ALBO D'ORO NAZIONALE DEI DECORATI ITALIANI E STRANIERI DAL 1792 AD OGGI - SITUAZIONE

Alla data del 31 MARZO 2023 sono stati inseriti in modo provvisorio:
Decorati individuali 3800
Decorati Collettivi 162

Lo Stemma della Associazione Seniores dello IASD

Associazione Seniores dello IASD: il blog

Il Blog della Associazione Seniores dello IASD è:
www. associazionesenioresiasd.blogspot.com

per ogni contatto: senioresiasd@libero.it

Traduzione

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

Translate

Palazzo Salviati. La Storia

chi avesse note, notizie, documenti e indicazioni riguardante Palazzo Salviati è pregato di inviarlo all'indirizzo e mail quaderni.cesvam@istitutonastroazzurro.org



Cerca nel blog

giovedì 21 aprile 2011

AUGURI 
 DI UNA BUONA PASQUA

lunedì 11 aprile 2011

Nucleare si o no

Contro gli sprechi a sostegno delle fonti da intemperie,
è solo esercizio
dell’inalienabile Diritto alla legittima difesa.

(Roma 10 aprile 2011) - Il Comitato Italiano per il Rilancio del Nucleare (Cirn) riconosce all’attuale Governo italiano una consapevolezza e un senso di responsabilità nel concedere infruttuose regalie alle fonti meteoambientali nettamente in controcorrente con le precedenti fideistiche talebane infatuazioni ecoambientaliste. Purtroppo il Governo italiano, che in modo analogo a quello di altri governi europei comincia a rendersi conto di come queste presunte opzioni siano solo inutili e dannosi sprechi, è prigioniero dell’intollerante sistema burocratico europeo che, anche in questo caso, impone norme vincolanti che fortemente stridono con una razionale valutazione tecnica e con un approccio oculato, quale quello del “buon padre di famiglia”. Il reale problema è, in realtà, il mitizzato sistema “Europa”.

«Esprimiamo pertanto forte e sentita solidarietà - dichiara Giorgio Prinzi, Segretario del Comitato Italiano per il Rilancio del Nucleare - al ministro per lo Sviluppo Economico Paolo Romano, fortemente contestato dai sostenitori delle fonti da intemperie e da coloro che hanno legittimi interessi in esse e per questo si battono perché il fiume in piena del danaro pubblico copiosamente riversato sulle fonti da intemperie con onerosi aggravi nella bolletta elettrica non venga neppure in modo blando arginato».

«Definiscono il decreto allo studio del Governo - commenta l’ingegner Giorgio Prinzi - come “decreto ammazza rinnovabili”; in realtà ogni azione messa in atto contro queste assurde, irrazionali e costosissime forme di produzione dell’energia elettrica è solo l’esercizio dell’inalienabile diritto alla legittima difesa contro la prevaricante protervia con cui le si è sinora imposte in dispregio di ogni regola di buon senso, di razionale approccio tecnico, degli stessi principi del libero mercato sui quali si dovrebbe fondare l’Unione Europea. Stiamo invece costruendo una Europa dirigista e totalitaria, avulsa dalla realtà oggettiva, quanto mai lontana dagli interessi reali di noi che ci sentiamo e vogliamo essere Cittadini europei».

Il Comitato Italiano per il Rilancio del Nucleare rende noto che, aderendo a cortesi richieste in tal senso, provvederà quanto prima ad archiviare i propri comunicati stampa su una dedicata pagina web.
(giorgioprinzi@libero.it)

lunedì 21 marzo 2011

LE GUERRE GLOBALI, LE CONCEZIONI STRATEGICHE

E

LE RIVOLUZIONI NEGLI AFFARI MILITARI.



FABIO MINI


Tutti questi avvenimenti, in relazione alle epoche, ci riconducono a tre modelli di ordine che si sono succeduti nel tempo:

a. il primo ordine è quello divino, predesignato. Si tratta dell’ordine dell’impero cinese, quello che scaturisce dalle guerre omeriche, dalle guerre persiane, tutte caratterizzate dall’imprimatur divino, in base al quale il potere derivava dalla benevolenza del cielo;

b. il secondo ordine è quello terreno, sociale e politico. Si tratta dell’ordine che è seguito alle guerre dei Regni Combattenti, alle guerre del Peloponneso, ad Alessandro, alle guerre puniche e bizantine, al Sacro Romano Impero, ai mongoli, alle guerre napoleoniche e alle guerre mondiali (I e II) nonché alla guerra fredda e alla guerra del Golfo.

c. il terzo ordine è quello della sovrapposizione. C’è stato un periodo in cui i due ordini (quello divino e terreno) si sono sovrapposti, si sono confusi. E’ questo l’ordine che è derivato dalla Guerra dei 30 anni, dalle Crociate, dai Califfati arabi, dalle guerre arabo-israeliane, dal terrorismo e dalla guerra al terrore.



Conseguentemente anche le strategie si sono adattate a questo sistema e sono andate di pari passo alle diverse concezioni di ordine.

Dapprima vi erano i riti che prevalevano.

Successivamente si è passati all’annientamento e logoramento che erano i principi che sono andati avanti per secoli.

Poi comincia l’epoca del potere marittimo (Mahan) in base al quale si comprende che le guerre si possono vincere dal mare e non solo sul mare.

E’ l’epoca in cui l’Esercito viene usato contro popolazioni e risorse.

Il potere aereo, l’approccio indiretto, la ritorsione massiccia sono concetti che vengono superati nel momento in cui si raggiunge la parità nucleare. Da questo momento bisogna incominciare a capire: non basta più il potere massiccio in base al quale chi deteneva il monopolio nucleare dettava anche le regole!



Tutti questi concetti sono riconducibili ad un solo aspetto: le guerre sono attrito da cui deriva lo sciupio di risorse ed energie.

Da Clausewitz in poi la guerra si fa e si misura in termini di attrito. Vale a dire di maggiori o minori perdite, di maggiore o minore velocità di maggiore o minore energia dissipata. Il paradigma dell’attrito prevede la distruzione delle varie componenti delle forze in modo da rallentare, arrestare, distruggere e neutralizzare.

Durante la Guerra Fredda si sviluppano perciò i sistemi d’arma a d alto potere d’attrito o sistemi d’attrito letale. E si concepiscono organizzazioni grandi, potenti. Pletoriche e ridondanti.

Alla fine degli anni 70 i sovietici intuiscono che la combinazione dell’informazione la capacità di comando e le comunicazioni sono più importanti della potenza delle singole componenti o della loro sommatoria.

La rivoluzione descritta nella Joint vision 2010, propone di misurare gli effetti della guerra con i metodi dell’entropia fisica. Cioè la misura del disordine che si crea in un sistema quando è sottoposto a determinate condizioni. L’idea è allora che lo scopo dell’azione è creare il disordine nell’organizzazione e questo si può ottenere prendendo di mira le forze di coesione che tengono assieme il sistema avversario.

Delle tre componenti dinamiche che compongono il combattimento, lo spazio, il tempo e le forze, quest’ultime sono più facilmente misurabili in termini di attrito.



Con gli anni ‘70 sono i russi che incominciano a parlare di comando e controllo, comunicazioni, informazioni come aspetti fondamentali della nuova guerra.

Ma è John Boyd che teorizza il ciclo operativo e l’entropia, intesa, quest’ultima come il collasso organizzativo delle strutture quando sono sottoposte ad una sollecitazione. Da ciò deriva che la guerra oggi si misura in organizzazione.



Il pensiero strategico non rimane fossilizzato ma viene progressivamente integrato con studi di Kaplan, Cerny, Peters in cui la forma sociale prevale sulla tecnologia.



Kaplan in particolare si rifà al mondo bestiale di Hobbes, Cerny invece si riferisce al “Neo medievalismo” e Peters fa riferimento alle “forze occidentali contro le culture guerriere arcaiche e paramilitari”.



Dal ’99 in poi Kaldor elabora la teoria delle nuove guerre identitarie privatizzate.

Durante la commissione on National Security of 21st Century si incomincia a parlare di mondo fluido e complesso.

Il russo Gareev introduce invece il concetto degli approcci multidimensionali.

Con Huba Wass de Czege e Richard Hart Sinnreich svaniscono le differenze fra convenzionale e non convenzionale, civile e militare, fronte e retro, livello strategico e operativo… “golf bags” of varied military capabilities.

Si incomincia a parlare di operazioni militari in uno schema politico.

Si pongono paletti al Clausewitz lì dove si intende la guerra come la continuazione della politica con altri mezzi. In realtà secondo il Gen. Mini la guerra è il fallimento della politica.

Negli ultimi 10 anni ci siamo impegnati nelle operazioni militari in cui l’avversario era infinitamente meno armato e dotato.

Pertanto oltre al problema di combattere il nemico c’era anche quello legato all’eccesso di potenza, di arroganza che diventava un aspetto fondamentale perché si correva il rischio di non controllare più le conseguenze della propria azione.

Sono due colonnelli cinesi che incominciano a parlare, per primi, di asimmetria (Qiao Liang e Wang Xiangsui).

Tutte queste nuove strategie e concetti hanno sempre avuto bisogno di un sostegno. La storia diventa pertanto uno strumento e il punto di appoggio per la strategia. Essa viene presa per guidare o giustificare la strategia (Hard e Boyd).

Le teorie strumentali.

La Storia strumentale alla Strategia (Hart- Boyd)

La scienza strumentale alla strategia e all’industria

– Nye e Owens : il sistema dei sistemi

– Alvin e Heidi Toffler: le ondate tecnologiche

– Boyd: Entropia e Caos

La cultura strumentale all’ideologia:

– Huntington: lo scontro di civiltà

– Francis Fukuyama: la fine della storia

– B. Lewis et alias: liberazione dell’Islam

La paura strumentale agli interessi

– Terrorismo

– Guerra al Terrore

– Guerra preventiva

Da cui derivano nuovi concetti operativi.



Oggi il Network Centric Waerfare è il concetto per eccellenza delle operazioni dei nostri tempi. Tale concetto incomincia ad affermarsi già nel 1996 con Nye e Owens che elaborano il System of System. Nel 2003 viene pubblicato un libro sul Power to the edge (Alberts e Hayes): Global Information Grid (GIG). Infine si arriva a Netcentric Enterprise Services, Cooperative Engagement Capability, Future Combat System, Netcentric Enterpriese Solutions Interoperability (NESI), Net centric Operation and Warfare Reference Model, Netcentric Check-list, Network Centric Operationas Industry Consortium. Ma cosa sono in realtà tutti questi concetti? Altro non sono che soldi. Il sistema è finalizzato a permettere le comunicazioni con tutti gli altri soggetti presenti sul campo di battaglia, ma alla fine attesa la sua complessità, riusciremo a parlare con tutte le altre forze tranne che con le nostre!



Si parla di guerra della 4^ generazione (William S. Lind) che è quella della guerra lunga, complessa, decentrata, fatta da soggetti inseriti in un network ideologico, violento. Tale guerra comprende il terrorismo, le basi transnazionali, l’attacco alla cultura, il concetto di guerra psicologica, di manipolazione dei media, e l’impiego di ogni risorsa politica, economica sociale e militare.

Questo tipo di guerra è riconosciuta da molti come non come una novità.

La grande novità è che questa è la guerra che si deve affrontare.



Il mondo cambia e la valutazione della guerra è subordinata ad alcuni parametri quali risorse, demografia, economia, ruolo degli Stati nella definizione della minaccia, fallimento degli Stati. Ma quante civiltà ci sono oggi? Dove si combatte?

Si combatte nello spazio, nell’ambiente, in mare, di meno nelle aree rurali ma molto di più negli agglomerati urbani che sono diventati il fulcro delle nuove guerre (questo perché oggi le megalopoli sono aumentate nel numero).

La tecnologia non permette di fronteggiare adeguatamente questi problemi (i concetti/sistemi di joint urban warfare e small unit non sono sufficienti).



Oggi non abbiamo capito che le guerre sono diventate infinite e… sono senza vittorie.

Se per vincere è necessario uccidere persone inermi e deboli allora significa aver perso la caratteristica dell’etica.

La guerra è complessa e pertanto non si può fare il riduzionismo né l’addizionabilità né la proporzionalità.

Oggi siamo in guerra, in una guerra in cui sembra di non vedere opzioni alternative.

Non sappiamo valutare, immaginare, scegliere, risparmiare, non avere scampo.

Se vogliamo veramente vincere dobbiamo fare in modo che sia l’avversario a perdere e non noi a imporre la nostra vittoria.

Il nostro problema (che non abbiamo capito) è che il mondo è fatto di risorse e c’è chi le ha e chi non ne dispone. A questa realtà bisogna fare attenzione: non dobbiamo limitarci a guardare solo la prospettiva militare dei conflitti (che solitamente è l’unica alla quale i militari guardano). Infatti dobbiamo avere un approccio generale e guardare non solo alle aree dei conflitti. Dobbiamo guardare alle minacce nascoste quelle che si insinuano negli interstizi (politica/criminalità, operazioni militari/criminalità, attività legali/attività illegali, interessi pubblici/privati, interessi globali/locali etc.)

Bisogna perseguire il vantaggio competitivo senza sopraffazione.



Rivalutare la NOOSFERA (dal greco noos = mente) in cui le idee, i valori, l’etica prevalgono.

E’ stata invece teorizzata “the might is right” (Rand): in base alla quale la potenza ha ragione.

