesto del complesso fenomeno della globalizzazione, sono aumentati i campi del confronto  (si pensi, al malware cibernetico[6]);  mentre sull’attacco armato non c’era alcun dubbio interpretativo, oggi si richiedono pertanto nuove e chiare definizioni su cos’é un’aggressione e se, in che misura e come si possa contrastarla rimanendo in una cornice di legittimità. Su questa tela di fondo, van der Dennen, definendo le linee di politica  come “la continuazione della guerra con altri mezzi[7]”, inverte, paradossalmente, i fattori. Politica come guerra dunque anche se non sottesa da logiche di “potenza” per dirla alla Aron (guerra dei cambi, guerre commerciali ecc). Pace e guerra, secondo lui, non differiscono, quantomeno teoricamente, nei fini, ma nei mezzi per conseguirli; resta però il fatto che le due formulazioni esprimono il perdurare, in tutti i campi, di una competizione ad ampio spettro, condotta con una vasta gamma di mezzi, violenti e non. In effetti, il consolidarsi nel tempo del sistema internazionale, delle democrazie e delle società, tutti meno inclini alla guerra in linea con le tesi Kantiane della pace perpetua, riprese nel 900 da B. Angell[8], molte cose sono in meglio. Ciò grazie anche alla costante tendenza verso sistemi più democratici, all’opera sistematica di educazione al controllo della forza, all’affermazione degli studi nel campo delle scienze socio-politiche, che hanno contribuito a meglio definire le interrelazioni tra le parti della citata trilogia, e, non ultimo, alla definizione del quadro normativo in tema di controllo democratico e direzione politica delle forze armate. Ma l’altro lato della medaglia evidenzia che dopo i fatti dell’11 settembre 2001 e degli anni successivi, il fenomeno dell’insurrezione su scala nazionale, ha dimostrato che gli Stati non hanno più il monopolio della violenza organizzata. Non è venuta meno, tuttavia, anche in ambito multilaterale, la non infrequente interferenza politica, e non solo, su questioni di livello tecnico-gestionali, di squisita pertinenza militare. Anche per la politica, pertanto, ci sono momenti in cui essa deve ritirarsi. Nelle strutture organizzative stratificate, la predetta tendenza alla verticalizzazione dall’alto in basso, viene definita con il termine “micro management”, già presente in passato e come tale stigmatizzato dalle icone del pensiero strategico[9]. Sfasamento politico-militare, mezze misure militari e tiepido sostegno politico, avversione delle società a imbarcarsi e sostenere imprese di cui non si percepisce necessità, interessi e\o posta in gioco (anche perché non sempre ben informate o preparate, n.d.r.), nonché scarsa conoscenza delle culture \società locali, sono all’origine di tante amare esperienze di quest’ultimo cinquantennio. Già mezzo secolo fa Raymond Aron sosteneva che  “les Europèens voudrayent sortir de histoire, la grand Histoire qui s’écrit en lettres de sang”, che è all’origine di un diverso approccio alla storia tra le due sponde dell’Atlantico. Non sempre si è dato ascolto alle lezioni del passato e agli avvertimenti dei grandi del pensiero strategico. Le cui opere, nonostante alcune diversità, riconducibili allo spirito del tempo, mettono in evidenza una continuità di pensiero, che ci offre un insieme armonico di regole, esperienze conoscitive e tecniche, in cui il valore aggiunto del fattore umano è costituito dalla creatività e flessibilità nell’interpretarle e metterle in pratica. In breve una chiarezza intellettiva, preparazione, buon senso ed equilibrio delle persone che le hanno avute in dote, e del sistema socio-culturale che li ha prodotti. In estrema sintesi, l’uso, orale o scritto che sia, del linguaggio strategico ha una diffusione generale, che precede codificazioni storiche; inoltre, lo scrivere con giudizio e buon senso, dote che assomma le qualità del sapere e della comunicazione, travalica le barriere dello spazio e del tempo. Alla luce delle nuove realtà, resta tuttavia da riconcettualizzare il modello di intervento sin qui seguito per l’assistenza ai paesi in cui si è intervenuti, attagliandolo al fattibile e non al desiderabile.
Per concludere, il Feldmaresciallo Bernard Montgomery[10] riporta nel libro da lui curato un detto di Mao Tse Tung, che, a tal proposito, sosteneva : “Tutte le leggi e le teorie militari che sono nella natura dei principi,rappresentano l’esperienza delle guerre combattute dai popoli nel passato o nei nostri giorni. Ne dovremmo studiare seriamente queste lezioni, pagate col sangue che costituiscono l’eredità delle guerre passate. Questo è un punto, ma ve n’è un altro. Noi dovremo sottoporre queste conclusioni al vaglio della nostra esperienza , assimilare tutto ciò che è utile, respingere ciò che è inutile e aggiungere quanto specificamente nostro. Quest’ultima cosa è molto importante, perché, altrimenti , non potremmo  condurre la guerra. Leggendo s’impara, ma anche applicando s’impara: è anzi la migliore maniera per imparare”.



[1]   Alexandra de Hoop Scheffer, L’Iraq en quete de sens, http://www.ceri-sciencespo.com/cherlist/hoopscheffer/maghreb_machrek07.pdf
[2]    The Economist, Modern Warfare, edited by Benjamin Sutherland, pag 273-276.
[3]   Da considerare una guida nel dominio dell’agire, più che una serie di regole rigide,  tipo catechismo. In breve una sorta di cornice di riferimento.
[4]    William C. Martell, Victory in War, Cambridge University Press, New York, 2007, pag 137-144.
[5]    Rod Nordland, Afghan’s Army Turnover threatens US Strategy, NYT ,Oct 15 2012
[6]   Vedi A new Kind of Warfare, Editorial ot the Times, NYT  9 Sept 2012.
   [7]  Joham MG van der Dennen,  On War: Concepts, Definitions, Research data: A short literature Review and Bibliograpphy,http://rechten.eldoc.ub.rug.ni l/FILES/root/Algemeen/overigepublicaties/2005enouder/UNESCO/UNESCO.pdf.
[8]   Bernard Angell, The Great Illusion, 1910. L’autore, che nel suo libro “La grande Illusione “ sosteneva la futilità della guerra, non faceva tutavia previsioni sulla scomparsa del fenomeno. Egli sosteneva che commercio e industria erano le fonti del benessere e non lo sfruttamento di popolazioni sottomesse. L’illusione era riconducibile agli apparenti i guadagni del colonialismo con guerre di conquista ecc . Nel 1933 , dopo la riedizione del libro, in cui, con l’avvento della Società delle Nazioni , introduceva la nozione di sicurezza collettiva, fu insignito del premio Nobel. http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/1933/angell.html
[9]  Von Clausewitz  descrive la situazione in questi termini “ se l’uomo di stato guarda a certe mosse e attività  militari, che sono a lui estranee, allora la politica  influenzerà le operazioni al peggio”.
[10]   Bernard Montgomery, Storia delle Guerre, Rizzoli, Milano ,1970, pag. 17.

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