Noi dobbiamo capovolgere questa concezione e perseguire il concetto “the right is might”, cioè bisogna ritornare all’etica e alla legalità

giovedì 10 marzo 2011

GLI ARDITI DEL SUD

di Eugenio Moretti
Le vicende della guerra segnarono anche il X° Reggimento Arditi, che segui la sorte di tanti altri reparti italiani; alcuni si adeguarono alle clausole dell'armistizio dell'8 settembre 1943, altri continuarono invece a combattere a fianco dell'ex alleato tedesco.

Per quanto attiene a quanti operarono a fianco degli alleati, l'8 settembre sorprese il I° Battaglione Arditi in Sardegna. Il reparto non subì sbandamenti restando fermo nella sua efficienza operativa grazie soprattutto all'opera del proprio Comandante, il Ten. Col. Guido Boschetti.

Il 12 Settembre, attaccato in forze dai tedeschi che gli intimarono la resa, contrattaccò, respingendoli sanguinosamente.

Il 19 febbraio 1944 il battaglione sbarcò a Napoli e immediatamente fu schierato a fianco degli alleati sulla linea del Volturno. Questo avvenimento segna l'ingresso degli Arditi nel C.I.L.. il Corpo Italiano di Liberazione.

Il 19 marzo il reparto cambia nome per volere del Gen. Messe e diventa IX Reparto d'Assalto dall'omonima unità che nella Prima Guerra Mondiale aveva gloriosamente combattuto proprio agli ordini dell'allora Maggiore Messe sui monti Grappa e Col Moschin.

A maggio, al momento dell'avanzata, il IX Reparto d'Assalto è un'unità organica con poco più di 400 Arditi in tutto così articolata:

• plotone comando

• 4 compagnie arditi: tre d'assalto (102,110,123) e una armi d'accompagnamento (104).

Il reparto, inquadrato nel 68° Reggimento Fanteria del Gruppo di Combattimento "Legnano" resta al fronte per tutta la durata della guerra.

In pratica il contributo del IX Reparto d'assalto "Col Moschin" nella guerra di liberazione, dall'8 Settembre 1943 all'8 Maggio 1945, fu, tenuto conto dell'esiguità del suo organico, particolarmente elevato. Le perdite totali assommarono a 60 caduti e circa 200 feriti.

Numerosi furono i riconoscimenti ufficiali sia da parte delle nostre Autorità militari che dei Comandi Alleati. Ricordiamo, oltre alle decorazioni al Labaro, una M.O.V.M, 48 tra M.A.V.M. e M.B.V.M, una Silver Star americana, 7 decorazioni polacche e ripetuti encomi solenni.

Al termine del conflitto, nell'Agosto 1946, il reparto fu sciolto. In seguito fu donata la Bandiera di Combattimento (anno 1976) al 9° Battaglione Paracadutisti "Col Moschin" di Livorno ora 9° Reggimento Paracadutisti "Col Moschin".

Per non dimenticare la mia diretta partecipazione mi sia consentito il seguente aneddoto:

inizio primavera 45 ci sono ordinate azioni di disturbo nella zona della linea Gotica (che sarà poi teatro finale con sfondamento linea nemica - e liberazione città Bologna).

Nelle primissime ore del mattino del 10 aprile preceduti da nutriti fuochi di artiglieria, diretti da un valido osservatore, il sottotenente Poli, (Presidente nazionale ANCFARGL) iniziano gli attacchi ai due obbiettivi prefissati: Parrocchia di Vignale e Quota 459 che sono posizioni fortificate e contornate da campi minati.

La 110ma compagnia con obiettivo Parrocchia di Viguale al comando dei S.Ten Manenti e Ten. Gagliardi, e la 123° compagniacon obiettivo Quota 459 Sot.Ten. Palma e Schiavoni. Cruenti furono i combattimenti con accesi corpo a corpo; grande abnegazione del S.Ten. Manenti che, incappato su di un campo minato nel tentativo di salvare un suo ardito dalla morsa delle mine, resta colpito mortalmente dallo scoppio di un ordigno. Nel contempo il giovane marconista Caporale Moretti avuto l'apparato radio portatile colpito da schegge sia al vano porta batteria che al laringofono, lo ripara sotto il fuoco dei mortai e riesce a trasmettere in radiotelegrafia la richiesta di annebbiare il fronte per poter ripiegare i reparti che hanno portato a termine l'azione.

L'esito glorioso delle due azioni non è stato incruento e sette morti più una quindicina di feriti di cui alcuni gravi, è stato il tributo del IX Reparto d'Assalto.

La mattina del 21 Aprile il Gen. Utili seguìto dalla bandiera del IX Rep. d'assalto entra in Bologna da Porta S.Stefano tra una fitta ala di folla festante.


Eugenio Moretti

ANCFARGL Genova

'Chiedo scusa per eventuali inesattezze dovute semrnai alla riduzione di memoria per il tempo ahimè non più recente~"

venerdì 18 febbraio 2011

ACCADEMIA POLACCA DELLE SCIENZE
CENTRO DI STUDI A ROMA



invita cordialmente alla conferenza del

Prof. Valerio PERNA
dell’Università di Udine

sul tema

"L’influenza polacca nelle relazioni tra la Santa Sede
e le Repubbliche baltiche (1918-1940)"

martedì, 1 marzo 2011, alle ore 18.30
presso la Biblioteca del Centro di Studi dell’Accademia Polacca delle Scienze,
Vicolo Doria, 2 (Piazza Venezia)

Relatore
Docente (Università di Udine), storico e consulente delle relazioni internazionali in età contemporanea. È specialista per la Polonia, le Repubbliche baltiche, e per i loro rapporti con l’Italia e la Santa Sede. Ha pubblicato, tra l’altro: Storia della Polonia tra le due guerre, Xenia, Milano, 1991; Galeazzo Ciano. Operazione Polonia, Luni, Milano, 1999; Italia e Lettonia. Storia diplomatica, Luni, Milano 2001 (tradotto in lettone nel 2002); Relazioni tra Santa Sede e Repubbliche baltiche, Forum, Udine, 2010.

Riassunto
L’irruzione sulla scena europea dei nuovi Stati nazionali nel 1918-1919 fu una conseguenza della dissoluzione degli imperi continentali e della politica idealista del presidente americano Wilson. In quel clima maturò l’indipendenza nazionale degli estoni, dei lituani, dei lettoni. Tornò alla sovranità anche la Polonia, che aveva esercitato un’influenza secolare nelle regioni storiche che costituivano i neo-Stati baltici. La diplomazia vaticana seguì l’evolversi degli eventi con l’abituale cautela.
La nuova carta geografica d’Europa prevedeva la conciliazione di interessi divergenti e l’orgoglio nazionale dei piccoli Stati non favoriva la distensione degli animi. L’ipotetica influenza che avrebbe potuto esercitare la Polonia nella vita religiosa e culturale delle giovani Repubbliche baltiche creava malumori, ben al di là della realtà oggettiva. I governi lettoni posero in secondo ordine quei timori e gestirono con accortezza le relazioni con la Santa Sede, nell’intento di valorizzare i rapporti con una grande potenza morale come la Chiesa cattolica. I rapporti tra i governi lituani e la segreteria di Stato vaticana furono invece condizionati dalla presunzione di un atteggiamento della Santa Sede favorevole alla Polonia e contrario agli interessi della Lituania. L’Estonia tendenzialmente laica rimase in osservazione, ma pretese garbatamente da Roma un atteggiamento conforme rispetto a quello tenuto verso le altre due repubbliche.

R.S.V.P. tel.: 06.6792170 fax: 06.6794087

E-mail: accademia@accademiapolacca.it



giovedì 27 gennaio 2011

Nel 2014 Kaohsiung vedrà sorgere il Pop Culture Center.

2.500 posti indoor e 12.000 outdoor in un area di circa 120000 metri quadrati situata vicino al porto. Si tratta del Kaohsiung Marine Culture and Pop Music Center, un centro dedicato agli eventi musicali e alla cultura in progetto per il 2014 a Kaohsiung, seconda città di Taiwan, sulla costa meridionale.
Lo scorso 19 gennaio, le autorità di Kaohsiung hanno rivelato il nome del progetto del valore di 110 milioni di Euro (4,39 miliardi di dollari taiwanesi) che ha vinto la gara d’appalto per il nuovo centro. Giudicato da una giuria internazionale composta da architetti, accademici e rappresentanti del mondo musicale, il progetto è stato ideato dall’architetto spagnolo Manuel Alvarez-Monteserin Lahoz in collaborazione con l’omologo taiwanese Mark Ongg.
Stando a quanto dichiarato dall’Ufficio per i Lavori Pubblici della città di Kaohsiung, il Pop Music Center potrà ospitare complessivamente 14.500 spettatori, 2.500 nelle aree interne e 12.000 nelle aree esterne. Si ritiene inoltre che il parco potrà fare da scenario per 500 spettacoli all’anno, coinvolgendo nelle proprie attività quasi 400.000 visitatori.
Secondo le parole di Zhang Wan-shun, vicedirettore dell’Ufficio per i Lavori Pubblici di Kaohsiung “questo nuovo progetto metterà in relazione l’immagine marittima di questa città portuale con la sua cultura giovanile, promuovendo l’industria culturale e creativa tipica del sud di Taiwan”.

Zhang ha poi proseguito dichiarando che “una volta terminato, il Pop Music Center darà nuova vita all’intera area del vecchio porto e conferirà una notevole spinta all’industria turistica locale”.
L’inizio dei lavori è previsto per il 2012.

domenica 9 gennaio 2011

Le Guerre Globali, Le concezioni strategiche e le rivoluzioni negli affari militari

I Parte

Oggi quando si parla di guerra globale intendiamo “guerre che coinvolgono anche non simultaneamente le popolazioni e il territorio del globo (inteso politicamente), che perseguono interessi globali e adottano strategie globali. Le guerre globali sono precedute o seguite da rivoluzioni epocali negli affari militari e danno vita a nuovi ordini globali”.

Le rivoluzioni militari sono svolte tecniche epocali. Le ultime rivoluzioni in ordine di tempo attengono:

a. alla parità nucleare;

b. al precision strike (attacco di precisione);

c. all’information warfare.



Le rivoluzioni però non nascono dal nulla ma sono il frutto di vicende storiche che risalgono a tempi antichi. Tali vicende/guerre del passato ci consentono di interpretare correttamente quanto sta avvenendo oggi.

Facciamo pertanto un breve excursus per notare l’evoluzione delle rivoluzioni.

a. Guerre persiane (490 - 478 a.c. ): possono essere considerate come una guerra globale in quanto riguardavano tutte le civiltà dell’epoca.

b. Regni combattenti (453 - 221). Tali guerre venivano combattute per la definizione del potere globale, da cui è sorto il Regno della dinastia Cin che avrebbe dovuto durare secoli e in realtà è durato solo durata 21 anni.

c. Guerra del Peloponneso (431 - 404) . E’ stata una guerra di blocchi, di leghe, tra mari e continenti. Due blocchi (Sparta e Atene) si confrontavano per un nuovo ordine. Atene alla fine ha dovuto cambiare regime: dalla democrazia è passata ad un sistema chiuso e ha dovuto anche cambiare la propria tecnica di combattimento a causa delle continue incursioni nell’Attica degli spartani. Pericle ha, pertanto, inurbato le popolazioni durante le incursioni. Questa nuova tecnica ha però portato anche delle conseguenze negative da un punto di vista organizzativo: le condizioni igieniche erano precarie e causavano malattie!

d. Alèxandros (336 - 323). Con Alessandro comincia il pendolo tra Occidente e Oriente. All’inizio l’Occidente era completamente staccato dall’Oriente. Alessandro è colui che cerca di andare in Oriente per stabilire un impero (riuscendoci). La sua rivoluzione è stata quella di usare l’esercito come elemento di conquista.

e. Prima delle Guerre Puniche (279 a.c.) e Guerre Puniche (264 – 146). Dopo le guerre puniche Roma controllava tutto il Mediterraneo e gli Stati attorno al mare nostrum. Prima tale potere era esercitato unitamente ad altre tre grandi potenze tra cui Cartagine.

f. Gengis Khan con i suoi mongoli e le sue confederazioni comincia ad espandersi verso l’Occidente e all’inizio del 200-300 riuscì a conquistare tutto il mondo conosciuto arrivando fino a Mosca. Dal punto di vista militare si inventa l’incursione complessa.

g. Guerra dei 30 anni. E’ un esempio di guerra che ha coinvolto tutta l’Europa alla ricerca di un ordine. E’ nata come guerra di religione e si è trasformata come guerra tra due potenze (Austria e Francia).

h. Guerre napoleoniche (1800 – 1814 - 1^ Guerra Mondiale). In questo periodo la rivoluzione vera è Napoleone!

i. Guerre globali. Dal 1870 al 1918 gli Stati Maggiori erano ossessionati dal mito napoleonico: invece di guardare al futuro si voltavano indietro a guardare il recente passato.

La 1^ Guerra Mondiale è stata un dramma perché si è persa la speranza. Dopo questa guerra avviene invece la vera rivoluzione data dalla trasformazione di Von Seckt che rivoluziona gli affari militari e fornisce l’avvio alla conduzione della 2^ Guerra Mondiale, introducendo i concetti di manovra, l’intervento dei corazzati etc.

j. La 2^ Guerra Mondiale. All’inizio, Hitler aveva l’idea che la guerra sarebbe stata vinta prima di essere combattuta. La guerra doveva essere vinta dal punto di vista morale, della deterrenza e della preparazione: questo era veramente un concetto innovativo di cui però non ne fu colto il vero valore. Dopo la guerra si è costituito un nuovo ordine mondiale con la creazione delle Nazioni Unite con la Carta delle Nazioni Unite che rappresenta il simbolo del nuovo ordine mondiale.

k. La Guerra Fredda. La parità nucleare ha portato alla strategia della distruzione reciproca o mutua o assicurata che è alla base delle altre strategie. La Guerra Fredda è stata vinta da un blocco: l’altro è, infatti, collassato. Dalla Guerra Fredda però non è nato un nuovo ordine mondiale.

Le Guerre Globali, Le concezioni strategiche e le rivoluzioni negli affari militari

II Parte


Tutti questi avvenimenti, in relazione alle epoche, ci riconducono a tre modelli di ordine che si sono succeduti nel tempo:

a. il primo ordine è quello divino, predesignato. Si tratta dell’ordine dell’impero cinese, quello che scaturisce dalle guerre omeriche, dalle guerre persiane, tutte caratterizzate dall’imprimatur divino, in base al quale il potere derivava dalla benevolenza del cielo;

b. il secondo ordine è quello terreno, sociale e politico. Si tratta dell’ordine che è seguito alle guerre dei Regni Combattenti, alle guerre del Peloponneso, ad Alessandro, alle guerre puniche e bizantine, al Sacro Romano Impero, ai mongoli, alle guerre napoleoniche e alle guerre mondiali (I e II) nonché alla guerra fredda e alla guerra del Golfo.

c. il terzo ordine è quello della sovrapposizione. C’è stato un periodo in cui i due ordini (quello divino e terreno) si sono sovrapposti, si sono confusi. E’ questo l’ordine che è derivato dalla Guerra dei 30 anni, dalle Crociate, dai Califfati arabi, dalle guerre arabo-israeliane, dal terrorismo e dalla guerra al terrore.



Conseguentemente anche le strategie si sono adattate a questo sistema e sono andate di pari passo alle diverse concezioni di ordine.

Dapprima vi erano i riti che prevalevano.

Successivamente si è passati all’annientamento e logoramento che erano i principi che sono andati avanti per secoli.

Poi comincia l’epoca del potere marittimo (Mahan) in base al quale si comprende che le guerre si possono vincere dal mare e non solo sul mare.

E’ l’epoca in cui l’Esercito viene usato contro popolazioni e risorse.

Il potere aereo, l’approccio indiretto, la ritorsione massiccia sono concetti che vengono superati nel momento in cui si raggiunge la parità nucleare. Da questo momento bisogna incominciare a capire: non basta più il potere massiccio in base al quale chi deteneva il monopolio nucleare dettava anche le regole!



Tutti questi concetti sono riconducibili ad un solo aspetto: le guerre sono attrito da cui deriva lo sciupio di risorse ed energie.

Da Clausewitz in poi la guerra si fa e si misura in termini di attrito. Vale a dire di maggiori o minori perdite, di maggiore o minore velocità di maggiore o minore energia dissipata. Il paradigma dell’attrito prevede la distruzione delle varie componenti delle forze in modo da rallentare, arrestare, distruggere e neutralizzare.

Durante la Guerra Fredda si sviluppano perciò i sistemi d’arma a d alto potere d’attrito o sistemi d’attrito letale. E si concepiscono organizzazioni grandi, potenti. Pletoriche e ridondanti.

Alla fine degli anni 70 i sovietici intuiscono che la combinazione dell’informazione la capacità di comando e le comunicazioni sono più importanti della potenza delle singole componenti o della loro sommatoria.

La rivoluzione descritta nella Joint vision 2010, propone di misurare gli effetti della guerra con i metodi dell’entropia fisica. Cioè la misura del disordine che si crea in un sistema quando è sottoposto a determinate condizioni. L’idea è allora che lo scopo dell’azione è creare il disordine nell’organizzazione e questo si può ottenere prendendo di mira le forze di coesione che tengono assieme il sistema avversario.

Delle tre componenti dinamiche che compongono il combattimento, lo spazio, il tempo e le forze, quest’ultime sono più facilmente misurabili in termini di attrito.



Con gli anni ‘70 sono i russi che incominciano a parlare di comando e controllo, comunicazioni, informazioni come aspetti fondamentali della nuova guerra.

Ma è John Boyd che teorizza il ciclo operativo e l’entropia, intesa, quest’ultima come il collasso organizzativo delle strutture quando sono sottoposte ad una sollecitazione. Da ciò deriva che la guerra oggi si misura in organizzazione.



Il pensiero strategico non rimane fossilizzato ma viene progressivamente integrato con studi di Kaplan, Cerny, Peters in cui la forma sociale prevale sulla tecnologia.



Kaplan in particolare si rifà al mondo bestiale di Hobbes, Cerny invece si riferisce al “Neo medievalismo” e Peters fa riferimento alle “forze occidentali contro le culture guerriere arcaiche e paramilitari”.



Dal ’99 in poi Kaldor elabora la teoria delle nuove guerre identitarie privatizzate.

Durante la commissione on National Security of 21st Century si incomincia a parlare di mondo fluido e complesso.

Il russo Gareev introduce invece il concetto degli approcci multidimensionali.

Con Huba Wass de Czege e Richard Hart Sinnreich svaniscono le differenze fra convenzionale e non convenzionale, civile e militare, fronte e retro, livello strategico e operativo… “golf bags” of varied military capabilities.



Si incomincia a parlare di operazioni militari in uno schema politico.

Si pongono paletti al Clausewitz lì dove si intende la guerra come la continuazione della politica con altri mezzi. In realtà secondo il Gen. Mini la guerra è il fallimento della politica.



Negli ultimi 10 anni ci siamo impegnati nelle operazioni militari in cui l’avversario era infinitamente meno armato e dotato.

Pertanto oltre al problema di combattere il nemico c’era anche quello legato all’eccesso di potenza, di arroganza che diventava un aspetto fondamentale perché si correva il rischio di non controllare più le conseguenze della propria azione.



Sono due colonnelli cinesi che incominciano a parlare, per primi, di asimmetria (Qiao Liang e Wang Xiangsui).



Tutte queste nuove strategie e concetti hanno sempre avuto bisogno di un sostegno. La storia diventa pertanto uno strumento e il punto di appoggio per la strategia. Essa viene presa per guidare o giustificare la strategia (Hard e Boyd).



Le teorie strumentali.

La Storia strumentale alla Strategia (Hart- Boyd)

La scienza strumentale alla strategia e all’industria

– Nye e Owens : il sistema dei sistemi

– Alvin e Heidi Toffler: le ondate tecnologiche

– Boyd: Entropia e Caos

La cultura strumentale all’ideologia:

– Huntington: lo scontro di civiltà

– Francis Fukuyama: la fine della storia

– B. Lewis et alias: liberazione dell’Islam

La paura strumentale agli interessi

– Terrorismo

– Guerra al Terrore

– Guerra preventiva

Da cui derivano nuovi concetti operativi.



Oggi il Network Centric Waerfare è il concetto per eccellenza delle operazioni dei nostri tempi. Tale concetto incomincia ad affermarsi già nel 1996 con Nye e Owens che elaborano il System of System. Nel 2003 viene pubblicato un libro sul Power to the edge (Alberts e Hayes): Global Information Grid (GIG). Infine si arriva a Netcentric Enterprise Services, Cooperative Engagement Capability, Future Combat System, Netcentric Enterpriese Solutions Interoperability (NESI), Net centric Operation and Warfare Reference Model, Netcentric Check-list, Network Centric Operationas Industry Consortium. Ma cosa sono in realtà tutti questi concetti? Altro non sono che soldi. Il sistema è finalizzato a permettere le comunicazioni con tutti gli altri soggetti presenti sul campo di battaglia, ma alla fine attesa la sua complessità, riusciremo a parlare con tutte le altre forze tranne che con le nostre!



Si parla di guerra della 4^ generazione (William S. Lind) che è quella della guerra lunga, complessa, decentrata, fatta da soggetti inseriti in un network ideologico, violento. Tale guerra comprende il terrorismo, le basi transnazionali, l’attacco alla cultura, il concetto di guerra psicologica, di manipolazione dei media, e l’impiego di ogni risorsa politica, economica sociale e militare.

Questo tipo di guerra è riconosciuta da molti come non come una novità.

La grande novità è che questa è la guerra che si deve affrontare.



Il mondo cambia e la valutazione della guerra è subordinata ad alcuni parametri quali risorse, demografia, economia, ruolo degli Stati nella definizione della minaccia, fallimento degli Stati. Ma quante civiltà ci sono oggi? Dove si combatte?

Si combatte nello spazio, nell’ambiente, in mare, di meno nelle aree rurali ma molto di più negli agglomerati urbani che sono diventati il fulcro delle nuove guerre (questo perché oggi le megalopoli sono aumentate nel numero).

La tecnologia non permette di fronteggiare adeguatamente questi problemi (i concetti/sistemi di joint urban warfare e small unit non sono sufficienti).



Oggi non abbiamo capito che le guerre sono diventate infinite e… sono senza vittorie.

Se per vincere è necessario uccidere persone inermi e deboli allora significa aver perso la caratteristica dell’etica.

La guerra è complessa e pertanto non si può fare il riduzionismo né l’addizionabilità né la proporzionalità.

Oggi siamo in guerra, in una guerra in cui sembra di non vedere opzioni alternative.

Non sappiamo valutare, immaginare, scegliere, risparmiare, non avere scampo.

Se vogliamo veramente vincere dobbiamo fare in modo che sia l’avversario a perdere e non noi a imporre la nostra vittoria.

Il nostro problema (che non abbiamo capito) è che il mondo è fatto di risorse e c’è chi le ha e chi non ne dispone. A questa realtà bisogna fare attenzione: non dobbiamo limitarci a guardare solo la prospettiva militare dei conflitti (che solitamente è l’unica alla quale i militari guardano). Infatti dobbiamo avere un approccio generale e guardare non solo alle aree dei conflitti. Dobbiamo guardare alle minacce nascoste quelle che si insinuano negli interstizi (politica/criminalità, operazioni militari/criminalità, attività legali/attività illegali, interessi pubblici/privati, interessi globali/locali etc.)

Bisogna perseguire il vantaggio competitivo senza sopraffazione.



Rivalutare la NOOSFERA (dal greco noos = mente) in cui le idee, i valori, l’etica prevalgono.

E’ stata invece teorizzata “the might is right” (Rand): in base alla quale la potenza ha ragione.

Noi dobbiamo capovolgere questa concezione e perseguire il concetto “the right is might”, cioè bisogna ritornare all’etica e alla legalità

(Fabio Mini)

martedì 4 gennaio 2011


Carta del Rione Ponte del 1777 in cui sulla estrema sinistra, in basso rispetto all'ansa del tevere si può notare il tracciato rettilineo di Via della Lungara, mentre non è riportato alcunchè riguardo Palazzo Salviati

domenica 2 gennaio 2011

Una iniziativa per tenerci in contatto

Nota per tutti gli Amici

 
Dal mese di marzo 2010 sono in essere delle note e degli appunti su Palazzo Salviati, al fine di metterne in evidenza le sue pecurialità architettoniche, storiche e di centro di alta formazione militare. Su queste base è nata l’dea di predisporre materiali per una eventuale pubblicazione, da realizzarsi nel momento in cui i materiali raccolti sono tali da poter essere in gradi affrontate le stampe, sia come testo che come parte iconografica. L’idea centrale è quella di mettere a disposizione dei Frequentatori dei Corsi che si tengono a Palazzo Salviati un testo in cui possono attingere ogni informazione sul luogo e sulle adiacente in cui studiano e preparano il loro futuro. Inoltre il testo dovrebbe e anche essere di riferimento per eventuali informazioni da dare alle numerose delegazioni in vista oltre a chi sceglie Palazzo Salviati per conferenze, convegni ed altro.

Nelle more di questo processo questo blog sarà utilizzato per focalizzare gli appunti che via via si prendono per questa ricerca, anche nella speranza che qualcuno possa integrarle e arricchirle. Per tutti i componenti della 57sessione IASD, infine, è una occasione per tenere i contatti, in attesa di rinverdirli con le periodiche riunioni conviviali.



mercoledì 29 dicembre 2010

A tutti i lettori di questo blog
I più sinceri auguri
di un sereno e di un prospero
2011

giovedì 9 dicembre 2010

Da Affari Internazionali
Roberto Toscano valuta l’impatto politico delle recenti iniziative di Wikileaks, sottolineandone le ripercussioni negative non solo per la diplomazia americana, ma anche per i meccanismi di governo delle relazioni internazionali. Sono fondate le preoccupazioni dell’amministrazione americana per la cooperazione tra Italia e Russia in campo energetico, che emergono anche dalle “rivelazioni” di Wikileaks? Ne discute Nicolò Sartori alla luce delle scelte strategiche compiute dal nostro paese negli ultimi anni. Alberto Clò illustra i motivi a favore del ritorno della tecnologia nucleare in Italia, ma anche gli ostacoli che vi si frappongono e che hanno già prodotto brucianti delusioni negli ultimi decenni.Al Consiglio europeo di metà dicembre si discuterà della riforma del patto di stabilità e la Germania, nota Silvio Fagiolo, sta sempre più dettando l’agenda dell’integrazione europea, contribuendo a definire una nuova gerarchia all’interno dell’Ue. Il superamento dell’emergenza rifiuti in Campania passa per il rispetto delle regole europee e per lo sblocco dei finanziamenti dell’Ue. Monica Frassoni indica cinque condizioni per risolvere in modo strutturale il problema dello smaltimento dei rifiuti nella regione.Dopo il recente attacco della Corea del Nord alla Corea del Sud, Giovanni Andornino valuta le prospettive del rapporto tra i due paesi, con particolare attenzione al ruolo di Washington e Pechino negli equilibri regionali. Inoltre su AffarInternazionali: la Tuchia è sempre più al centro delle rotte che trasportano il gas dall’Asia all’Europa. Alessandra Russo pone l’accento sulla crescente competizione internazionale per la gestione e realizzazione degli impianti energetici. Libro del mese: Luca Einaudi recensisce l’Architettura del mondo nuovo: governance economica e sistema multipolare, di Paolo Guerrieri e Domenico LombardiAffarInternazionali è anche su Twitter. Iscriviti

lunedì 20 settembre 2010

E' uscito il volume:
L'investimento e la presa di Ancona
La conclusione della campagna di annessione delle marche
20 settembre - 8 ottobre 1860
di
Massmo Coltrinari

278 pagine, ill., 20,00, Edizioni Nuova Cultura
è reperibile presso tutte le Librerie d'Italia,
In Ancona, presso la Libreria Canonici, Corso Garibaldi 112
per ordini diretti: ordini@nuovacultura.it, oppure risorgimento23@libero.it

Il volume riporta la presentazione del Sindaco di Ancona,
Prof. Fiorello Gramillano

domenica 29 agosto 2010

E' uscito il n. 4 della Rivista "Il Secondo Risorgimento"
Per richiederlo, inviare una e mail a:
risorgimento23@libero.it
La rivista è on line su www.secondorisorgimemto.it all'indirizzo entra/rivista/indici

lunedì 19 luglio 2010

AMMAESTRAMENTI DELLA BATTAGLIA DI CANNE

SITUAZIONE GENERALE

Al termine della prima guerra punica (264 – 241 a.C.), i confini della zona controllata da Roma coincidevano all’incirca con quelli dell’Italia attuale, tranne la Sardegna e il Trentino Alto Adige. La guerra appena conclusa si era combattuta in Sicilia, in Africa e nel mar Mediterraneo. I romani si erano impadroniti della Sicilia, avevano conquistato la superiorità navale e avevano imposto dure condizioni di pace ai cartaginesi, tra cui onerosi danni di guerra da pagarsi in argento (3.200 lingotti da 25 chili, detti “talenti”) e lo smantellamento pressoché completo della flotta da guerra.
La crisi economica a Cartagine al termine del conflitto era tanto grave che non potendo pagare il soldo arretrato ai mercenari la città dovette fronteggiare una rivolta armata di questi ultimi. Roma ne approfittò e si impadronì della Sardegna che annetté come provincia, i cartaginesi non avendo al momento la forza di reagire, incassarono mestamente il colpo e dedicarono le proprie energie a sedare la rivolta. Amilcare Barca, il più capace ed esperto Generale cartaginese, dopo aver avuto finalmente ragione dei mercenari, propose alla riottosa oligarchia cartaginese di rinunciare ai propri propositi di espandersi in Africa e di rivolgersi piuttosto alla Spagna, i cui giacimenti d’argento avrebbero consentito di pagare i danni di guerra ai romani senza gravare oltremodo sulla stremata economia punica. Ottenuto il consenso del senato ai propri propositi, costui armò un esercito e nel 237 a.C. si spostò in Spagna a Cadice, una base cartaginese, da cui cominciò la conquista della penisola. Con sé Amilcare aveva portato il figlio Annibale, che all’epoca aveva solo nove anni, secondo Polibio [1] il bimbo giurò al padre sull’altare del Dio Baal eterno odio ai romani, questa era la condizione imposta dal genitore per assentire alla sua partecipazione alla spedizione.
Amilcare, approfittando della divisione dei popoli autoctoni della penisola iberica riuscì ad allargare velocemente la sfera di influenza punica, i romani ne furono allarmati e nel 231 a.C. inviarono una delegazione diplomatica a Cartagine, al fine di chiarire le intenzioni dalla città rivale. I cartaginesi riuscirono a persuadere i capitolini delle loro migliori intenzioni di onorare il debito di guerra con Roma utilizzando le risorse minerarie spagnole e furono liberi di proseguire la loro campagna indisturbati. Nel 229 a.C. Amilcare morì affogato guadando un fiume, essendo Annibale troppo giovane, il comando passò a Asdrubale il Bello, marito della sorella di Annibale, che proseguì l’opera iniziata da suo suocero, finché non finì per attirare l’attenzione dei romani, che nel 226 a.C. inviarono una nuova delegazione a chiarire la situazione. In esito agli incontri diplomatici fu stipulato un accordo tra Roma e Cartagine: Roma avrebbe avuto una zona di influenza in Spagna a Nord del fiume Ebro, i Cartaginesi a Sud. Per i romani questa soluzione garantiva la protezione della città di Marsiglia, alleata di Roma, ma lasciava in zona di influenza punica Sagunto, amica di Roma. Il problema tuttavia non si pose immediatamente, intanto nel 221 a.C. Asdrubale il bello fu ucciso in una sedizione e l’esercito cartaginese nominò suo nuovo comandante il venticinquenne Annibale Barca ormai divenuto un esperto generale.
Nel 220 a.C. alcuni alleati dei cartaginesi iniziarono una contesa con i saguntini, Annibale venne in soccorso delle popolazioni amiche, ponendo l’assedio a Sagunto. I romani di rimando inviarono una ambasceria guidata dal senatore Quinto Fabio Massimo, un accorto stratega, per porre un ultimatum ai cartaginesi, che venne tuttavia reso inutile dal precipitare degli eventi: Annibale marciava già verso i territori romani, reclutando ampie formazioni di fanteria mercenaria celtibera, lusitana, e gallica. Il generale cartaginese aveva intenzione di giocare la partita contro i romani sul loro territorio, devastando l’Italia e minando il sistema di alleanze capitolino. In particolare Annibale partendo nel 218 a.C. da Cartagena evitò il tardivo esercito romano di soccorso per Sagunto (che intanto era caduta), lasciò un contingente di presidio al fratello Asdrubale, valicò le Alpi infestate di tribù montanare ostili e giunse nella Pianura Padana con 6.000 cavalieri e 30.000 fanti.
Il primo scontro con i romani fu al fiume Ticino e si risolse a favore di Annibale. Il console romano Scipione quasi rimase ucciso nei combattimenti se non fosse stato per l’intervento del giovane figlio, (che sarebbe in seguito stato chiamato “l’Africano”). I romani di Scipione si fortificarono a Piacenza e quando giunse l’esercito dell’altro console in carica, Tiberio Sempronio, si risolsero ad affrontare nuovamente i cartaginesi al fiume Trebbia con due eserciti consolari, pari a 8 legioni (4 romane e 4 alleate), ma anche stavolta i cartaginesi prevalsero. A questo punto i romani si ritirarono nuovamente a Piacenza per riorganizzarsi rompendo il contatto con Annibale.
I cartaginesi riuscirono a valicare occultamente gli Appennini a Passo Collina verso Pistoia[2], nella primavera dl 217 a.C. e si diressero verso l’Etruria. I consoli in carica nell’anno erano Caio Flaminio e Gneo Sulpicio. Nel mese di giugno Caio Flaminio, nell’intento di difendere l’Etruria si mosse con il grosso delle truppe di fanteria legionaria dei due eserciti consolari riuniti verso il Trasimeno, a distanza rimaneva Gneo Sulpicio con la cavalleria. Annibale sorprese i romani in marcia di trasferimento e circondatoli tra il lago e le truppe puniche nascoste sulle adiacenti colline ne fece strage, caddero 12.000 romani e lo stesso console Caio Flaminio. L’impressione della sconfitta a Roma fu grande, il Senato si affrettò a nominare l’aristocratico Quinto Fabio Massimo dittatore[3], costui appartenente ad una famiglia di grandi tradizioni militari, era deciso a fiaccare i cartaginesi con una accorta strategia di logoramento, sfruttando la lontananza delle basi cartaginesi dalle truppe di Annibale. Proprio il problema logistico spinse in effetti il generale cartaginese ad evitare di assediare Roma e a rivolgersi al saccheggio della fertile Campania. Quinto Fabio Massimo per proteggere l’urbe fece fortificare la strettoia dell’Appia a Terracina[4] e si mosse in modo occulto con un contingente fino Capua per prendere alle spalle i cartaginesi e bloccarli in Campania tra i monti che circondavano la colonia romana di Cales (Calvi) e il fiume Volturno.
Annibale si rese conto del pericolo e decise di sottrarsi alla morsa con uno stratagemma, fece legare durante la notte alle corna di migliaia dei bufali africani che aveva al seguito delle torce accese e li fece sospingere verso i romani, mentre tutto il suo esercito alleggerito delle salmerie sfilava occultamente dal cerchio che i capitolini stavano per chiudere. Quando i romani al mattino si disposero in ordine di combattimento si trovarono di fronte migliaia di bufali e frustrati dall’inganno provvidero a catturarli e distribuirli come riparazione ai coloni romani che avevano subito il saccheggio dei cartaginesi.


SITUAZIONE PARTICOLARE E PROCEDIMENTI TATTICI

Annibale, sprovvisto a questo punto di adeguate salmerie e tallonato dai romani, decise di muovere verso la Puglia lungo l’Appia in direzione della città di Lucera al fine di raggiungere dei grossi depositi di cereali situati nella prossimità dell’abitato di Canne. L’esercito cartaginese (50.000 uomini circa) era afflitto da discordie tra i mercenari, che non essendo stati pagati minacciavano la rivolta, di fronte a questo rischio di implosione del proprio esercito, Annibale era indeciso se fuggire con la cavalleria in Spagna lasciando la fanteria al proprio destino o liquidare con un colpo di mano tutti i mercenari.
Dal canto proprio il Senato, rincuorato dalla manovra di sganciamento di Annibale, che si andava allontanando da Roma, decise di non rinnovare la dittatura di Quinto Fabio Massimo, che era ritenuto troppo prudente, questi pertanto a marzo del 216 a.C. decadde dalla carica. La nuova strategia del senato fu di radunare i due eserciti consolari reclutati nel 217 con i due eserciti consolari appena reclutati del 216 a.C. mettendo insieme per la prima volta nella storia di Roma 4 eserciti consolari, una armata di 16 legioni (8 romane e 8 alleate) per un totale di 85.000 uomini. I due consoli designati per il 216 a. C. furono l’aristocratico Emilio Paolo e il popolare Terenzio Varrone[5], che riunirono i loro eserciti con quelli dei colleghi Gneo Sulpicio (il console sopravvissuto al Trasimeno) e Marco Minucio ex comandante dell’arma di cavalleria eletto in sostituzione del defunto Caio Flaminio. Emilio Paolo, discepolo di Quinto Fabio Massimo era contrario ad ingaggiare una battaglia campale con i cartaginesi, mentre il collega Varrone desiderava eseguire immediatamente l’ordine del Senato di annientare l’esercito di Annibale in uno scontro decisivo.
Anche Annibale, angosciato dal rischio di una rivolta dei mercenari aveva fretta di arrivare ad uno scontro prima che il proprio esercito multinazionale finisse per sfaldarsi. Seppure se in inferiorità numerica ed eterogenea, l’armata punica aveva sui romani il vantaggio dell’unicità di comando, i generali cartaginesi erano infatti quasi tutti membri della famiglia Barca, Asdrubale e Magone erano fratelli di Annibale, Annone ne era il nipote e Maarbale un fraterno amico e compagno d’armi. Le truppe cartaginesi di fanteria erano composte da opliti pesanti cartaginesi, (le fanterie più solide), ausiliari africani ed iberici (truppe flessibili e veloci), fanteria leggera numida (schermigliatori armati di giavellotti corrispondenti ai veliti romani), frombolieri delle Baleari (lanciatori di sassi molto efficaci e precisi) e un cospicuo numero di mercenari celti di varie origini (per lo più celtiberi, lusitani, galli, liguri e veneti). I mercenari celti avevano una tecnica di combattimento d’urto efficace in episodi brevi e molto intensi, in gruppi molto densi e aggressivi tentavano uno sfondamento della linea nemica[6], che se falliva si tramutava inevitabilmente in una rotta disordinata.
Per questa ragione lo schieramento classico dell’età antica era organizzato su più linee, le meno pesanti e affidabili davanti e quelle più solide e affidabili più indietro, per esempio in quest’ordine: fanteria leggera e frombolieri sulla fronte, poi mercenari e ausiliari nel mezzo , fanteria oplitica e veterani sul fondo dello schieramento. Il ruolo della cavalleria era normalmente quello di proteggere i fianchi della fanteria ingaggiando la controparte avversaria e di inseguire il nemico in rotta. A Canne Annibale disponeva di una formazione di cavalleria pesante iberica e celtica (da sfondamento) molto superiore a quella romana e di numerosi cavalieri leggeri numidi (da accompagnamento e schermaglia), la soluzione classica sarebbe stata di costituire due ali composte sia da aliquote pesanti che leggere. Tuttavia in questa situazione contingente Annibale si trovava a fronteggiare un numero quasi doppio di romani pertanto per coprire tutta la fronte fu portato a cercare soluzioni tattiche alternative e rivoluzionarie che già il padre Amilcare aveva con successo testato contro le falangi di Pirro in Sicilia intorno al 280 a.C., (prima della prima guerra punica, quando Cartagine era ancora amica e alleata di Roma). Annibale si risolse pertanto a schierare il suo esercito in una unica linea con le truppe più flessibili al centro e quelle più solide sui lati e a tentare una inedita manovra di cessione preordinata di terreno al centro del proprio schieramento (a cura dei mercenari). Ciò al fine triplice di avvolgere le legioni romane, incanalarle per scompaginarne l’allineamento e infine ridurre gli spazi necessari alla rotazione dei manipoli (che costituiva l’espediente tattico vincente dei capitolini) per l’effetto provocato dalla pressione convergente dei romani al centro della linea cartaginese nel tentativo di spezzarne la continuità.
La legione romana tipo che prese parte alla battaglia di Canne era del tipo “manipolare” o “polibiana” dal nome dello storico greco che la descrisse, ed era composta da 4 linee ognuna articolata su 10 manipoli per un totale di 4.200 legionari e 300 cavalieri [7].
La prima linea, era costituita dai citati veliti, la fanteria leggera, un manipolo di veliti era composto da 120 uomini armati di scudo tondo e giavellotto, il ruolo dei veliti era quello di nascondere l’articolazione delle linee posteriori, provocare battaglia e fornire auspici sull’andamento futuro del combattimento.
La seconda linea era costituita dagli hastati, i legionari più giovani, che costituivano una linea di fanteria media, il manipolo di hastati era composto da 120 legionari armati di scudo ovale, pettorale di bronzo, elmo, giavellotti e gladio.
La terza linea era costituita dai princeps, legionari di media età, che costituivano una linea di fanteria media, con equipaggiamento simile o poco più pesante di quello degli hastati, il manipolo degli princeps era composto da 120 legionari.
L’ultima linea era composta dai triari, legionari anziani e veterani, che costituivano la linea di fanteria pesante, i manipoli di triari erano composti di soli 60 uomini, e l’equipaggiamento differiva per la foggia dell’elmo di tipo greco, lunghe lance in funzione di contrasto alle cariche di cavalleria e una corazza di maglia.
La manovra della legione manipolare prevedeva una formazione a scacchiera, i veliti trafilavano a comando negli spazi delle diverse linee e si ponevano sul tergo dei triari, i manipoli di hastati si dividevano in due aliquote ognuno e formavano una linea continua di legione, occupando i corridoi attraverso cui erano trafilati i veliti. A questo punto avveniva il contatto con il nemico. I legionari dopo alcuni minuti di combattimento venivano avvicendati dai colleghi nelle file posteriori dello stesso manipolo con una manovra detta “mutatio” al fine di anteporre al nemico sempre soldati freschi. Nelle battaglie antiche fisiologicamente, per la stanchezza, dopo alcune decine di minuti veniva rotto il contatto tra le opposte linee, durante queste pause, a comando, i romani effettuavano la rotazione dei manipoli degli hastati, che si raggruppavano riformando i corridoi e si avvicendavano con i manipoli di princeps retrostanti, replicando in grande la “mutatio” tra le diverse linee della legione.[8]
In taluni casi, soprattutto di fronte al pericolo di cariche di cavalleria particolarmente dense e pesanti la legione dopo il trafilamento dei veliti, poteva semplicemente far avanzare i manipoli dei princeps tra i manipoli degli hastati riproponendo una formazione particolarmente profonda che ricordava la precedente legione “falangitica”, che tuttavia era troppo rigida e che non consentiva il funzionamento del sistema di rotazione che costituiva la forza delle legioni manipolari. La rotazione era un momento delicato per la legione e veniva ordinato dai comandanti tramite le buccine, delle tube bronzee che davano l’incipit alla manovra, che, come detto, non era possibile se non venivano rispettati gli spazi tra i manipoli.
La cavalleria romana di una legione era di solo 300 cavalieri, divisi in due unità di 150 cavalieri ciascuna, il ruolo della cavalleria era di mera protezione dei fianchi della legione e di inseguimento del nemico in rotta.
2 legioni romane e 2 legioni alleate (italiche, dette ali) costituivano un esercito consolare, i consoli contribuivano di tasca loro all’equipaggiamento delle legioni che reclutavano, pertanto esisteva un legame diretto e personale tra il console e le legioni, a Canne come citato c’erano 4 eserciti consolari e i loro comandanti, i consoli, volevano ovviamente una parte della gloria partecipando in prima fila nello scontro decisivo. Per queste ragioni a Canne si giunse al paradosso dello schieramento romano, si scelse di schierare le legioni di fronte non nel modo consueto, 10 manipoli per linea, ma con soli 3 manipoli di fronte, rendendole molto profonde, in modo che ognuna delle 16 legioni avesse le proprie insegne in faccia al nemico[9]. Questa scelta fu fatale, perché l’ordine di rotazione con le tube veniva lanciato contemporaneamente da tutte le legioni provocando un prevedibilissimo caos e gravi problemi di sincronia. Un disallineamento tra legioni avrebbe potuto creare pericolosi varchi o la riduzione dei corridoi di mobilità, come effettivamente avvenne, trasformando la più grande macchina militare mai messa insieme dai romani in una falange informe di 55.000 legionari disorientati e incapaci di contro manovrare. Gli eserciti consolari riuniti schierati in modo classico (8 legioni in primo scaglione e 8 in secondo scaglione), avrebbero coperto una fronte doppia a quella dell’esercito di Annibale disposto in una unica linea. Forse i romani cedettero che questo inedito tipo di formazione avrebbe compensato la mancanza dei addestramento delle legioni appena reclutate, fatto sta che non essendo mai stato provata prima non se ne potevano conoscere gli effetti. Proprio di fronte al genio di Annibale i romani tentarono una improvvida innovazione che si ritorse a loro svantaggio.[10]
Il 2 agosto 216 a.C. era il giorno in cui ricadeva il turno di comando di Varrone, venne da questi dato l’ordine di schieramento per la battaglia e all’alba i legionari cominciarono a lasciare gli accampamenti. I romani si trovarono presto in difficoltà a causa del vento incanalato al mattino nella valle del fiume Ofanto che era loro contrario e per la polvere sollevata da una tale massa di persone in marcia che limitava la visibilità, inoltre la calura di agosto cominciava a farsi sentire aggravando il disagio di dover trasportare una ventina di chili di equipaggiamento. La medesima calura disturbava anche i celti e meno le fanterie africane, più abituate al sole cocente.
Il console Emilio Paolo assunse il comando della cavalleria romana (2.400) sulla destra dello schieramento, trovando posto di fronte alla soverchiante cavalleria pesante cartaginese (6.500) tutta concentrata al comando del Generale Asdrubale, nel mezzo tra l’enorme massa delle legioni e il fiume Ofanto. Alle spalle dei cavalieri romani il fiume formava una pericolosa ansa che in sistema con l’accampamento romano costituiva una vera e propria barriera.
Il console Varrone assunse il comando della cavalleria alleata (3.600), che venne a trovarsi a sinistra delle legioni di fronte alla cavalleria numida (3.500), posta al comando di Annone.
I vice consoli Marco Minucio e Gneo Servilio, con le loro legioni più anziane si misero al centro della formazione romana. Di fronte a loro, oltre la linea dei veliti e quella contrapposta della fanteria leggera numida, al centro, erano i mercenari celti di Annibale in linea convessa, ai loro lati, sia a destra che a sinistra le fanterie iberiche. Il centro cartaginese era sotto il comando diretto di Annibale e di Magone, che dovevano coordinare la manovra di cessione preordinata di terreno da parte dei mercenari senza che questi si volgessero ad una rotta incontrollata. Oltre le fanterie iberiche a destra, come a sinistra, trovavano posto le fanterie pesante oplitiche cartaginesi, i veri perni della manovra. Oltre gli opliti, l’estremità della formazione di fanteria da entrambi i lati era rappresentata da due ali fanteria ausiliaria africana, il cui compito era quello di manovrare per prendere le legioni sui fianchi.

LA BATTAGLIA

1^ fase: All’ordine di avanzare delle legioni, i veliti ingaggiano la fanteria leggera numida, le opposte cavallerie si scontrano. La cavalleria pesante punica travolge la cavalleria romana di Emilio Paolo, che trova rifugio tra le legioni, la cavalleria romana viene inseguita e schiacciata tra la menzionata ansa del fiume Ofanto e l’accampamento romano e annientata. Alla sinistra delle legioni, Varrone con la cavalleria alleata ingaggia lo scontro con l’opposta cavalleria leggera numida. I veliti si disingaggiano e trafilarono tra le linee delle legioni, la medesima manovra è compiuta dalla fanteria numida.
2^fase: Le legioni impattano contro il vertice della formazione convessa dei mercenari respingendola progressivamente e schiacciandola fino a renderla prima una linea retta e poi a renderla concava, così facendo tuttavia le legioni formano un cuneo scomposto che fa saltare gli allineamenti e ridurre la larghezza dei corridoi di mobilità. L’ordine non fu strettamente preservato a causa dell’illusione di essere ormai sul punto di rompere l’ordine nemico e la continuità della sua linea. La cavalleria pesante di Asdrubale, ultimato l’annientamento della cavalleria romana avvolge la formazione delle legioni e carica la cavalleria alleata di Varrone all’estremità opposta del capo di battaglia volgendola in fuga unitamente alla cavalleria leggera numida.
3^ fase : Le legioni centrali sfondano il centro cartaginese, trafilano in parte inseguendo i mercenari. La cavalleria pesante carica alle spalle i veliti sul tergo delle legioni. Le colonne di fanteria ausiliaria africana avanzano manovrano e attaccano i fianchi delle legioni.
4^ fase : Il cerchio intorno alle legioni si richiude e inizia il massacro dei legionari, che pressati gli uni agli altri, accecati dalla polvere, spossati dal sole e disorientati non riescono a riprendere l’iniziativa. I romani riusciti a forzare la linea cartaginese trovano rifugio negli accampamenti, Varrone si ritira e Venosa con i resti della cavalleria. I romani lasciano sul campo il console Emilio Paolo, il vice console Gneo Sulpicio, e 45.000 legionari, in poche parole è possibile affermare che quasi la metà delle truppe capitoline furono annientate in un colpo solo[11]. Per dare dimensione dell’evento si tenga presente che all’epoca l’Italia era abitata da circa 7.000.000 di persone contro i quasi 60.000.000 di oggi e che, per assistere ad un massacro simile in un giorno solo nel vecchio continente, si dovrà attendere l’offensiva della Somme del 1916 sul fronte francese, più di 2.100 anni più tardi.

CONCLUSIONI

Per secoli la battaglia di Canne è stata considerata l’esempio più rappresentativo del primato del genio militare sulla soverchiante forza bruta. Tuttavia Annibale non sfruttò il successo avanzando su Roma, dando così il tempo ai tenaci capitolini di riformare nuovi eserciti consolari, per fattori tangibili e intangibili quali la maggiore vicinanza delle loro aree di reclutamento e la maggiore percezione di urgenza a cui erano sottoposti rispetto ai “cives” cartaginesi per il timore dell’annientamento incombente. La strategia di Quinto Fabio Massimo quindi venne ripresa e la minaccia venne portata dalle legioni di Scipione l’Africano direttamente sul territorio africano, costringendo il senato cartaginese a richiamare Annibale dall’Italia, fino all’ annientamento dei cartaginesi a Zama (202 a.C.).
Comprendere la battaglia di Canne significa, anche ai giorni nostri, comprendere e riconoscere l’importanza dei principi fondanti dell’arte militare, quali l’unicità di comando, l’armonia e il ritmo della manovra, l’economia delle forze, il corretto sfruttamento della dimensione spaziale e temporale, nonché la conoscenza delle caratteristiche del nemico e del terreno di scontro. Per citare il Generale Mini in una sua recente conferenza allo IASD, i romani non si resero conto che un numero eccessivo di soldati in una formazione così compatta avrebbe trasformato formazioni nate per essere snelle e manovriere quali le legioni in una massa confusa e ingovernabile, realizzando un “eccesso di potenza”, tale da farle collassare sotto il loro stesso peso.

Carlo PASQUI

[1] Polibio, “Le Storie”, III libro, capitolo 11.
[2] Andrea Frediani, “Le grandi battaglie di Roma antica”, Newton and Compton, Roma 2002.
[3] La carica durava sei mesi.
[4] Per la fretta i legionari romani costruirono la fortezza nei pressi del tempio di Giove Anxur con sassi non squadrati e malta, fu questo il primo esempio di opus incertus nella storia dell’architettura romana.
[5] Le leggi Sestie del 367 a.C. prevedevano che i consoli fossero uno aristocratico e uno popolare per questioni di bilanciamento di poteri tra patrizi e plebei e che comandassero a giorni alterni. Spesso costoro erano in disaccordo, tendenzialmente i consoli di estrazione popolare erano più aggressivi e meno preparati militarmente. I consoli dell’anno precedente, decaduti dalla carica, fungevano da vice consoli a quelli dell’anno in corso.
[6] Nelle battaglie antiche la rottura del fronte era considerato un evento catastrofico, chi la subiva normalmente era considerato sconfitto e abbandonava il campo.
[7] Adrian Goldsworthy, “Storia completa dell’Esercito Romano”, edizioni logos, Modena 2004.
[8] Edoardo Scala, Storia delle fanterie italiane, volume I, “Le fanterie di Roma”, Ufficio Storico, Roma 1950.
[9] Gregory Daly, “La battaglia di Canne”, Le Guerre, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2008.
[10] Massimo Bocchiola e Marco Sartori, “Canne, descrizione di una battaglia”, Scie Mondatori, Milano 2008.
[11] L’intera armata romana assommava, prima di Canne, a 20 legioni romane e 20 alleate di cui molte incomplete e a bassa prontezza, divise tra la Sicilia, la Spagna e la guarnigione di Roma.

venerdì 26 marzo 2010

Seminario di Studi La Calda estate del 1943
Chiancian 20-21 marzo 2010
Sono state poste le basi per una nuova “scuola” di storici non ideologizzati con i quali sarà possibile riscrivere, ma in alcuni casi scrivere per la prima volta, gli eventi di uno dei periodi più tragici per l’Italia, quello legato alle vicende armistiziali dell’8 Settembre 1943, alle scelte che vennero individualmente o in gruppo fatte dai singoli, militari o civili che fossero, delle conseguenze di tali scelte, spesso imposte dal contingente, che sfociarono in tragedie ancora poco note o addirittura ignorate se si esclude i pochi super informati addetti ai lavori.
L’occasione è stata data da un seminario di studi della durata di due giorni che si è svolto a Chianciano nell’ambito del Consiglio Nazionale dell’Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nei Reparti regolari delle Forze Armate (Ancfargl) che ha sancito la nascita di una nuova sezione specialistica denominata “Studiosi e cultori della materia” alla quale saranno ammessi, dopo un periodo di prova biennale, studiosi avviati o giovani promettenti leve impegnati in dottorati di ricerca su materie attinenti la Guerra di Liberazione. L’iniziativa fa seguito alla creazione da parte dell’organo associativo, la rivista “il Secondo Risorgimento d’Italia” scaricabile dalla pagina web http://www.secondorisorgimento.it/rivista/sommari/quadrosommari.htm, di una collana di volumi, di cui il sesto della serie “Salvare il salvabile” ha costituito il filo conduttore del seminario nonostante esso sia ancora in fase avanzata di pubblicazione, ma ancora in bozze di stampa e non in libreria.
La tesi sostenuta dal volume è fortemente innovativa, se pure non originale in assoluto come ipotesi, comunque sotto il profilo del “quadro indiziario” di fonti documentali ad essa convergenti appare articolata e ben argomentata, come mai in precedenza, nel delineare uno scenario in cui una fazione, se non il vertice politico militare del tempo nel suo complesso, aveva intrapreso le trattative armistiziali con il fine ultimo di adescare, in perfetto accordo con la Germania ancora alleata, gli angloamericani in una trappola, in un inganno strategico volto a sfruttare le informazioni scambiate in sede di trattative per ributtarli in mare e magari riconquistare la Sicilia che Hitler il 19 luglio a Feltre aveva descritto come la futura Stanlingrado della coalizione nemica.
Il piano ipotizzato nel volume di prossima pubblicazione e commercializzazione non avrebbe però funzionato all’atto pratico per il crollo del fronte interno che il regime aveva sottovalutato, nonostante a seguito dell’avvicendamento di Mussolini con Badoglio il 25 luglio avesse dovuto ricorrere al metodo del bastone (forti misure di ordine pubblico) e della carota, proclamando la caduta del fascismo, sia pure con l’instaurazione di un governo militare e non della democrazia pre regime.
Ai giovani studiosi (età media 30 anni) che hanno partecipato al seminario il direttore e coordinatore Massimo Coltrinari aveva solo fornito uno spunto di approfondimento, senza neppure fare loro leggere, per non influenzarli, il relativo capitolo del volume “Salvare il salvabile”. Il risultato delle loro ricerche è stato sorprendente, in particolare per quanto riguarda una delle argomentazioni a sostegno della tesi di “inganno strategico” secondo la quale la cosiddetta “fuga da Roma” fu un semplice trasferimento a Chieti, dove nel requisito Palazzo Mezzanotte si era cominciato a mettere in piedi una sorta di comando supremo prima che gli eventi, sfuggiti di mano, portassero ad un cambio di programma e l’imbarco sulla corvetta “Baionetta” per fare rotta verso Brindisi e formalizzare quella resa, che avrebbe dovuto invece, secondo l’ipotesi del libro, fungere da specchietto per le allodole. Numerosi gli elementi aggiuntivi frutto di una ricerca condotta in loco, rispetto quelli già riportati in “Salvare il salvabile”, nel senso del potere e delle istituzioni del tempo.
Perora non possiamo dire di più, se non che, in particolare le relazioni relative ai reparti italiani impiegati all’Estero e colti dall’armistizio oltremare, hanno disegnato uno scenario che è difficile immaginare.
Nel congedarci, Massimo Coltrinari ci informa che una analoga due giorni di più ampio respiro si terrà a Roma il 9 e 10 aprile prossimi. Non dispera in quei giorni di avere in mano le prime copie definitive del libro.
Giorgio Prinzi

martedì 19 gennaio 2010

LA STRUTTURA E LA MISSIONE
DEI LIAISON AND OBSERVATION TEAM IN BOSNIA-ERZEGOVINA
Alessandro Fabretti

1. Introduzione
Le nostre Forze Armate sono chiamate sempre più spesso ad operare al di fuori dei confini nazionali nell’ambito delle cosiddette Crisis Response Operations per il mantenimento della pace ed in supporto di quei paesi dove è in atto un processo di stabilizzazione dopo un conflitto. Tuttavia la diversità degli attuali scenari e la complessità delle situazioni post-conflict da gestire richiedono la necessità di dotarsi di strumenti adeguati per operare nei vari contesti operativi, cercando di massimizzare i risultati e razionalizzare le risorse.
Ed è per queste ragioni che le operazioni militari condotte in Bosnia-Erzegovina, nel perseguire l’efficacia dello strumento militare, si sono dotate di un tipo di assetto molto particolare, sviluppatosi ed evolutosi proprio nel teatro bosniaco.
In Bosnia-Erzegovina, dall’aprile del 2004, operano delle unità di osservazione e collegamento che prendono il nome di liaison and observation teams, la cui peculiarità è rappresentata dalla struttura e dai compiti che svolgono nel teatro d’operazione. Anche l’ubicazione di questi team è particolare, poiché sono sparsi in varie località del territorio bosniaco, ed operano permanentemente in queste aree soggiornando in abitazioni civili denominate field house. I liaison and observation teams, o LOT per brevità, vivendo a diretto contatto con la popolazione, sono integrati nella comunità locale; il loro obiettivo primario è il collegamento con le autorità presenti nella loro area di responsabilità e l’osservazione di tutto ciò che può essere rilevante ai fini del situational awareness[1], fondamentale per il Comandante in Teatro.

2. Nascita e sviluppo del concetto di LOT house
Le struttura della coalizione militare in Bosnia-Erzegovina è cambiata costantemente nel corso della missione, infatti attraverso periodiche e costanti revisioni si è partiti dai circa 60.000 soldati presenti sul territorio alla fine del 1996, per arrivare ai 7.000 del dicembre 2004 quando è avvenuto il passaggio di responsabilità tra la NATO e l’Unione Europea ed il contingente ha assunto la denominazione di EUFOR (European Force)[2]. Dall’inizio di quest’anno è in atto un’ulteriore trasformazione per ridurre la presenza militare nel paese a 2500 uomini, ciò a testimonianza dei progressi registrati nel processo di stabilizzazione che oramai si avvia ad una positiva e definitiva conclusione.
Nell’evoluzione delle operazioni in Bosnia Erzegovina e nell’adeguamento dello strumento militare è sempre emersa la volontà di accrescere l’interazione tra le forze della coalizione e la comunità locale.
Il primo esempio di questa volontà lo ritroviamo già nel primo periodo delle missioni IFOR/SFOR[3], quando vennero create delle strutture per il collegamento con gli staff delle Forze Armate locali, che furono importanti anche per stabilire una presenza militare permanente in zone problematiche del paese. Furono dismesse appena la situazione politica migliorò. Un altro esempio è costituito dalle JCO houses[4], che hanno rappresentato una delle missioni primarie del CJSOTF (Combined Joint Special Operation Task Force) di SFOR. Erano ubicate in varie località della Bosnia-Erzegovina ed il loro compito primario era svolgere attività d’intelligence.
Nel 2002, con la costituzione di una platoon house francese a Gacko a cui seguì la troop house britannica di Gradiska, si creano le basi per lo sviluppo del concetto di LOT house. Questi assetti erano costituiti da unità combat a livello plotone che stazionavano in abitazioni distanti dal resto dei contingenti e svolgevano principalmente attività di presenza e sorveglianza. La force protection era limitata, poiché la minaccia era valutata bassa, e si cominciano ad intravedere diverse funzioni che poi caratterizzeranno il concetto delle LOT house.
Con la riduzione delle forze sul terreno i comandanti in teatro hanno dovuto organizzarsi per svolgere gli stessi compiti con meno uomini, senza rinunciare a quell’attività di presenza e sorveglianza che è fondamentale per il successo della missione. E’ per questo motivo che nell’autunno del 2003 il Comando di SFOR, visti anche i precedenti incoraggianti, inizia a pianificare l’impiego su tutto il territorio della Bosnia-Erzegovina di piccoli team di osservazione e collegamento. Lo scopo era mantenere una costante presenza sul territorio e nel contempo aumentare l’interazione tra i militari e la comunità locale. L’elemento che caratterizza questi liaison and observation teams, ma che abbiamo visto non rappresenta una novità, è costituito dalla loro ubicazione, poiché l’indicazione fornita dal Comando di SFOR era di collocare i LOT in strutture/abitazioni civili (field houses), in varie località del territorio bosniaco, allo scopo di facilitare i rapporti con la popolazione e con le autorità locali.
Successivamente nei primi mesi del 2004, le 3 task forces (North, North-West, South-East) che operavano in Bosnia-Erzegovina sviluppano le procedure tecnico-tattiche per l’implementazione di questo concetto ed attraverso dei SOPs (Standing Operating Procedures) danno il via all’impiego operativo dei team sul terreno. E’ importante sottolineare che in mancanza di precedenti di questo tipo e di una dottrina d’impiego in ambito NATO, il Comandante di SFOR conferì alle task forces una certa autonomia e flessibilità nell’elaborazione delle procedure d’impiego e della struttura di comando e controllo.

3. La struttura e la missione dei liaison and observation team
Il numero dei componenti dei team dislocati nelle field houses e la struttura di comando e controllo variano in base alla nazione che fornisce il personale, tuttavia al fine di garantire un certo standard operativo e procedurale, sono state sviluppate delle linee guida che devono essere rispettate da tutte le nazioni contributrici.
Tenendo in considerazione la capacità operativa minima richiesta per i compiti da svolgere e le misure di force protection, ogni LOT deve essere costituito da un numero di membri compreso tra 8 e 12, e di norma ogni team è comandato da un Ufficiale inferiore. Il non rispetto di questo vincolo pregiudica l’assolvimento della missione ed al tempo stesso può compromettere un’efficace capacità di reazione del team in situazioni di emergenza a seguito di un attacco o di un qualsiasi altro atto ostile.
Attualmente sono presenti 45 LOT forniti da 16 nazioni diverse, e sono distribuiti uniformemente su tutto il territorio della Bosnia Erzegovina. Tra l’altro oltre a molti paesi Europei, sono nazioni contributrici anche il Cile, il Canada e la Nuova Zelanda. Il contingente italiano fornisce 4 team ubicati a Sarajevo ed in 3 località della Repubblica Srpska : Sokolac, Pale, già roccaforte dei capi serbi durante il conflitto, e Visegrad, con il suo famoso ponte sul fiume Drina.
Il supporto logistico è responsabilità nazionale, per cui ciascuna Troop Contributing Nation attraverso il proprio National Support Element (NSE)[5], deve provvedere alla fornitura di tutto ciò che riguarda equipaggiamenti, trasporti e vettovagliamento e deve provvedere altresì a stipulare contratti “in loco” per la fornitura di determinati servizi e per l’affitto delle strutture/abitazioni adibite a field house.
La missione assegnata ai LOT consiste nel contribuire al situational awareness, ovvero fornire tutte quelle informazioni riguardo la situazione politica, economica, sociale, ambientale e di sicurezza, in altre parole “feel the pulse”[6] della Bosnia-Erzegovina. Tutto ciò attraverso una costante ed intensa attività d’incontri e di osservazione per rilevare l’eventuale “assenza di normalità o la presenza di anormalità”. Oltre a questa attività di carattere quotidiano che rappresenta il compito primario dei teams, ai LOT si chiede anche di contribuire alle fase di pianificazione e di condotta delle varie operazioni che vengono effettuate nelle loro aree di responsabilità. In alcuni casi, il coinvolgimento della popolazione e delle autorità civili è determinante per il successo dell’operazione; ciò trova ampiamente riscontro in quelle attività intraprese per ritirare le armi possedute illegalmente da cittadini bosniaci. In queste harvest operations[7], così sono denominate, l’apporto dei LOT si è rivelato estremamente utile per il coinvolgimento della comunità locale attraverso un’efficace attività informativa e di promozione.
Per adempiere alla loro missione i LOT svolgono le seguenti attività :
- collegamento pro-attivo con le autorità locali presenti nella propria area di competenza, in particolare con i sindaci;
- collegamento con le varie agenzie presenti sul territorio, le organizzazioni internazionali, le organizzazioni governative e non;
- osservazione di eventi, manifestazioni, opinioni, incontri e discorsi ufficiali.
Dal momento che i team operano isolati dal resto del contingente e vivono in strutture spesso distanti dalle varie basi/compound, il supporto logistico riveste una particolare importanza. La responsabilità è nazionale, per cui ciascuna Troop Contributing Nation attraverso il proprio National Support Element (NSE)[8], deve provvedere alla fornitura di tutto ciò che riguarda equipaggiamenti, trasporti e vettovagliamento e deve provvedere altresì a stipulare contratti “in loco” per la fornitura di determinati servizi e per l’affitto delle strutture/abitazioni adibite a field house.
E’ opportuno evidenziare che i LOT non sono degli assetti intelligence, anche se il loro compito principale è costituito dalla raccolta di informazioni da sorgenti aperte, al fine di poter valutare eventuali minacce, locali e regionali, alla sicurezza ed alla stabilità. Essi rivolgono particolare attenzione al monitoraggio della situazione degli sfollati, delle istituzioni pubbliche, del ruolo della legge (rule of law), degli sviluppi dell’economia locale e delle infrastrutture. Tutti questi aspetti costituiscono gli indicatori principali per la comprensione dei progressi del processo di stabilizzazione, ed in particolare, laddove vi siano stati dei conflitti di natura etnica, costituiscono degli elementi molto importanti per capire come procede la fase d’integrazione e rilevare se vi siano delle situazioni discriminatorie nei confronti di qualche minoranza.
Come si può dedurre i LOT dalla loro intensa attività quotidiana di osservazione e collegamento riescono ad acquisire una grande quantità di informazioni. Per ogni meeting pianificato, incontro occasionale o evento rilevato vengono prodotti dei report che giornalmente l’analysis cell del LOU HQ[9] assembla in un unico documento denominato daily summary. Questo documento viene successivamente inoltrato a tutte le cellule del comando, ed è particolarmente utile per la branca informazioni, in quanto mettendo a sistema i contenuti di tutti i report prodotti dai LOT e le informazioni provenienti da altre fonti, si riesce ad elaborare un quadro informativo completo.
In quasi tutte le località dove sono presenti, i LOT partecipano ai consigli comunali come osservatori, nella maggior parte dei casi benvoluti, ma l’aspetto più importante è rappresentato dal fatto che da questi contesti, dove possono emergere eventuali politiche locali discriminatorie, è possibile avere l’idea di come procede l’integrazione tra le varie etnie. I LOT fotografando la situazione sociale, economica e politica svolgono per certi versi una vera e propria ricerca sociologica sul campo, utile a capire dove indirizzare gli sforzi e gli interventi.
Come abbiamo detto in Bosnia Erzegovina è in atto una radicale trasformazione della struttura di EUFOR (European Force), che ridurrà le unità di manovra presenti, ma lascerà inalterata la struttura ed il numero dei liaison and observation teams, poiché è ritenuto fondamentale il loro apporto in quest’ultima fase del processo di normalizzazione. In conclusione possiamo considerare l’impiego dei LOT come una success story, una dimostrazione ulteriore della flessibilità dello strumento militare che ha dato ottimi riscontri e che può essere esportato in altri contesti con caratteristiche analoghe a quelle della Bosnia Erzegovina. In altre parole l’impiego dei liaison and observation teams è senz’altro adatto in un contesto post conflict a bassa intensità, poiché si inserisce bene nel complesso processo di nation building e rivelarsi una carta vincente.


[1] Il Situational Awareness consiste nella conoscenza e nella consapevolezza da parte del Comandante di tutto quello che può essere rilevante ai fini dell’assolvimento della missione;
[2] EUFOR svolge la missione “ALTHEA” in linea con i principi che sono indicati nella PESD ed ha sostituito SFOR (STABILIZATION FORCE) nel dicembre del 2004. La missione rappresenta una delle espressioni concrete della politica europea di sicurezza e di difesa ed attualmente costituisce la principale operazione militare condotta dall’Unione Europea.
[3] IFOR (IMPLEMENTATION FORCE) – SFOR (STABILIZATION FORCE).
[4] JCO (Joint Commission Observer) costituiti da forze speciali, tra i loro compiti vi era anche quello di stabilire dei contatti con i leaders delle fazioni in lotta.
[5] Nella missione EUFOR la logistica è responsabilità nazionale, ancorché l’attuale concetto logistico della NATO indichi una responsabilità collettiva delle nazioni, in Bosnia il supporto logistico viene fornito ai vari LOT dalle rispettive nazioni;
[6] Haris Daul, Liaison and Observation Teams (LOT) – Future of EUFOR, EUFOR Forum, 13 febbraio 2006;
[7] Queste operazioni consistono in una raccolta di armi, munizioni ed esplosivi che vengono consegnati spontaneamente dalla popolazione. Vengono condotte ciclicamente in diverse località della Bosnia-Erzegovina con la finalità di incrementare la sicurezza nel paese.
[8] Nella missione EUFOR la logistica è responsabilità nazionale, ancorché l’attuale concetto logistico della NATO indichi una responsabilità collettiva delle nazioni, in Bosnia il supporto logistico viene fornito ai vari LOT dalle rispettive nazioni;
[9] Liaison and Observation Unit è un’unità a livello battaglione che inquadra i vari LOT indirizzando e coordinando tutte le loro attività.

domenica 17 gennaio 2010

Massimo Coltrinari

The National Security Strategy of United States of America.
Con questa nota si vuole illustrare i punti salienti della National Security Strategy firmata dal Presidente Bush il 16 marzo 2006 e che rappresenta le linee guida della politica degli Stati Uniti per i mesi correnti e futuri.

Che cosa è la National Security Strategy. (NSS)
La National Security Strategy of the USA è un documento destinato a orientare l’impostazione politico-militare delle principali agenzie e dipartimenti del sistema federale degli Stati Uniti d’America.
La caratteristica di base di questo documento è quella di non avere valore legale, forza di legge e non essere considerata come di alcunché di vincolante.
La sua origine è fatta risalire al Golwater-Nichols Act, che, tra le altre indicazioni, richiede che la National Security Stragegy sia revisionata annualmente, per poi essere presentata e discussa al Congresso degli Stati Uniti. Questa disposizione non è stata rispettata negli anni addietro, così come la dimensione non ha carattere di regolarità. Ad esempio la National Security Strategy del 2000, firmata da Bill Clinton era composta da 67 pagine; quella del presidente Bush del 2002, di sole 31 pagine
Ma al di là di queste indicazioni formali, il Golwater-Nichols Act stabilisce che la National Security Strategy Act deve essere “una onnicomprensiva descrizione, rielaborazione e continuo aggiornamento degli interessi strategici degli Stati Uniti.”
Nel corso degli anni, però, le varie National Security Strategy che si sono susseguite non sono altro che una semplice riproposizione retorica delle principali linee politiche ufficiali.
Eccezione a questa tendenza è la National Security Strategy del 1992 di Bill Clinton che ha aperto la strada alla dottrina del “Enlargement and Engagement” (Allargamento e Coinvolgimento) che ha contraddistinto la politica estera degli Stati Uniti degli anni Novanta.
Altra eccezione è la National Security Strategy del Presidente Busch del 2002, nella quale gli Stati Uniti rivendicano l’opportunità di ricorrere preventivamente allo strumento militare contro qualsiasi Stato ed organizzazione terroristica in grado di minacciare gli Stati Uniti; e, nelle stesso tempo, impedire a qualsiasi potenza d’insidiare il primato militare statunitense e, infine, di estendere e difendere la libertà e la democrazia ovunque nel mondo, ma in particolare nel mondo islamico.

L’attuale National Security Strategy del 2006 amplia e ulteriormente rafforza la visione strategica già presentata nel 2002, dimostrando che l’abbandono dei due grandi strumenti strategici tipici della guerra fredda, Deterrente e Containment, peraltro l’uno e l’altro già messi in discussione dalla Presidenza Clinton, sono a favore di una Preemption (Preventivo) e Prevention (Prevenzione) nella quale gli Stati Uniti, intervengono attaccando molto prima che si materializzi una concreta minaccia. Questo concetto deve essere inteso non come un prodotto momentaneo frutto dell’onda emotiva causata dalle stragi dell’undici settembre 2001, ma come una costante della politica estera statunitense.

La Struttura
Preceduta da una lettera di due facciate, a firma del presidente Bush, indirizzata a tutti i cittadini statunitensi, che inizia con la lapidaria frase “L’America è in guerra”, la National Security Strategy del 2006 consta di 49 pagine, ed è articolata in dieci paragrafi. Ogni paragrafo è suddiviso in tre parti: la prima è una sintesi della versione 2002 della NSS; la seconda la elencazione dei successi e degli obbiettivi conseguiti dal 2002 ad oggi; la terza, ove si indicano le vie da seguire nell’immediato futuro.
La immediata lettura della versione 2006 presenta due elementi chiave da evidenziare: si passa dall’isolazionismo ad una visione di leaderschip Usa nel mondo e dal protezionismo al libero commercio mondiale. Questi concetti sono da substrato ai paragrafi successivi di alcuni dei quali vediamo più da vicino i contenuti

Il Primo paragrafo (Overview of Amercia’s National Security Strategy), esordisce sottolineando che tutta la politica degli Stati Uniti è stata sempre volta a por termine alle tirannidi. Nel secolo appena trascorso sono stati combattuti e vinti il nazismo ed il comunismo. Ora è il tempo di nuove sfide ed il modo di affrontarle è contenuto in questa ultima edizione della National Security Strategy
Il Secondo paragrafo (Champion Aspiration for Human Dignity) è diviso in tre punti:
Summary of National Security Strategy 2002; Successes and Challenges since 2002 e il terzo The Way Ahead, che si articola in tre sottoparagrafi: 1) Explaining the Goal: Ending Tyranny; 2) Explaining the Goal: Promoting Effetive Democracies; 3)How We Will Advance Freedom: Principled in Goals and Pragmatic in Means.
Nella NSS del 2002 si sottolineava che gli Usa devono difendere la libertà e la democrazia in quanto queste sono un diritto inalienabile di tutti i popoli e non sono negoziabili con nulla. Il Governo degli Stati Uniti si adopera affinché la dignità dell’Uomo sia sempre ed ovunque rispettata.
Su questa base, vengono elencati i successi che si sono avuti dal 2002 ad oggi, con cenni alle conquiste in questo conteso in aree significative, come l’Afganistan e l’Iraq, ma anche in alcuni paesi del Medio Oriente (Libano, Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Kuwait e Marocco), in paesi dell’Europa Orientale in virtù delle varie rivoluzioni “colorate” (Georgia, Ucraina, Kyrgyzstan) e in paesi Dell’Africa e dell’America Latina.
Ma questi successi devono continuare. Le nazioni che godono della liberta e della democrazia devono assistere coloro che si vogliono svincolare e sottrarre alla tirannide.
La via per raggiungere questo è quella di porre fine ad ogni tirannide, e, nel contempo, promuovere una effettiva democrazia, che non deve essere disgiunta da una effettiva libertà. Ma tutto questo, si sottolinea, non è sufficente. E questo lo si evince dalla possibilità di avere libere elezioni, con tutto quello che ciò significa. Di pari passo la libertà delle leggi deve avere sostegno da un sistema giudiziario indipendente e lontano da ogni centro di potere che possa influenzarlo, assistito da un competente, onesto ed indipendente apparto di polizia. Questi principi hanno avuto un riscontro sul terreno dalle elezioni in Palestina con la vittoria di Hamas.
Infine vengono date le tracce su come far avanzare la libertà e il rispetto dell’uomo. La Libertà non può essere imposta, essa deve essere scelta. Gli Stati Uniti sono impegnati affinché questa scelta avvenga liberamente ed ogni sforzo viene messo in atto affinché si possa concretizzare. Vengono elencati oltre tredici punti in cui l’azione statunitense si deve esplicare in questo senso.
In particolare deve essere fatto ogni sforzo nel settore della libertà religiosa, nei diritti delle donne, nel campo del traffico degli essere umani.
Ognuno ha il diritto di pensare e professare la religione secondo i dettati della propria coscienza; i diritti delle donne devono essere protetti e ogni forma di schiavitù e di traffico di esseri umani va stroncata.
Il paragrafo si conclude con l’affermazione che questi aspetti devono essere posti a carico di ogni nazione libera, perché tutte le nazioni libere hanno interesse affinché la libertà si affermi sempre più.

Il Terzo paragrafo, tratta della guerra al terrorismo. La “vision” del 2002, predisposta praticamente all’indomani dell’attacco alle “twin towers”, è caratterizzata da un’impostazione messianica, lapidaria, ove la motivazione è da ricercarsi nelle espressioni del Presidente. In tale ambito, viene evidenziato che gli USA sono in guerra e non vi è alcuna distinzione fra i terroristi e chi li supporta: la priorità assoluta da perseguire è la distruzione delle organizzazioni terroristiche. L’Afghanistan va considerato come il primo passo della guerra intrapresa ed occorre focalizzare l’attenzione su organizzazioni o Stati sponsor del terrorismo e che possano o vogliano acquisire il possesso di armi di distruzioni di massa. Nei riguardi di tali attori e coerentemente con l’assenza di distinzioni tra terroristi e chi li supporta, gli USA si riservano il diritto di esercitare la propria autodifesa, anche in maniera unilaterale e preventiva. Peraltro, viene anche menzionata la possibilità di ricorrere al “soft power” per conseguire obiettivi quali la classificazione del terrorismo fra i crimini contro l’umanità, il sostegno ai Paesi Musulmani moderati – allo scopo di prevenire derive verso posizioni oltranziste – ed il rilancio della “pubblic diplomacy” per migliorare l’immagine degli USA nel mondo, la cui politica estera viene spesso letta in chiave negativa. In ultimo, la vision del 2002, pur rimarcando la supremazia dell’offensiva riguardo alla difesa nei confronti del terrorismo, evidenzia la necessità di rafforzare la “homeland security”.

L’impostazione della NSS del 2006 è significativamente meno messianica e più discorsiva. Viene comunque evidenziato che la guerra sarà lunga e potrà essere vinta con il supporto ed il concerto degli Alleati, per negare al terrorismo ciò di cui ha bisogno per sopravvivere: rifugi, flussi finanziari ed il supporto di determinati Stati fiancheggiatori. Tra i successi conseguiti, vengono indicati la significativa degradazione delle capacità operative di Al Qaeda, la convergenza a livello mondiale della generale avversione verso il terrorismo, inteso come deliberata uccisione di innocenti e la cooperazione ottenuta con molti Paesi per quanto concerne il contrasto al terrorismo, dei relativi flussi finanziari ed attività di cooperazione diplomatica e militare. Viene in particolare apprezzato il supporto di Paesi come il Pakistan e l’Arabia Saudita, un tempo considerati parte del problema. Per quanto concerne la “homeland security”, viene presentato quale successo l’adozione del Patriot Act.
Tuttavia, permangono sfide da contrastare: il terrorismo, pur senza una guida centralizzata continua a colpire (Spagna, Gran Bretagna, Cecenia, Giordania, Pakistan, Egitto ecc), l’Iraq è divenuto una motivazione per il reclutamento dei terroristi e Paesi come la Siria e l’Iran supportano il terrorismo.

Per quanto riguarda la strategia da perseguire, viene evidenziato che per vincere la guerra al terrorismo occorre vincere sia la guerra delle armi che quella delle idee (non una guerra di religione). In particolare il terrorismo potrà essere vinto solo con la progressiva affermazione della democrazia, dell’affermazione delle libertà fondamentali ed il conseguimento di un certo benessere tipico dell’economia di mercato in contrasto con un’ideologia di sopraffazione e morte tipica del terrorismo.Peraltro nell’immediato continuerà ad essere necessario il ricorso all’”hard power” per la neutralizzazione dei terroristi (ossia la loro uccisione o la loro cattura), prevenire l’acquisizione da parte loro di armi di distruzione di massa, eliminare il supporto al terrorismo da parte degli Stati canaglia e negare al terrorismo la possibilità di acquisire il controllo di Stati o parte di essi.Comunque, per vincere la guerra al terrorismo occorre vincere le battaglia in atto, ossia consolidare l’Afganistan come stato democratico e sostenere l’Iraq sino alla realizzazione di strutture istituzionali stabili e forze di sicurezza efficienti, nonché dell’economia di mercato capace di sostenere le istituzioni e migliorare la qualità della vita dei cittadini.

Il Quarto paragrafo, riguarda la gestione delle crisi regionali. Nella visione strategica del 2002, la gestione delle crisi regionali veniva vista soprattutto quale potenziale pericolo di coinvolgimento degli interessi degli USA, ciò sia quale conseguenza del loro possibile allargamento verso paesi limitrofi che quale potenziale opportunità per il terrorismo internazionale di inserirsi per acquisire il controllo di stati o di rifugi da cui operare. Peraltro, la possibilità di soluzione delle crisi viene ricondotta principalmente alla volontà di uscirne da parte di coloro che vi sono coinvolti anche se, talvolta, è possibile realizzare delle condizioni per una loro efficace gestione sia da pare degli stati confinanti che di organizzazioni regionali.

Tra le crisi in atto, eredità dei decenni precedenti, vengono tra l’altro individuate quelle del Darfur, la contrapposizione Etiopia- Eritrea, l’Uganda, il narcotraffico in Colombia, il Venezuela, Cuba ecc. Le prospettive del 2006 confermano la necessità di gestione delle crisi sia per il contrasto al terrorismo introducendo tra le motivazioni anche la prevenzione di disastri a carattere umanitario. Ciò da realizzarsi attraverso tre tipologie d’intervento:
. la prevenzione dei conflitti, conseguibile principalmente attraverso la realizzazione di organizzazioni regionali efficienti e la promozione della democrazia;
. le capacità d’intervento nei conflitti, con necessità di miglioramento delle capacità militari di organizzazioni quali la NATO ma anche delle Forze sotto mandato ONU in genere;
. efficaci misure post conflitto quali la stabilizzazione e la ricostruzione.
In ultimo viene evidenziato che, in ogni caso, non può essere tollerato il genocidio, inteso come deliberata intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo etnico o religioso di una nazione. In tal caso occorrerà l’intervento mirato a colpire i diretti responsabili piuttosto che la popolazione da essi governata, non escludendo tuttavia l’intervento armato, preferibilmente condotto da apposita coalizione operante sotto opportuno mandato internazionale.
In nessun caso un dibattito di natura dottrinale su cosa si intenda in termini giuridici per genocidio può scusare l’inazione ed occorre agire in tali frangenti anche se i contendenti non sono ancora disposti alla cessazione delle ostilità.

Il Quinto paragrafo, è dedicato alle armi di distruzione di massa. Nella NNS del 2002 si evidenziava che i pericoli che devono affrontare nel nuovo millennio gli USA sono oggi totalmente diversi, da quelli della guerra fredda, ed in particolare quelli derivanti dalla reale possibilità di subire attacchi terroristici con uso di armi di distruzione di massa.
Pur se l'attività diplomatica deve essere la via preferenziale per la risoluzione delle controversie, il governo americano afferma che la difesa dei propri cittadini e degli interessi statunitensi debba essere perseguita con ogni mezzo, anche militare, e prima che l'attacco del nemico possa essere sferrato (preemptive attack).
Negli ultimi quattro anni sono stati ottenuti brillanti risultati nell'applicazione degli accordi internazionali di non proliferazione anche se, nel caso del Iraq e dell'Afghanistan, è stato indispensabile ricorrere alla forza.

Nel futuro gli USA si impegnano nell'impedire l'accesso alle armi di distruzione di massa da parte di terroristi e di stati canaglia.
Ciò può essere fatto imponendo uno stretto controllo sul materiale fissile e sulla tecnologia nucleare, affrontando con decisione la questione iraniana (sia per lo sviluppo del nucleare a fini militari, sia per il supporto che quel paese dà alla causa terrorista) e verificando la puntuale esecuzione degli accordi del Six-Party Talks di settembre 2005 da parte della Corea del Nord.
Viene molto enfatizzata la necessità di mettere al sicuro il materiale fissile spesso conservato in modo poco sicuro nei depositi dell'ex unione sovietica, attraverso varie iniziative tra le quali spicca la GTRI (Global Threat Reduction Initiative).
Attenzione è data anche al possibile uso di armi biologiche o chimiche, la cui realizzazione è per certi versi più semplice e richiede minime infrastrutture.
Anche qui gli USA privilegiano la via diplomatica, ma nel contempo hanno avviato una serie di attività per neutralizzare o ridurre gli effetti di un’eventuale azione terroristica.
Nella nuova National Security Strategy in più parti è enfatizzata la necessità di agire, di non attendere che gli avvenimenti possano seriamente danneggiare il popolo americano e i suoi interessi. Si dà così vita ad una nuova triade composta da sistemi d'attacco (nucleari e convenzionali), difese attive passive, e infrastrutture sociali reattive.
Preemption è la parola chiave per evitare di essere vittime di un possibile attacco terroristico.

Il Sesto paragrafo, è dedicato al libero commercio. La libertà di un popolo è legata a filo doppio con maggior benessere economico. La libertà economica rende più forti di individui, i quali chiedono con maggior forza la libertà politica. Su questo semplice assioma è basata tutta la politica economica americana.
Per incrementare la libertà economica e la prosperità, gli USA promuovono il libero mercato, un sistema economico stabile, l'integrazione dell'economia globale e uno sviluppo energetico sicuro e pulito.
Negli ultimi quattro anni di Stati Uniti hanno lavorato a livello internazionale per eliminare i sussidi statali in agricoltura e per ridurre i programmi di supporto che creano distorsioni che riducono di fatto le capacità di crescita dei singoli paesi. Queste attività sono state svolte lanciando le negoziazioni nel corso della Doha Development Agenda del WTO. Nel 2003 le negoziazioni furono ravvivate dall'intervento USA e felicemente conclusa nel 2004 con gli accordi di Ginevra. Parallelamente sono stati sottoscritti 14 Free Trade Agreement (FTA) con altrettanti paesi (più 11 in corso di finalizzazione) per aprire i mercati, per supportare le riforme economiche e per creare nuove opportunità ai lavoratori e ai contadini americani.
Anche con le maggiori potenze industriali del mondo sono stati avviati incontri e negoziazioni per promuovere riforme strutturali ed incoraggiare la crescita, la stabilità e le opportunità in tutti gli altri paesi. Per quanto attiene ai miglioramenti nella sicurezza energetica e nella tutela ambientale, l'amministrazione ha lavorato con le istituzioni e con gli industriali per espandere i tipi e le sorgenti di energia, per aprire i mercati rafforzando le regole e le leggi, e sollecitando investimenti privati che possano portare a sviluppare nuove forme di energia per soddisfare la sempre crescente esigenza mondiale.

Nel futuro gli USA continueranno con gli obiettivi fissati nel 2002 e cioè il perseguimento di una libertà economica globale. Ad ogni nazione verrà chiesto in ambito WTO e tramite FTA bilaterali o regionali, di abolire le barriere doganali ed il dannoso meccanismo delle sovvenzioni statali di sostegno. Nell'ambito energetico sarà interattivo diversificare i tipi delle fonti di combustibili riducendo la dipendenza dall'estero oggi del 50%.
Sarà anche necessario riformare sistema finanziario internazionale per assicurare la necessaria stabilità e la crescita economica auspicata. Sessant'anni fa gli USA diedero vita allla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale che, anche se ancora vitali, devono però essere adattati alle nuove realtà. E necessario operare per creare un sistema finanziario internazionale più trasparente, sicuro e che possa essere oggetto di efficaci verifiche. In questo modo sarà possibile controbattere gli abusi e gli illeciti di criminali, terroristi, politici corrotti e trovare soluzione al riciclaggio di denaro sporco.

Non vi è lo spazio per descrivere nei dettagli il settimo, l’ottavo e il nono paragrafo, e si rimanda al documento ufficiale, disponibile sul sito della Casa Bianca, ma merita un po’ di attenzione il decimo Paragrafo (Engagé the Opportunities and Confront the Challenger of Globalization). Il concetto, concernente le opportunità che si possono cogliere con le sfide della globalizzazione, era stato indirettamente indicato nella NSS 2002.
L’espandersi del commercio mondiale, degli investimenti, della informazione e della tecnologia hanno visto gli Stati Uniti in una posizione di primo piano che ha favorito lo sviluppo e quindi un aumento significativo della qualità della vita sia del popolo americano che di quello del mondo intero. Molte altre nazioni hanno abbracciato questo principio e ne hanno avuto dei vantaggi.
Globalizzazione significa anche ulteriore circolazione di idee e di ideali, in altre parole un ulteriore livello acquisito di libertà. Tutto questo deve essere trasformato in sicurezza nazionale. La globalizzazione espone gli Stati Uniti a nuove sfide e li costringe a rivedere i modi ed i termini con cui affrontavano le vecchie sfide, ovvero viene messa in discussione la capacità statunitense di fare fronte alle nuove sfide.
Vengono riportati tre esempi:
. La Salute pubblica minacciata dalle pandemie (AIDS, Aviaria), che non conoscono confini.
. Il commercio illecito di droga, di organi di esseri umani, del sesso, che corrompe con il suo sviluppo il tradizionale senso di sicurezza e del rispetto della legge
. I disastri ambientali, come i tifoni devastanti, i terremoti, i tsunami.

Vengono quindi indicati sistemi e modi per affrontare queste sfide che la globalizzazione impone e che non possono essere non prese in esame in quanto incidono sulla sicurezza nazionale, anche se in modo non tradizionale.

XI La Conclusione
La conclusione è lapidaria. Le sfide che l’America ha di fronte sono grandi, ma l’America ha un enorme potere per influenzare le scelte per affrontare queste sfide.
I tempi richiedono una strategia circa la sicurezza nazionale di alto profilo.
La strategia, peraltro, è idealistica nei suoi obbiettivi, ma realistica nei mezzi per raggiungerli.

Nel paragrafo conclusivo emerge tutto il dramma dell’11 settembre 2001, li dove si sottolinea che un tempo vi erano due Oceani che potevano preservare e assicurare la sicurezza degli Stati Uniti; ora quei tempi sono passati. Gli Stati Uniti ( ma il termine usato è America) non possono conoscere pace, sicurezza e prosperità se si isolano dal mondo. Questa NNS è il documento che spiega a tutti come, in presenza delle sfide attuali, la sicurezza degli Stati Uniti può essere attuata.

E’ evidente che, se si vuole comprendere le linee guida della politica degli Usa nel mondo, occorre meditare e studiare questo documento, che rappresenta, spesso, la chiave di lettura, e di volta, di molte situazioni e di crisi e di contrasto nel mondo.